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Libera come il canto popolare

di

Gianfranco Helbling
La canzone popolare, la canzone politica, l’attualità fatta circolare anche attraverso la voce e la musica delle canzoni. Questi i punti cardini del lavoro e della produzione di Giovanna Marini, etnomusicologa e cantautrice che nel corso della sua carriera ha partecipato di persona o emotivamente alle rivendicazioni e ai problemi dei lavoratori, alle rivolte e alle manifestazioni di protesta, sempre traendone lo spirito e la forza più intimi e traducendoli in musica. L’abbiamo incontrata per parlare della sua produzione prima di un concerto tenutosi a Stabio in occasione della manifestazione culturale “Ul suu in cadrega”. Giovanna Marini, nel suo repertorio c’è una canzone che lei ha scritto nel ‘73, “Gli stagionali”. Parla dell’emigrazione italiana in Svizzera e l’ha ripresa nel suo penultimo album, “Buongiorno e buonasera”. Cosa la lega a quella canzone? È un legame molto profondo. Mi è rimasta nel cuore la famiglia Chiriacò, presso cui avevo raccolto moltissimo materiale della tradizione popolare salentina. Nel loro paese, prima di dover emigrare, vivevano di un certo benessere, dato non dai soldi ma dagli oggetti che avevano in casa, che erano i riferimenti della loro vita. Quando invece sono dovuti partire a fare gli stagionali tutto questo è andato perso. Per loro era terribile, il vecchio mi diceva «non posso nemmeno offrirvi una tazza di caffè, non posso nemmeno mostrarvi la foto di mia mamma, vada via, vada via». Avevano perso la loro identità, e ne soffrivano moltissimo. Questo destino mi ha lacerato il cuore, ed è questo il motivo per cui anche nei concerti “Gli stagionali” la canto spesso. Lei s’è rammaricata del fatto che la canzone popolare italiana non abbia saputo contribuire a rendere eroi gli emigrati. Cosa intende? Di canzoni sul tema dell’emigrazione ce ne sono, basti pensare a quelle trovate da Roberto Leydi, alle numerosissime sull’emigrazione in America o ancora a quelle sulle tragedie che hanno colpito gli emigrati italiani in Europa, come Mattmark o Marcinelle. Ma questo non è bastato a darci una coscienza più profonda del fenomeno. Sono convinta che se noi in Italia abbiamo tanta difficoltà come popolo ad accettare gli immigrati extracomunitari è perché nessun governo ha reso eroi gli emigrati italiani che sono partiti per lavorare all’estero. Per noi gli emigranti per essere degli eroi devono morire o farsi rapire. Ma se partono semplicemente in cerca di lavoro perché nella loro terra non ne trovano, sono soltanto dei poveri disgraziati, poco furbi, dei falliti in patria che pagano oltretutto le tasse. C’è una caratteristica peculiare della canzone d’emigrazione rispetto al corpus della canzone popolare? Si tratta in genere di canzoni d’autore musicalmente simili alle canzoni popolari, ma più dolcificate. Musicalmente sono quindi canzoni poco interessanti. In realtà tutte le canzoni d’impegno sono poco interessanti musicalmente. Questo è frutto di una specie di inversione di valori che compie un intellettuale quando si mette a fare una canzone cui vuole dare un’ampia diffusione, credendo così di avvicinarla maggiormente al popolo. Perché non sa che il popolo sa cantare cose difficilissime: così lo sottovaluta, scrivendo canzoni spesso banali. Pensi soltanto a “Cara moglie” di Ivan Della Mea, un autore che in altre circostanze ha fatto canzoni bellissime. Rimane in questi casi la forza del testo. Ci sono però anche delle canzoni sul tema dell’emigrazione che sono interessanti pure dal punto di vista musicale: un esempio è “Partono gli emigranti” di Alfredo Bandelli. Cos’è successo alla canzone d’impegno sociale e politico italiana dopo gli anni ’70? Dopo gli anni ’70 in sostanza la canzone d’impegno è finita. Il punto di non ritorno è stato il rapimento e l’assassinio di Aldo Moro. Più il tempo passa e ci si pensa, e più si capisce quanto questo sia stato importante per gli italiani: una specie di “Torri gemelle”. La morte di Moro ha allontanato definitivamente