In questo numero area torna ad occuparsi di uno dei temi che più inchiostro hanno fatto scorrere negli ultimi tempi in Ticino: la canapa indiana, e in particolare l’operazione “Indoor” avviata poco meno di quattro mesi fa da polizia e magistratura. A inizio giugno (n. 23) avevamo indagato sulle modalità e la durata delle detenzioni preventive cui sono state sottoposte le persone finite dentro a seguito degli sviluppi della maxi-inchiesta. Dopo aver seguito e commentato i retroscena del rinvio del dibattito sulla depenalizzazione al Nazionale (n 24 e n. 25), ora proseguiamo nel tentativo di proiettare luce sulle zone d’ombra dell’inchiesta “Indoor”, di dare spazio a voci fuori dal coro e di inserire la problematica della canapa indiana in una discussione più ampia di quella dominante nella società, nelle istituzioni e nei mezzi di comunicazione. Lo facciamo proponendo un editoriale, la testimonianza di Maria de Lourdes Stinca – una delle vittime di “Indoor” – e un articolo del giornalista Eros Costantini sull’uso medico della canapa. Il corpo non mente e Maria de Lourdes Pineiro Machado (“Lori”) Stinca se ne sta accorgendo. Si china con fatica sul passeggino dove dorme il figlioletto Thomas. La sua schiena si incarica a ogni pié sospinto di ricordarle la tensione nella quale ancora vive dopo essere stata rimessa in libertà provvisoria lo scorso 24 aprile. Da quel giovedì Lori Stinca è libera, ma provvisoria. Il carcere l’ha consegnata a una precarietà che non conosceva. Il telefono tagliato, le bollette di acqua luce e cassa malati da pagare, la minaccia dello sfratto, un precetto esecutivo, un bimbo da crescere: «Questa carcerazione così lunga per me è una punizione, finanziaria e sociale», dice. «Mi sono indebitata per far fronte alle spese urgenti e fra un po’ spero di trovare un lavoro: ma chi vorrà assumere una persona che è finita in prigione per aver lavorato in un canapaio?», si chiede. Di origine portoghese, 37 anni, in Ticino da undici, Lori Stinca è finita nelle maglie dell’inchiesta anti-canapa “Indoor” lo scorso 17 marzo. Suo marito Carlo Stinca – vicepresidente della sezione Ticino del Coordinamento svizzero della canapa (Csc) – era stato arrestato tre giorni prima quando polizia e magistratura avevano messo i sigilli ai canapai di cui era titolare, il Green Moon di via Balestra (aperto il 1. ottobre 1998 e chiuso una prima volta nel luglio del 2000) e il Botania di via Riva Caccia (rilevato nel settembre 2002) a Lugano. Oltre ad essere custode del palazzo dove risiede a Melide, Lori Stinca era impiegata tuttofare nei due negozi, che ai coniugi fruttavano bene: ogni anno, secondo quanto riferito all’emissione Rundschau della Drs, dichiaravano alle imposte un utile di 200 mila franchi. «Senza aver mai venduto ai minorenni», precisa la donna. «E con l’aiuto dei poliziotti che per due settimane, quando nel 2000 chiusero il Green Moon, ci aiutarono a bagnare le piantine», aggiunge in tono ironico il marito Carlo Stinca. Venerdì 14 marzo, prima di costituirsi e di essere rinchiuso alle pretoriali di Lugano (vi passerà tre settimane prima di essere trasferito alla Stampa), Carlo Stinca porta sua moglie Lori alla clinica Sant’Anna di Lugano. All’ultima settimana dell’ottavo mese di gravidanza, la notizia che polizia e magistratura sono sulle loro tracce aveva gettato Maria de Lourdes nell’angoscia provocandole nausea, vomito e crisi di pianto. I controlli a cui si sottopone escludono però complicazioni al feto. Il ricovero si conclude nella tarda mattinata del lunedì successivo con l’arrivo dei poliziotti che la prelevano dalla clinica e la trasportano al comando della Polizia cantonale per l’interrogatorio. Lori