Sgomento. Sgomento per i corpi straziati sotto le macerie, per le tante vite stroncate, per le sistematiche distruzioni di beni essenziali, per lo svanire di residue (ancorché minime) speranze di coesistenza nel vessato Medio Oriente. Sgomento per le guerre a venire, perché quella combattuta a partire da metà luglio fra Israele e Hezbollah è destinata a riaccendersi, forse già domani stesso. Non solo i presupposti che hanno scatenato il conflitto sono tuttora presenti, ma il mese di guerra guerreggiata ha alimentato altri odi, rinfocolato sentimenti di vendetta e aspirazioni di rivincita,  gettato le premesse per la formazione di altri guerriglieri, e miliziani pronti a immolarsi (non dimentichiamo che gli stessi hezbollah si costituirono dopo l'invasione israeliana del  Libano del 1982).

Lo svolgimento del conflitto ha dimostrato che l'improvvida e provocatoria azione di Hezbollah lo scorso 12 luglio, con la cattura di due soldati israeliani non è stata la vera causa della guerra, ma ne ha semplicemente fornito il pretesto.    
È da quando gli israeliani si ritirarono dal Libano meridionale, che gli "incidenti" al confine si sono susseguiti a scadenze ravvicinate, con morti e feriti d'ambo le parti, senza che scattasse alcuna rappresaglia. Inoltre già in passato sono avvenuti scambi di prigionieri, ma stavolta, come una ventina di giorni prima a Gaza, il rifiuto israeliano al negoziato è stato netto.
In base alla pianificazione dell'attacco già preventivato (cfr. riquadrato in basso), l'esercizio sempre discutibile dinanzi a tragedie di tale portata, su chi ha vinto e su chi ha perso diventa più facile.
Hezbollah (anche se non se ne conoscono le perdite umane) non è stato annullato, né militarmente, né politicamente. Anzi, è cresciuto nella considerazione dell'opinione pubblica libanese (e di quella dell'intero mondo arabo-islamico) come unica forza in grado di contrastare, con le armi, la superpotenza israeliana, tanto che lo stesso primo ministro libanese Fouad Seniora, uomo peraltro gradito tanto a Washington quanto a Parigi e Londra, ha sentito il bisogno di ringraziarlo pubblicamente.  Né è pensabile che i  combattenti del "Partito di Dio" possano venire disarmati, come previsto dalle risoluzioni ONU, almeno fintanto non cessi l'occupazione israeliana di territorio libanese, comprese le contese fattorie di Sheba, al confine fra Libano, Israele e Siria. Quella del disarmo degli  hezbollah è una questione che potrà essere risolta solo politicamente e solo dagli stessi libanesi, probabilmente con il loro ingresso nell'esercito regolare. Hezbollah è anche forza politica, con due ministri e 14 deputati, eletti liberamente e democraticamente, in elezioni ritenute corrette dagli       osservatori internazionali.       Ma per Stati Uniti (e la prona Europa), sono "sic et simpliciter" dei terroristi. È una situazione assai simile a quella venutasi a creare in Palestina, con la vittoria, altrettanto democratica, di Hamas ma contro la quale Israele sta conducendo una guerra senza quartiere: in un mese i morti, come sempre in gran parte donne e bambini, sono stati più di 170.
Per raggiungere i suoi obiettivi (senza peraltro riuscirvi), Israele penso abbia violato tutte le convenzioni di Ginevra in materia di conflitti macchiandosi di crimini di guerra (che non verranno mai puniti) quali i raid aerei sui convogli di auto civili, compresi quelli contrassegnati dalla croce e dalla mezzaluna rosse, i bombardamenti che hanno raso al suolo villaggi e interi quartieri, la strage di Qana, per non parlare dell'uso di armi proibite. Se Hezbollah  e militanti palestinesi hanno catturato soldati in scontri armati, Israele ha rapito civili, per farne merce di scambio. Sono cose ben diverse, come le stesse convenzioni di Ginevra ci dicono."Per ogni razzo di Hezbollah che cade su una casa israeliana, colpiremo dieci palazzi libanesi". È il senso di una dichiarazione, che cito a memoria, rilasciata dallo Stato maggiore israeliano nei primi giorni del conflitto.
Uno a dieci: edifici, vite umane spezzate sulla base di un macabro rapporto che abbiamo imparato nelle sue più tragiche applicazioni nella seconda guerra mondiale. Scrive Tariq Ali: «Gli arabi sono untermenschen. Tutte le vittime di Gaza e del Libano  non valgono quanto la morte di un soldato israeliano».
Le critiche giunte da governi europei, come quelli di Roma e di Parigi, ma anche della nostra ministra degli esteri, sullo "sproporzionato" uso della forza da parte di Israele, ancorché condivisibili, dinanzi alla portata delle devastazioni appaiono inadeguate, anche se hanno fatto imbufalire Tel Aviv e parte dei suoi acritici sostenitori.
Ma anche in Israele cominciano a levarsi voci critiche sulla conduzione del conflitto e affiorano timorosi interrogativi su un futuro che pare destinato a perpetuare l'eterno stato di guerra in cui versa Israele sin dalla sua fondazione. Stato di guerra conseguente alla scelta operata di volere restare, dominandolo, un  corpo estraneo e ostile in Medio Oriente. Il secco rifiuto dell'offerta di pace lanciata dal vertice arabo del marzo del 2002 a Beirut              (pieno riconoscimento di Israele da parte di tutto il mondo arabo, in cambio del suo ritorno nei confini del '67) e quello, più recente, di una simile proposta elaborata dai "prigionieri palestinesi" va proprio in questa direzione. Scelta senza sbocco, («in una nazione senza speranze, la guerriglia non può essere vinta» per citare Rossana Rossanda) e non a caso nel dibattito di questi giorni si è  tornati a citare il noto ammonimento lanciato dallo storico ebreo Isaac Deutscher all'indomani della guerra dei "Sei giorni": «Ci si può vittoriosamente gettare nella propria tomba».
Ora, ci dicono, è la volta della diplomazia, dei caschi blu. Non mi sembra che l'operazione avanzi nel migliore dei modi. E poi, le forze di interposizione hanno senso quando si snodano a cavallo di un confine e non solo da una parte. Mai Israele lo ha permesso, né mai lo permetterà. Ma, sopra ogni altra considerazione, resta, indiscutibilmente e assolutamente certo che senza la soluzione della questione palestinese, non ci potrà mai essere pace in Medio Oriente.

Usa e Gran Bretagna sapevano

Documenti e articoli di stampa, apparsi perlopiù sui media anglosassoni nelle ultime settimane, hanno chiarito come l'azione "Giusta Ricompensa" fosse stata in realtà pianificata da tempo allo scopo di infliggere un colpo mortale a Hezbollah.
A quanto pare i piani di battaglia erano già stati presentati nel 2004 a Bush e da questi passati per conoscenza a Blair.
Stando al Guardian che cita un'intervista apparsa sul San Francisco Chronicle «…di tutte le guerre condotte da Israele dal 1948 questa era quella su cui Israele era maggiormente preparata…».
Pianificazione che prevedeva, come poi è avvenuto, massicci bombardamenti allo scopo di spingere la popolazione libanese musulmano-sunnita e quella cristiana ad addossare la responsabilità di tanta rovina sugli hezbollah sciiti, per poi procedere in un clima meno ostile all'invasione terrestre, preludio alla formazione a Beirut di un governo "malleabile", disposto a porre fuori gioco il movimento hezbollah.

Pubblicato il 

25.08.06

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