dall’impegno quelli che credevano di poter essere contro l’establishment senza per questo dover essere terroristi. Si trattava dei più bei nomi dell’impegno politico di allora. Chi si occupava di canzoni ha allora cambiato settore ed è andato a finire nelle scuole di musica. Così di colpo la canzone politica fu considerata noiosa: era un momento di reale smarrimento. Sempre in “Buongiorno e buonasera” ha pure inserito tre canzoni recenti: “La Torre di Babele”, “Le Fosse Ardeatine” e “Io vorrei”. Cosa unisce queste tre canzoni? La voglia di dire finalmente la verità. Ne sento un gran bisogno. In “La Torre di Babele” dico del mio spaesamento, della mia mancanza di certezze dopo l’11 settembre. In “Io vorrei” dico finalmente quel che penso del mio governo. Ma è con “Le Fosse Ardeatine” che più do voce al mio bisogno di verità. In quella canzone infatti c’è una frase in cui si capisce che la lista della polizia italiana con le persone da uccidere per rappresaglia non arriva né arriverà mai al comando delle Ss. E non arriverà mai perché quei nomi sarebbero stati quelli di persone di sinistra. La polizia italiana in quel momento non aveva nessuna voglia di uccidere personalità di sinistra perché sapeva che gli americani erano alle porte e che quindi di lì a poco sarebbe cambiato tutto. Non do la colpa a nessuno, forse era la contingenza del momento, ma insomma anche noi in qualche modo c’entriamo con quel massacro. E credo che queste cose si debbano dire, così come Hannah Arendt ha avuto il coraggio di distanziarsi dai comitati ebraici. Si deve dunque finalmente avere il coraggio di dire che scegliemmo di mandare a morte 11 ebrei per non indicare 11 nomi prestigiosi della sinistra che erano a disposizione. Manu Chao o i Modena City Ramblers, che recuperano l’impegno politico e sociale nella loro musica, possono costituire la versione attualizzata della canzone popolare? Sì, non per trasformare la canzone popolare ma per fare una canzone popolare urbana. Manu Chao e i Modena sono senz’altro un’espressione popolare della musica. Quanto a dire dove vada la canzone popolare, bisogna essere chiari. L’antica canzone, quella che raccoglieva Roberto Leydi, è ormai un pezzo da museo: preziosissima, bellissima, ma ormai condannata a essere soltanto studiata. La canzone popolare attiva di oggi è quella degli stadi, dei meeting, dei cortei. D’altro canto c’è però sempre più forte la passione per la canzone popolare tradizionale. Prenda l’esempio del quartetto con cui canto ora, il Quartetto urbano: sono tutte persone di estrazione cittadina ma hanno nonni contadini. E lo si sente, hanno in sé la memoria del canto contadino, come se si fosse tramandata con i cromosomi. Hanno già una voce impostata. Sono ormai 12 anni che studiano con me e sono appassionatissimi, e come loro tanti. Nell’album “Il fischio del vapore” lei e Francesco De Gregori avete riarrangiato una serie di canzoni d’impegno sociale e politico e della tradizione popolare, ottenendo un grosso successo di vendite. Che importanza ha per lei la correttezza filologica nell’affrontare un canto tradizionale? Ciò che abbiamo fatto con Francesco non è assolutamente filologico. In questo senso sono molto scorretta. Anche perché quando mi impossesso di una canzone ci lavoro, la modifico, faccio confusione e alla fine non riconosco più ciò che è mio da ciò che ho preso. La correttezza filologica non è mai stata veramente una mia preoccupazione. La mia preoccupazione è raccontare quando mi sembra di capitare su storie interessanti. Con Francesco credo però che abbiamo fatto un’operazione socialmente molto corretta. Bisogna sapere a cosa si tiene di più: io do la precedenza allo spirito della canzone, all’essenza quindi del canto popolare. Io le operazioni filologicamente corrette le faccio quando scrivo i madrigali e li faccio ricantare al mio Quartetto Vocale. Perché sanno mettere nel canto un’oralità che lo scritto non aveva, e quindi si comportano proprio da contadini.

Pubblicato

Venerdì 18 Giugno 2004

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