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Le vite interrotte di Seveso

di

Can Tutumlu
Maria Pirisi
Angela quel giorno la nube non l'ha vista. Dice che forse non c'è mai stata, che è stata l'invenzione di qualche giornalista che non sapeva come ammazzare il tempo. Ma se l'aveste potuta guardare anche voi negli occhi avreste capito che non la pensa davvero così. Angela si porta dietro il suo dolore e a volte gli si ribella in questo modo.
Lei non ne vuole sapere più niente di quello che è stato, di quello che si è scritto e che si è detto. Dei risarcimenti, delle malattie, dei bidoni pieni di diossina scomparsi e poi ritrovati a lei non importa nulla. Ci dice che la Givaudan non potrà mai risarcirla per quello che le è stato tolto.
Angela è una donna semplice e sensibile. «Ho fatto solo le medie», ci ha ripetuto più volte mentre stava seduta nel salone di casa sua. Sul balcone dell'appartamento dove abita non mancano mai i semi per gli uccellini. Gli ha messo anche una casetta di legno. Non vede l'ora che qualcuno di loro decida di abitarci. Sul tavolino in sala ha preparato delle fotografie e ha posizionato in ordine alcuni oggetti. «Vede, allora ero ancora una bella donna».
Nel 1976 Angela aveva 32 anni, nella foto che tiene fra due dita è ritratta insieme ad un giovane con la barba folta. La cinge alla vita. Aspettavano un bambino.
«Queste scarpine erano per lui, le ha fatte mia madre». Se fosse nato maschio l'avrebbero chiamato Guido, se invece fosse stata femmina Giulia «anche se al mio fidanzato non piaceva molto come nome». Della diossina a quei tempi si sapeva solo che era un potente veleno, che anche in piccolissime dosi era letale. Il tetraclorofenolo che si usava come base del disinfettante esaclorofene che ad alte temperature può diventare Tcdd (diossina). È tutto qui quello che veniva detto alla gente. Ma quali sarebbero state le conseguenze della nube sulla popolazione? Quali erano i possibili effetti sui nascituri? La scienza e i medici non erano in grado di fornire delle risposte. C'erano solo supposizioni, ipotesi e di conseguenza misure cautelative scoordinate. Le tute bianche sfregavano le pareti delle case coperti da capo a piedi e a pochi metri di distanza i militari dell'esercito italiano erano sprovvisti di qualsiasi tipo di protezione.
E in un'Italia in cui la questione aborto si era infiammata a Seveso, Meda, Cesano Maderno e Desio le autorità regionali consigliavano la popolazione di «astenersi dalla procreazione». Per le donne della zona già in attesa si cominciava a parlare di «aborto terapeutico». Nel territorio dove la diossina si era sparsa si poteva – Angela dice che si doveva – abortire. Lei è stata più volte dal suo medico in quel periodo.
«È vero che mio figlio potrebbe nascere deformato?».
«È vero che mio figlio potrebbe morire giovane di leucemia?».
«Dottore è vero che potrebbe essere ritardato?».
Sono queste le tre domande che Angela e il marito non hanno mai dimenticato. Ancora oggi si chiedono come sarebbe stato quel bambino. «Forse gli avremmo voluto bene anche se nasceva con tre braccia – dice e poi aggiunge –. Ma non me la sentivo di mettere al mondo una creatura in quelle condizioni».
Il medico allora le consigliò di rinunciare a quel figlio, avrebbero potuto averne altri in seguito, gli aveva detto per consolarli. Angela prende un'altra foto in mano. È quella del marito: «se non ci fosse stato lui sarei impazzita. Mi ha detto che anche senza figli dovevamo continuare a volerci bene». Fa una pausa prima di continuare il suo racconto. Controlla la casetta di legno, forse qualcuno ne farà un nido.
"Quell'altro figlio" non è mai arrivato. Il nome di Angela nell'Italia antiabortista era diventato di pubblico dominio. Tutti sapevano che lei aveva abortito. I nomi e cognomi finivano sulla stampa.
A distanza di 30 anni Angela è rimasta unita a quel giovane con la barba folta. Dice che a casa sua c'è troppo silenzio però. «Non c'è gusto a cucinare solo per due», aggiunge con un sorriso malinconico.

