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Liberarsi dal potere finanziario

di

Giuseppe Dunghi

Gli avversari del reddito di base incondizionato sono diventati improvvisamente operaisti. Come sarà possibile distribuire a ogni cittadino, giovane o anziano, ricco o povero, 2.500 franchi al mese senza che sia tenuto a lavorare? Tutti permanentemente in vacanza, un ponte unico dal 1° gennaio al 31 dicembre tale da far impallidire quelli dell’Ascensione e del Lunedì di Pentecoste! Come farà a reggersi l’economia se ogni mattina alle 7 e ogni sera alle 5 gli svincoli delle autostrade e le stazioni non saranno più intasati di uomini e donne che incominciano o hanno terminato la giornata lavorativa? Perché la ricchezza deve essere conquistata con il lavoro.


Fino a ieri lo nominavano con fastidio, insieme con la festa del Primo Maggio e i discorsi che si aprivano con «care lavoratrici, cari lavoratori». Sarebbero stati felici se la Marcia dei lavoratori di Pellizza da Volpedo fosse stata di nuovo traslocata nei depositi del museo. Non si capacitavano che una Costituzione potesse iniziarsi così: «L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro». Lavoro che oggi è stato ridotto semplicemente a un costo nella conduzione dell’impresa: l’intraprendere deve rendere. Da tempo l’economia non si regge più sul lavoro, ma sulla finanza, cioè sulla rendita.


Il peso della rendita sulle spalle di chi lavora è enorme. A livello mondiale è in rapporto di 13 a 1 rispetto all’economia reale, un valore annuale di mille miliardi di dollari contro 78 miliardi. Per restare alla Svizzera, la voluntary disclosure (cioè il premio agli evasori fiscali) ha portato alla luce al 30 novembre 2015 la somma di 42 miliardi di euro nascosti dagli evasori italiani nelle nostre banche, di cui circa 30 solo in Ticino. Dunque qualche miliardo di franchi sottratti alla rendita non sarebbero altro che un piccolo risarcimento ai cittadini per fare in modo che non siano perennemente ostaggio dell’enorme potere della finanza. Continueranno a lavorare quasi certamente come prima, soltanto saranno un po’ meno stressati dalle minacce di licenziamento, dalle riduzioni di salario e dalla delocalizzazione dei posti di lavoro.


Ma soprattutto è allarmante la concezione della società che emerge dalle prese di posizione dei difensori della rendita: per loro l’umanità sarebbe qualcosa di vagamente somigliante a una mandria di bestiame da cui estrarre i capi migliori per metterli in produzione e ricavarne latte e carne. Inutile dire che la società è una cosa ben diversa. È la somma del lavoro, delle esperienze, la genialità, le creazioni artistiche, il dolore, la gioia, il sangue di tutti coloro che ci hanno preceduto e di quelli che ci accompagnano nella nostra vita. Non sarebbe concepibile l’invenzione della pila elettrica da parte del conte Alessandro Volta senza il pane bianco e il fiasco di vino che i suoi contadini gli mettevano ogni giorno in tavola nella casa di Como e nelle sue ville di Lazzate e di Camnago. E il geniale inventore-imprenditore Thomas Edison poté realizzare il fonografo e la lampada a filamento incandescente grazie anche ai numerosi collaboratori che poteva permettersi di tenere alle sue dipendenze e delle cui idee si appropriava. Il lavoro, la cultura, la scienza, la nostra vita non appartengono alla finanza. Se non lo gridiamo ora, quando lo faremo?

Pubblicato

Mercoledì 11 Maggio 2016

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