Le elezioni nazionali d’autunno si svolgeranno all’insegna della polarizzazione: fra Udc e Ps, destra e sinistra, liberismo e regolamentazione. Ricordare la critica del liberalismo come teoria politica può essere utile alla contestazione delle sue scelte programmatiche. Come la propone l’Atlante del liberalismo (di R. Cubeddu), questa teoria si riassume in due proposizioni fondamentali: (1) vi sono diritti naturali individuali – vita, libertà, proprietà – che prevalgono sul diritto creato dagli uomini tramite le istituzioni; (2) il liberalismo è una teoria e una prassi per il controllo e la riduzione del potere. Queste proposizioni – benché ampiamente condivisibili – sollevano questioni che i liberali non possono risolvere con il programma che ne desumono: il “meno Stato”. È giusto che nessuna legge, anche se voluta dalla maggioranza, debba violare il diritto naturale alla vita. Ma significa anche non dover morire di fame o di malattia se vi sono alimenti e medicamenti disponibili, ma non accessibili a tutti: per promuoverlo, occorre dunque sviluppare una regolamentazione efficace in materia di diritti sociali. Anche il diritto alla libertà è sacrosanto: poter scegliere un proprio stile di vita anziché conformarsi a modelli imposti da una comunità o dallo Stato. Ma per garantirlo occorrono istituzioni che assicurino ai più svantaggiati quelle risorse (reddito, conoscenze) senza le quali la libertà di scegliere rimane una parola vuota. Il diritto alla proprietà pone invece due diversi problemi: (1) non è per nulla “naturale” che singoli individui possano appropriarsi di beni comuni quali la terra, le acque, le risorse naturali: lo è invece che ognuno possa godere di questi beni in misura uguale; (2) il diritto alla proprietà dei frutti del proprio lavoro (non di altri!) è condivisibile: ma non può che essere limitato dall’altro pilastro del pensiero liberale, “il controllo e la riduzione del potere”. In questo ambito la teoria liberale non dà risposte soddisfacenti, poiché prigioniera delle sue radici storiche: nata nel seicento, in epoca di monarchie assolute, rilanciata poi nel confronto con il nazifascismo e lo stalinismo. Il “potere” preso di mira dal liberalismo è il potere politico, lo Stato. È però evidente che, nelle democrazie, il potere più incisivo sulla vita quotidiana degli uomini non è più quello dello Stato, bensì il potere economico che controlla le risorse e il lavoro sulla base di un principio d’autorità e non di partecipazione. Inoltre, i diritti di proprietà ereditari hanno generato concentrazioni di ricchezza tali che alcuni individui e imprese rappresentano oggi poteri ben più temibili dello Stato. È quindi superata dalla storia l’identificazione del potere con il potere politico: nelle democrazie, esso è ben più diffuso del potere economico grazie al diritto di voto universale di cui si servono i cittadini proprio per dare sostanza al diritto alla vita, alla libertà, alla proprietà dei beni comuni e al “controllo e riduzione del potere”.

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11.07.03

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