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L'editoriale

Lezioni di "giustizia”

di

Claudio Carrer

Un illustre cittadino svizzero è dal 2009 sotto processo in Italia. Accusato di reati gravissimi, è già stato condannato in prima istanza a sedici anni di carcere ed ora è in attesa della sentenza di secondo grado. È il miliardario e sedicente filantropo Stephan Schmidheiny, già membro dei consigli d’amministrazione di importanti società elvetiche (come Ubs, Abb, Swatch, Nestlé) e soprattutto ex “patron” della multinazionale dell'amianto Eternit. Non proprio uno svizzero qualunque.

 

Eppure nel suo paese non se ne parla proprio del processo di Torino che lo vede imputato per le migliaia di morti causate in Italia dalle sue fabbriche. Un processo con oltre 6.000 parti civili, il più grande mai celebrato in Europa per crimini d’impresa dal quale, udienza dopo udienza, emergono dettagli inquietanti su come Schmidheiny abbia sempre e solo agito nel nome del profitto e non si sia occupato della salute dei lavoratori e dei cittadini: ha negato finché possibile la pericolosità dell’amianto cercando di occultare le evidenze scientifiche e facendo disinformazione, poi ha cercato di renderne credibile l’uso in sicurezza e infine ha fatto di tutto (comprese azioni di spionaggio) per nascondere le responsabilità dei vertici societari.


Sono “solo” le conclusioni di una sentenza di primo grado, che però nel giro di pochi mesi potrebbero essere confermate in Appello e tra un annetto dalla Cassazione.


La prospettiva di una condanna definitiva entro breve è concreta e la cosa spaventa Schmidheiny, che nei giorni scorsi (tramite suoi “fiduciari”) ha sferrato sulla stampa elvetica un’ennesima offensiva volta a delegittimare la giustizia italiana. Al gioco si sono prestate due importanti testate del gruppo Tamedia che sui contenuti del processo hanno invece sin qui sempre taciuto. In un’intervista al Tages Anzeiger l’ex moglie dell’imputato definisce il processo «una mostruosità» mentre sulla Sonn­­­tagsZeitung il penalista zurighese Martin Kilias, ex giudice federale oggi incaricato (dai legali di Schmidheiny!) di “osservare il processo di Torino da un punto di vista svizzero” se la prende per un’altra «mostruosità» (il paragone fatto dal presidente della Corte d’appello tra la strategia aziendale di Eternit con il piano nazista per deportare gli ebrei) e cala lezioni di buona giustizia e di buon giornalismo all’Italia.


A noi pare molto più mostruoso il fatto che, a differenza dell’Italia, la Svizzera (patria dell’Eternit) nemmeno li celebra i processi per via di quelle norme sulla prescrizione dei reati fatte su misura per salvaguardare gli interessi degli imprenditori e a scapito dei diritti delle vittime del lavoro. Così come è mostruoso che un’importante testata per “raccontare” il processo di Torino si affidi a un professore che sta sul libro paga del condannato Schmidheiny.

 

Pubblicato

Mercoledì 27 Marzo 2013

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