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Lesa maestà

di

Libano Zanolari
Guai se il generale vince una battaglia e il merito viene attribuito all’eroico comportamento dei soldati: è capace di farne una seconda e perderla apposta mandando al macello i suoi uomini; poi li fucila per ignavia (uno su dieci, a caso); quindi organizza una terza battaglia, tutta sua. Nel gioco del calcio, rappresentazione incruenta di due opposti eserciti in guerra, lo stratega, il generale è detto “mister”; termine classico della democrazia formale: incute rispetto, ma mantiene una connotazione umana. Questa obiettiva “doppiezza” crea ambiguità, specialmente nei rapporti fra il “mister” e il grande campione, che viene celebrato, e sovente a ragione, quale vero vincitore della “battaglia”. Una specie di Winkelried che passa alla storia e cancella la presenza del generale. Nasce la “sindrome Ida di Benedetto”, l’attrice amica del ministro (Urbani) che invita il boss (Sgarbi dixit) a liberarsi del vice, più brillante e colpevole di lesa maestà. Paradossalmente nel gioco del calcio la trasparenza, la visibilità dei processi di scelta, di ostracismo e di promozione è molto più netta rispetto alla nostra vita e ai nostri rapporti di lavoro. Come punire un Roberto Baggio o un Ronaldo? La loro “colpa”, essendo grandi calciatori, è in primo luogo quella di uno “status” speciale rispetto al resto della squadra. Non devono essere servili e ruffiani. Non devono dire in continuazione «ora ho capito cosa vuole il mister»; «il mister sceglie per il bene della squadra» ecc... Né accettano di essere la “longa mano” dell’allenatore nello spogliatoio, luogo che a torto ha una connotazione mitica, di maschia virilità, di forza di gruppo. È così solo se si vince (troppo facile). Se si perde girano insulti e alla fine i calciatori escono rabbuiati e si rifiutano di parlare come i bimbi capricciosi. Allora si va in cerca del capro espiatorio. Si formano delle “lobby”, o piuttosto piccole cosche, che cercano di “farsi fuori” a vicenda per mantenere il posto in squadra e il potere. Sovente l’aspetto mafioso è tale per cui il giocatore da “far fuori” non sarà servito o lo sarà in modo da fargli fare sempre brutta figura. In casi del genere, non potendo decimare la squadra, il “mister” ha bisogno di uno che riporti gli umori del gruppo; collaboratore, spione, ruffiano? Fate voi. Roberto Baggio e Ronaldo non hanno bisogno di simili gherminelle per stare a galla. Sono consci del loro valore. Oscurano lo stratega che traccia i suoi geroglifici sulla lavagna e alla fine in caso di vittoria dice che i suoi «hanno seguito alla lettera le indicazioni». Se perde i suoi «non hanno capito come affrontare la situazione».

Pubblicato

Venerdì 11 Ottobre 2002

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