Vinta la causa, ma non ritirano i soldi

Ci sono 10 assegni da 5 mila euro l'uno che aspettano di essere ritirati, ormai sono lì da mesi. E probabilmente resteranno così come sono: i loro legittimi proprietari hanno paura della Givaudan anche se la giustizia italiana gli ha dato ragione sia in primo che in secondo grado. Non intendono incassare il risarcimento per il danno subìto per poi rischiare di vedersi annullare la decisione in Cassazione come è successo in una sentenza del 1997. Già, perché se da un lato è vero che la Roche (proprietaria fino al 2000 della Givaudan, che è ora un'impresa indipendente del gruppo) ha subito spruzzato parecchio denaro sul focolaio provocato dall'esplosione dell'Icmesa – circa 300 milioni di franchi –, dall'altro è altrettanto vero che ha agito con una furbizia giuridica senza pari. Ha tacitato sin dall'inizio il contenzioso con i Comuni, la Regione Lombardia e lo Stato italiano con un compromesso raggiunto nelle prime battute dell'iter giudiziario. Le grosse cause sono state così immediatamente chiuse. Ma non solo, ha specialmente trattato singolarmente ogni caso. "A ciascuno il suo" in Brianza è diventato in definitiva un "tutti contro tutti" e questo i legali della Roche – i migliori sia sulla piazza italiana che internazionale – lo sapevano molto bene. Perché se andate a Seveso e chiedete dell'incidente della diossina, di una cosa potete essere certi: la gente prima o poi vi dirà questa frase "qualcuno però ci ha guadagnato sopra".
Uno dei grandi capitoli del contenzioso sulla diossina che restano ancora oggi sul tavolo sono i risarcimenti per torto morale. Nel 1994 un gruppo di persone aveva ricevuto proprio per questo tipo di danno una piccola somma. Fra questi c'era anche la famiglia del signor Domenico Auletta alla quale era stato riconosciuto il diritto ad un risarcimento di 10 milioni di lire. Nel 1997 la terza istanza giudiziaria italiana, la Cassazione, aveva però deciso che il torto morale non sussisteva in quanto non c'è stato danno biologico direttamente riconducibile all'incidente. Ora la Roche chiede indietro agli Auletta – che hanno un reddito in famiglia di 1'500 euro al mese – la somma elargita. Che con gli interessi è diventata nel frattempo di 16 mila euro.  Gli Auletta non hanno potuto far fronte alla richiesta della multinazionale Svizzera che ci è andata con la mano pesante: ha pignorato 19 metri quadrati del salone di casa Auletta che ne misura 20. Ora questo spazio appartiene al colosso della farmaceutica. Ad altre ulteriori 21 famiglie è stato chiesto di rifondere il dovuto con le stesse motivazioni che per gli Auletta. Ma perché tanto accanimento? E cosa c'entra questo con gli assegni non ritirati?
Per Gaetano Carro, il presidente del Comitato 5D (Difesa dei diritti dei danneggiati dalla diossina) che custodisce gli assegni, la questione è chiara: «è un deterrente per chi ha delle cause in corso o per chi vorrebbe intentarne di nuove. Il messaggio è chiaro. E devo dire che la strategia di questi signori ha avuto un certo successo. Lo provano queste somme che non vengono ritirate. Nel 1997 la Cassazione negava il diritto al risarcimento per torto morale legandolo in maniera indissolubile al danno biologico. Nel frattempo la giurisprudenza è mutata: il torto morale può essere riconosciuto in maniera indipendente. Ciò nonostante c'è chi non ha il coraggio di ritirare questo denaro. L'atteggiamento ondivago della giustizia italiana non è stato d'aiuto alla popolazione colpita. È una situazione paradossale. C'è anche chi mi ha telefonato chiedendo di essere tirato fuori dal comitato. Chi ha ancora delle rivendicazioni cozza contro un muro di gomma che non è solo quello della Givaudan, ma anche delle autorità italiane che tacciano come speculatore qualunque cittadino che non ha ancora chiuso con la diossina».

