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L'editoriale

Libera circolazione, il Ticino va capito

di

Claudio Carrer

La legge svizzera tradizionalmente offre poche garanzie e tutele alle lavoratrici e ai lavoratori e negli ultimi anni, nonostante la forza destabilizzante dei processi di precarizzazione, flessibilizzazione e liberalizzazione del mercato del lavoro, invece di essere rafforzata, è stata ulteriormente indebolita: si pensi alle controriforme della Legge sulla disoccupazione o di quelle sull’assicurazione invalidità. Tutti coloro che si battono per i diritti dei salariati rivendicano da sempre una più stringente regolamentazione del lavoro, divenuta ancora più necessaria dopo l’entrata in vigore (nel 2002) dell’accordo sulla libera circolazione delle persone con l’Unione europea che, oltre ad aver prodotto benefici economici, ha anche favorito il dumping salariale, la sostituzione della manodopera residente con lavoratori esteri sottopagati e altri fenomeni di sfruttamento che a volte sconfinano persino nel campo della criminalità.


Il rafforzamento delle cosiddette misure accompagnatorie adottate a suo tempo dal Parlamento per attutire gli effetti "collaterali” della libera circolazione appena descritti, è a sua volta una rivendicazione ampiamente condivisa. Ma sulla via per arrivarci permangono divergenze importanti, anche all’interno del movimento sindacale, come dimostra il vivace dibattito scatenato dalle recenti prese di posizione della sezione ticinese dell’Uss, che si è detta non più disponibile a sostenere la libera circolazione fintanto che non saranno adottate misure realmente efficaci contro le distorsioni del mercato del lavoro a essa connesse.


Un confronto che purtroppo assume, da una parte e dall’altra, toni inutilmente aspri tenuto conto che tutti gli attori coinvolti, più per vocazione che per mestiere, fanno della lotta alle discriminazioni una ragione di vita. Invece di scambiarsi reciproche accuse sarebbe forse più utile confrontarsi con rispetto sui contenuti e sulle strategie da seguire.


Probabilmente queste incomprensioni interne al sindacato sono figlie sia della storica difficoltà del Ticino a farsi capire oltre Gottardo sia dell’incapacità del resto della Svizzera nel comprendere la realtà vera e drammatica del cantone sudalpino, che non è nemmeno lontanamente paragonabile a nessun’altra regione del paese, comprese quelle di frontiera: il Ticino, tanto per fornire qualche dato, è la regione della Svizzera con i salari medi più bassi e un quarto di questi sono inferiori al minimo vitale, ha una percentuale di working poor superiore al resto del paese e la metà della sua popolazione attiva è confrontata con i problemi del lavoro flessibile e della sotto-occupazione. E in più deve reggere la concorrenza di un gigante in profonda crisi come la Lombardia e una pressione al ribasso sui salari sempre più violenta e che non risparmia ormai nessuno, nemmeno i salariati coperti da un contratto collettivo e nemmeno i dipendenti pubblici.

 

Sono elementi che si dovrebbero tenere in considerazione quando si analizzano per esempio gli esiti delle votazioni in materia di politica migratoria o di relazioni con l’Ue, che troppo spesso vengono un po’ semplicisticamente liquidati come risposte di un cantone chiuso, egoista, xenofobo e ripiegato sulle posizioni del leghismo più becero, che peraltro non è certamente peggio del “democentrismo” che si manifesta nel resto della Svizzera!


Certo, un’eventuale disdetta dell’accordo sulla libera circolazione (che comporterebbe anche la decadenza dell’intero primo pacchetto di accordi bilaterali) è uno scenario quasi inimmaginabile dalle conseguenze incalcolabili e che oltretutto non risolverebbe le gravi distorsioni del mercato del lavoro ticinese. D’altro canto la necessità di adottare misure incisive contro il dumping e lo sfruttamento è sotto gli occhi di tutti e la condizione posta dall’Uss ticinese per andare avanti con la libera circolazione potrebbe anche rappresentare un’opportunità per ottenere concessioni da un padronato e una maggioranza politica borghese che continuano a chiudere gli occhi.


Probabilmente, se si fosse agito per tempo in questa direzione, il disastro del 9 febbraio 2014 (giorno dell’approvazione dell’iniziativa dell’Udc "contro l’immigrazione di massa”) lo si sarebbe evitato e quel giorno lo ricorderemmo come una qualsiasi domenica d’inverno.  Ma il passato non si cambia. Il futuro invece lo si può influenzare e il sindacato (con un sano e rispettoso confronto interno) ha il dovere di provare a farlo, perché un altro 9 febbraio sarebbe una catastrofe.

Pubblicato

Martedì 2 Giugno 2015

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