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Lella Costa con tutte le Traviate

di

Gianfranco Helbling
Di Lella Costa in scena si rimane sempre stupiti. Per l’intelligenza dei suoi testi, per la sua presenza forte malgrado un aspetto dolce e minuto, per la velocità con cui allinea le parole costruendo ponti logici e di senso fra ambiti apparentemente lontanissimi l’uno dall’altro, per la sobrietà formale degli allestimenti che cura con la regia di Gabriele Vacis. Soprattutto si rimane stupiti per la sua capacità di creare emozioni, di colpire nel cuore gli spettatori. È accaduto anche nello scorso fine settimana al Teatro Sociale di Bellinzona, dove Costa ha portato il suo più recente spettacolo, “Traviata”. Con il solito successo di pubblico. Questa “Traviata” riprende l’esperimento tentato da Costa con successo nel suo precedente “Otello”: prendere una storia universale, a tutti più o meno nota nelle sue grandi linee, per rivederla daccapo, smontandola e rimontandola, rovesciandola e scrutandone tutti gli anfratti, così da scoprire tutte le letture possibili, le intenzioni più nascoste e magari indicibili dell’autore e dei personaggi. E così da evidenziare quanto di attuale, anzi di moderno, quella storia ha. E nella “Traviata” come nell’“Otello” è decisamente molto quello che di attuale si può trovare. L’uomo che mercifica la donna è purtroppo un tema eterno, cambia solo il contesto. Ma poca è la differenza che corre fra Margherita Gautier alias Violetta Valery e Maria Callas, o fra Marylin Monroe e una delle troppe prostitute africane o dell’est europeo che tutti dicono di non più voler vedere ma che troppi continuano indegnamente a sfruttare. Come dice la stessa Costa presentando lo spettacolo, «non solo le Traviate, Margherite o Violette che siano, sono disperatamente alla ricerca di un ruolo, un’identità, una legittimazione, uno straccio di famiglia (diciamoci la verità, bersi quella storia della cognatina ripudiabile, ma via...); ma le loro eredi sono – ancora oggi – al centro di una infinita quanto ipocrita battaglia sociale che le vorrebbe di volta in volta redimere o fiscalizzare, senza mai, mai porsi la questione di coloro che – ancora oggi! – non possono fare a meno di comprarsi, insieme al corpo delle donne, un’identità virile». Costa è una narratrice straordinaria, che ha trovato una sua cifra stilistica molto personale ma efficace. Il suo è teatro d’impegno civile allo stato puro, d’intervento sociale prima ancora che politico. Per lei fondamentali nei rapporti sociali sono le relazioni che si hanno da persona a persona: perché è in questa apparentemente banale quotidianità che c’è lo spazio per un vero progresso sociale. Insomma, il privato è politico, nel senso più vero del termine: appartiene alla polis. Costa di fronte ai soprusi che si consumano sull’altare di una cultura machista ancora troppo diffusa si indigna, ma in scena, parlandone, sa mantenere un serena compostezza, quasi che nessun urlo mai potesse essere tanto forte da renderne giustamente conto: e allora le sue armi sono quelle dell’ironia, della dolcezza, dell’emozione. Tutto in “Traviata” è improntato alla semplicità. È questo lo spettacolo più essenziale che Costa abbia realizzato: nei movimenti, nelle scene, negli effetti, nelle luci. Con costumi solo stilizzati. E con una conclusione anch’essa essenziale: «ogni donna, anche la più disprezzata, è stata prima o poi una bellissima bambina». Per andare dritti al cuore. Perché è questo il modo più semplice ed efficace per provare a farsi capire. E per provare a cambiare un po’ le cose. Senza grossi proclami, ma partendo da ognuno di noi.

Pubblicato

Venerdì 15 Novembre 2002

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