Sotto osservazione


Che la diossina possa essere un killer subdolo e sfuggente lo si sta provando negli ultimi anni. Questa sostanza tossica colpisce a volte in tempi lunghissimi, in modo non diretto e spesso facendo confondere le sue tracce: è difficile sapere quante siano state finora le sue vittime.
A Seveso gli scienziati continuano a cercare le prove, perché questa zona – dopo il disastro del 1976 – è stata ed è il punto di riferimento per i più importanti studi epidemiologici in materia, una sorta di immenso laboratorio umano da cui sono emersi dati essenziali. «Proprio lo scorso giugno si è tenuto a Milano un congresso dove l'epidemiologo Pieralberto Bertazzi ha esposto dei dati da cui risulta che c'è stato un aumento di leucemia e linfomi fra gli abitanti anche della zona A (la zona più contaminata dalla diossina, ndr). Dati che confermano quanto scoperto nel 1997 dall'Agenzia internazionale per la ricerca sul cancro di Lione e cioè che la diossina è un agente cancerogeno», ci ha spiegato il professor Paolo Mocarelli, del Dipartimento universitario di patologia clinica dell'ospedale di Desio. A lui si deve un'importante scoperta: l'effetto sregolatore della diossina sul sistema riproduttivo maschile indotto a generare soprattutto femmine. Un risultato, questo, a cui lo scienziato pervenne grazie innanzitutto ad un'intuizione che ebbe in quei giorni di grande concitazione e paura. «Quell'estate del '76 – racconta Mocarelli – venni chiamato urgentemente  perché le autorità volevano che si facesse un accurato controllo medico a tutti gli abitanti che dalla zona A dovevano essere sfollati. Ripulirono due aule della Scuola media di Seveso (in via Besazio) e nel corso di una notte portammo tutto l'occorrente per le analisi mediche».
A quei tempi non si sapeva ancora come misurare la concentrazione di diossina nel corpo. «Decisi perciò – ricorda il professore –, e su due piedi, di congelare campioni di sangue e liquido spermatico  in attesa che la scienza scoprisse il modo di farlo». Ci arrivarono gli americani e, anni dopo, il professor Paolo Mocarelli e la sua équipe poterono cominciare a studiare le conseguenze sui 750 abitanti provenienti dalla zona A, la più contaminata e i 40 mila residenti nei territori limitrofi, meno contaminati. Studi dai quali è emerso che i genitori esposti alla diossina fra il 1976 e il 1977 hanno generato molte più bambine che non bambini. In particolare, i campioni di sangue prelevati a 239 uomini e 296 donne, esposti all'agente inquinante fra il 1977 e il 1996, hanno dimostrato che i padri che all'epoca del disastro avevano meno di 19 anni (e nel cui sangue presentavano una concentrazione più forte di diossina che in altri uomini) generavano  molte più femmine rispetto ad altri uomini meno esposti o non esposti affatto (in proporzione 162 figlie contro 100 figli quando il rapporto nelle gravidanze  normali è di 106 femmine a 100 maschi). «Abbiamo constatato che l'effetto della diossina permane nelle donne per circa 9 anni – precisa lo scienziato – mentre nei maschi per circa 7. Non possiamo dire se questi effetti perdurino tutt'ora anche perché in questo senso la raccolta di dati si è conclusa nel 1996. Stiamo però attualmente portando avanti delle ricerche sul liquido seminale maschile e presto avremo delle indicazioni sugli effetti che gli agenti inquinanti hanno sulla diminuzione degli spermatozoi, un accusato fra i quali è proprio la diossina».
Studi, dati, analisi per capire e tenere a bada il "mostro del veleno", per capire le sue strategie e combatterle. «Non avremmo potuto concludere nulla – ci tiene a dire il professor Mocarelli – se non ci fosse stata la grande disponibilità della popolazione. Circa vent'anni dopo i primi prelievi ho contattato personalmente e telefonicamente le stesse persone (circa 900 in totale, ndr) per sottoporle a nuove analisi e a un questionario di oltre 200 domande. Ebbene, pur trattandosi di indagini mediche intime e delicate, quali la sfera sessuale, ben l'80 per cento degli interpellati ha risposto positivamente all'appello. Sulla paura di riaprire un'antica ferita ha prevalso la generosità e ciò che attualmente sappiamo lo dobbiamo soprattutto a quelle donne e a quegli uomini. Ancora oggi, come allora, il mio grazie va soprattutto a loro».

Pubblicato

Venerdì 7 Luglio 2006

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