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Amianto

Le vittime chiamano gli industriali alla cassa

Chiesta l'istituzione di un Fondo per il risarcimento

di

Claudio Carrer

Silenzio: ora parlano le vittime. Dopo la storica sentenza della Corte europea dei diritti dell’uomo che costringerà la Svizzera a rivedere le sue norme in materia di prescrizione e che consentirà finalmente ai lavoratori e ai cittadini avvelenati dall’amianto utilizzato in passato dalle aziende elvetiche di far valere le loro giuste pretese di risarcimento, molte persone colpite tornano a sperare nella giustizia e ritrovano il coraggio di alzare la voce, di formulare rivendicazioni all’indirizzo della politica e dei responsabili della tragedia. A cominciare da quella che chiede la costituzione di un Fondo nazionale d’indennizzo per tutte le vittime dell’amianto.

 

Un fondo che dovrà essere interamente finanziato dalle industrie, comeè stato affermato forte e chiaro sabato scorso a Näfels (Glarona) nell’ambito di un’affollata assemblea pubblica (foto in alto) tutta dedicata al tema del riconoscimento dei diritti degli esposti all’amianto e dei loro familiari. Da queste parti ve ne sono tanti: «Siamo a Glarona, nella patria di questo dramma universale», ha esordito Franco Basciani, organizzatore della serata ed ex operaio del vicino stabilimento Eternit di Niederurnen (sede storica della multinazionale dell’amianto) nel ringraziare i rappresentanti delle associazioni (svizzere e italiane) presenti e soprattutto i cittadini della regione. Cittadini che con la loro presenza «contribuiscono a rompere quel muro di omertà» tipico di questa piccola realtà della Svizzera centro-orientale. Anche se può sembrare assurdo a quasi 25 anni dalla messa al bando dell’amianto, nel Canton Glarona il tema è ancora tabù sia nelle istituzioni sia nella società civile.


Succede così che il Parlamento cantonale si rifiuti di fare luce sul ruolo avuto dallo Stato in relazione ai danni alla salute di lavoratori e cittadini provocati da quasi un secolo di uso industriale dell’amianto nella fabbrica di Niederurnen: la proposta di istituire una commissione indipendente d’inchiesta, ha denunciato il deputato socialista e autore della stessa Marco Kistler, è stata bocciata «senza alcuna discussione»; «nessun deputato che l’ha combattuta ha avuto il coraggio di difendere le sue ragioni davanti al plenum».


Ma c’è di peggio: alla vigilia della serata che qui raccontiamo, numerosi dipendenti della Eternit Schweiz AG (la società oggi proprietaria dello stabilimento che fu della famiglia Schmidheiny) sono stati “invitati” dai loro superiori a starsene a casa, mentre gli autori del documentario "Eterneide” (che racconta le storie e i drammi degli ex operai pugliesi dell’Eternit nel frattempo rientrati in patria e abbandonati al loro destino di condannati a morte) sono stati oggetto di “attenzioni” da parte dei legali dell’azienda che non gradivano l’idea di una proiezione del film in terra glaronese. E ancora: alla serata erano stati invitati anche tre “autorevoli” medici della regione, ma di loro non si è vista nemmeno l’ombra. Come se la salute dei loro concittadini non fosse affare loro... Qui è così che vanno le cose.


Nonostante tutta questa ostilità, la serata è stata un successo senza precedenti: c’erano almeno una sessantina di persone a guardare il toccante documentario e ad ascoltare le spiegazioni dell’avvocato zurighese David Husmann (autore del ricorso vinto davanti alla Corte di Strasburgo, si veda area del 14 marzo 2014) sugli effetti pratici della citata sentenza sulla prescrizione. Una sentenza che una volta cresciuta in giudicato (l’Ufficio federale di giustizia potrebbe interporre un ulteriore ricorso, vedi riquadro sopra) spalancherebbe le porte all’avvio di centinaia di cause di risarcimento, sia contro Eternit e tutte le imprese che hanno esposto lavoratori e cittadini alle micidiali polveri di amianto sia contro la Suva, l’istituto svizzero di assicurazione contro gli infortuni e le malattie professionali, per essere venuta meno ai suoi doveri di controllo in materia di sicurezza sul lavoro.


Proprio in quest’ottica, è di fondamentale importanza la grande voglia di unità e di collaborazione manifestata da tutte le realtà presenti all’assemblea di Näfels: le due associazioni svizzere delle vittime dell’amianto Ava e Caova, le organizzazioni consorelle attive in Europa (tra cui l’Afeva, il motore dell’esemplare battaglia per la giustizia condotta in Italia), le associazioni dell’emigrazione italiana in Svizzera e altri. «È nostro dovere unirci contro le imprese che hanno avvelenato lavoratori e cittadini», ha sottolineato Pierrette Iselin di Caova, argomentando sull’idea, divenuta una rivendicazione dell’assemblea, di costituire un fondo per il risarcimento di tutte le vittime (professionali e no) dell’amianto. Un fondo alimentato con i soldi degli industriali (cioè di «quelli che hanno creato il danno») e della Suva e non certo con il denaro pubblico, che significherebbe far pagare il disastro ai cittadini e alle vittime stesse.


La questione dovrà essere affrontata insieme con altre nell’ambito di una sorta di “tavola rotonda” che coinvolga le autorità federali, cantonali e comunali, così come i sindacati e le organizzazioni padronali, i medici e le associazioni degli esposti all’amianto: lo chiede l’assemblea di Näfels in una lettera aperta al Consiglio federale in cui sono elencate le principali rivendicazioni. In particolare: imprescrittibilità dei reati derivanti dall’esposizione dei lavoratori a sostanze nocive vecchie e nuove, indennizzo da parte della Suva di tutte le patologie asbesto-correlate (comprese le placche pleuriche), rafforzamento della prevenzione sui luoghi di lavoro, elaborazione di un piano di bonifica e smaltimento, impegno per la messa al bando dell’amianto a livello mondiale, promozione di una cultura imprenditoriale che privilegi il rispetto della salute delle persone e la tutela dell’ambiente e che tenga in considerazione non solo l’interesse al profitto di pochi.
«Ora tocca al Consiglio federale», concludono le associazioni presenti in un comunicato congiunto. Da Glarona è tutto. Per ora.

Pubblicato

Mercoledì 26 Marzo 2014

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