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Lavoro

Leggere anche il bianco

di

Giuseppe Dunghi

Sono frasi che rimangono impresse nella memoria. Un ministro socialdemocratico tedesco qualche anno fa proclamò: «Non faremo mai alleanze con chi è contro il matrimonio degli omosessuali». Ma come? Se due sono precari o disoccupati e non hanno nemmeno i soldi per comprare il letto matrimoniale, che cosa se ne faranno del diritto di sposarsi?


I Promessi Sposi, storia milanese del secolo XVII scoperta e rifatta da Alessandro Manzoni, Lugano, Tipografia Veladini, 1828. La tipografia luganese fu una delle prime in Europa a pubblicare il romanzo. Perché proprio Lugano? Grazie alla tolleranza dei sovrani svizzeri, il baliaggio e poi cantone era diventato il luogo di ritrovo e di scambio culturale degli intellettuali lombardi sgraditi alle autorità austriache, e questo già dalla seconda metà del Settecento con la tipografia Agnelli, fino alla Tipografia Elvetica di Capolago a metà Ottocento. Però il patriota bresciano Giovita Scalvini, esule a Parigi dopo aver scontato un anno di prigione a Milano, il romanzo lo lesse ancora prima, nell’edizione francese in lingua italiana di L. C. Baudry del 1827. Da quel momento incominciò a prendere appunti per una recensione che sarebbe dovuta apparire nel primo numero della Rivista Italiana, una pubblicazione che intendeva dare voce a tutti gli esuli lombardi sparsi per l’Europa, la cui uscita era prevista nel settembre 1828 per i tipi della tipografia Ruggia di Lugano. Purtroppo quel giornale non vide mai la luce. Il clima intorno agli esuli infatti era divenuto sempre più pesante, probabilmente su pressione del governo austriaco che la Confederazione non voleva inimicarsi. Si dovette insomma rinunciare.

 

Sfumato il progetto, la recensione dello Scalvini rimase nel cassetto dell’editore Ruggia, che nel 1831 decise di pubblicarla sotto forma di opuscolo a sé stante con il titolo Dei Promessi Sposi di Alessandro Manzoni, firmato A.H.J., cioè anonimo. Naturalmente quando il saggio gli arrivò fra le mani, Manzoni ne avrà riconosciuto l’autore, ma gli convenne considerarlo appunto anonimo dal momento che la censura era dappertutto e opprimente, ogni singola parola veniva soppesata. Prudenza dunque, poiché, per esempio, in quelle pagine si poteva leggere fra l’altro: «Quali sono le cagioni che hanno fatto, e tuttavia fanno, sì disgraziata e sì vile l’Italia?». Il governo austriaco sapeva bene che cosa voleva dire quella domanda retorica. Manzoni lesse attentamente il libretto, forse stupito da tanta profondità interpretativa e alla fine, lusingato, scrisse sull’ultima pagina: «L’a leggiu anch’el bianc».


In che cosa consiste il bianco, il non scritto e il non detto che dovremmo essere capaci di leggere anche oggi? Nella rinuncia a difendere i diritti sociali, il lavoro, la salute, la cultura, la solidarietà, in cambio dei diritti individuali, ridotti in fin dei conti a chiacchiericcio politicamente corretto. Quando il lavoro sarà diventato una parte trascurabile dell’economia, la salute trasformata in un prodotto acquistabile soltanto dai privilegiati, la cultura solo un investimento redditizio, la politica un misto di furbizia e ignoranza, a quel punto non serviranno più nemmeno i diritti individuali, ma quale privacy, saremo tutti merce. Che cosa avrà pensato in realtà il ministro tedesco, vergognandosi un po’ perché in fondo era un socialista, mentre pronunciava quella frase sui diritti degli omosessuali? Ecco: «Noi faremo sempre alleanze con chi è contro i diritti dei lavoratori».

Pubblicato

Giovedì 16 Gennaio 2020

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