Stinca avrebbe dovuto essere dimessa solo martedì dopo una visita della ginecologa. Non riesce a vedere la dottoressa, che viene contattata per telefono dagli agenti che si erano presentati in clinica. Lori Stinca arriva al penitenziario cantonale La Stampa nella serata di lunedì 17 marzo dopo essere stata interrogata e accompagnata a casa dai poliziotti per recuperare qualche vestito e un po’ di biancheria. Nella cella singola numero 1 della sezione femminile della Stampa trascorrerà 39 giorni. È la quarta donna incinta rinchiusa al penitenziario negli ultimi 16 anni, dirà il direttore Armando Ardia ai giornalisti di Rundschau. Poco meno di tre settimane dopo, Carlo Stinca viene rinchiuso nella cella A.4.c. che si trova a meno di 50 metri da quella di Lori. Il vicepresidente del Csc sezione Ticino chiede più volte di poter vedere la moglie incinta, anche accompagnato da un agente di sicurezza. Niente da fare. I due non si vedranno una sola volta durante la cercerazione. La magistratura teme la collusione e l’inquinamento delle prove. «La paura era che lo stress potesse portare a una malformazione del feto o a una nascita prematura», racconta Lori Stinca che una volta rinchiusa raddoppia l’abituale dose di sigarette arrivando a consumare – fino alla scarcerazione – due pacchetti al giorno. Le condizioni di detenzione comunque non sono cattive, anzi: «Stavo bene. Mi lasciavano uscire prima per le passeggiate che dovevo fare», dice la donna. L’unico problema sono gli spostamenti per gli interrogatori (il primo con il Giar, il secondo un paio di settimane dopo l’incarcerazione con gli agenti del Servizio antidroga), effettuati in un primo tempo con un furgoncino che sballotta in modo evidente. Il veicolo sarà poi sostituito da una vettura a seguito dell’intervento del direttore del carcere. Inoltre, le attese sono sfiancanti: «Una volta ho aspettato persino un paio d’ore su una panchina in attesa che mi riportassero in cella dopo l’interrogatorio in polizia: le gambe mi si gonfiavano e io ero nervosissima», ricorda Lori Stinca. La moglie del vicepresidente del Csc Ticino viene messa in libertà provvisoria nel pomeriggio di giovedì 24 aprile, poche ore dopo aver visto per la prima volta dal 17 marzo il procuratore generale aggiunto Antonio Perugini che nei suoi confronti non ha firmato né un atto né un decreto d’accusa. Sei giorni dopo aver riguadagnato il suo appartamento di Melide, la donna partorisce il suo primo figlio Thomas. Quel mercoledì 30 aprile, mentre si trova nella vasca da bagno per riprendere fiato dopo le ennesime contrazioni, Lori Stinca riceve la visita non annunciata di alcuni agenti della Polizia cantonale alla ricerca di chiavi che avevano già sequestrato. Sarà l’ultimo contatto diretto con polizia e magistratura. Da allora la donna si dedica ventiquattr’ore su ventiquattro al suo bébé. In un attimo di distacco dice che «sei settimane [di detenzione preventiva] senza vedere il procuratore sono troppe: è assurdo». Il protrarsi della carcerazione lo ritiene «una punizione» inflitta in maniera discriminatoria a «chi ha avuto a che fare con la canapa». Una punizione che la mamma di Thomas non finirà presto di scontare: separata dal marito, a corto di soldi («sono da quattro mesi senza salario»), indebitata per far fronte a fatture e spese, Lori Stinca porta sulle spalle un fardello che pesa sulla sua schiena malridotta. E allora il rancore rompe gli argini: «Qualsiasi cosa vorrò fare sapranno chi sono. Non so bene come farò: ma tant’è, “loro” se ne fregano di questo», dice.

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04.07.03

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