< Ritorna

Stampa

 
Italia di Renzi

Le vecchie politiche dell'uomo nuovo

di

Loris Campetti

La nuova Italia di Matteo Renzi si inquadra, sia pure con un linguaggio diverso e una pratica autoritaria non edulcorata da liturgie concertative, all’interno del cammino neoliberista dell’Europa. Concretamente, proviamo ad analizzare alcuni degli “strappi” operati dal conducator fiorentino.

 

Deregulation del mercato del lavoro alla spagnola, un modello suggerito dal Gotha della via finanziaria al capitalismo, che con le politiche di Aznar e Zapatero ha imposto la precarizzazione di massa per poi portare la disoccupazione a cifre record. La flexicurity si traduce con il massimo di precarietà e il minimo di sicurezza, come testimoniano le conseguenze delle politiche di centrodestra e di centrosinistra.


Sistema elettorale alla turca, con soglie di sbarramento rispettivamente del 4% e 8%, a seconda che un partito si presenti in coalizioni o in solitaria, e addirittura del 12% per la coalizione. Guai al partito unico, idea sconfitta dalle macerie del muro di Berlino, ma guai anche a più di due partiti.


Concezione della democrazia all’americana, dove se vota il 50% si fa festa e i partiti sono ruote del carro dei poteri forti; infatti il presidente può anche essere segretario di un partito chiamato in causa solo per organizzare le kermesse elettorali con i pompon. Se l’1% dei più ricchi può dettare le sue leggi al 99% dei poveri, perché meravigliarsi se anche in politica a decidere è una minoranza, se non un uomo solo? In America, intesa come Stati Uniti, la diseguaglianza è legge, chi non ce la fa se ne torna a casa (se non se l’è già venduta), va avanti solo chi se lo merita e a decidere meriti e demeriti sono poteri forti e lobbies. In compenso, chi evade il fisco va in galera.


Nel suo viaggio iniziatico a Bruxelles, Matteo Renzi non ha spaventato la macchinista Angela Merkel, non l’ha chiamata “culona”, non ha dato del “capò” a Martin Schulz, non ha fatto le corna a nessuno e si è limitato ad abbottonarsi male il cappotto. Promette “riforme”, vuole il “cambiamento”, ha “fretta”, si batte contro i “conservatori”. Come direbbero i Chicago boys, vuole “affamare la bestia” (la spesa pubblica), ma precisa che la bestia produce anche servizi essenziali che non possono essere del tutto eliminati. Insomma, vuole liberismo con moderazione, dove a fare i moderatori non sono le rappresentanze sociali, storicamente conservatrici, bensì il Premier, deus ex machina che accentra ogni decisione e agisce per decreti legge. Non spaventa i macchinisti europei poiché promette il rispetto delle regole inique (fiscal compact che con il voto unanime di centrodestra e centrosinistra è entrato in Costituzione, spending review da paura, tetto insuperabile del 3% nel rapporto deficit-pil) ma dice con orgoglio che non prenderà ordini da nessuno, tanto dirlo non costa nulla.
Matteo Renzi, un uomo solo al comando e non è Fausto Coppi. Vuole cambiare tutto, volti nuovi e largo ai giovani, peccato che i giovani dovranno fare i conti con contratti a termine rinnovabili fino a 8 volte in tre anni, con pochi diritti e se prima dello scadere dei tre anni i loro padroni decidono di non assumerli con contratto a tempo indeterminato, liberi di farlo. Così si fa ripartire un mercato del lavoro in stato comatoso, in una giungla di tutti contro tutti, il più forte mangia il più debole in una sciagurata guerra tra poveri in cui nessuno è più garantito. Salvo il padrone.


Tolte di mezzo le rappresentanze sociali con parole d’ordine molto popolari, visto quel che sono diventate e di conseguenza, come sono percepite nell’immaginario collettivo: chi rappresentano oggi i sindacati, prigionieri di antiche culture spazzate via dal liberismo e dalla crisi, incapaci di globalizzarsi per difendersi dalla globalizzazione? E chi rappresentano le associazioni imprenditoriali? Chiedetelo a Sergio Marchionne, che ha fatto marameo a Confindustria. Renzi risponde solo al popolo, anche se è diventato premier grazie a un golpe e non al voto popolare. Al popolo parla quando decide di tagliare le tasse dei lavoratori dipendenti aumentando di 80 euro mensili le povere buste paga; o quando decidere di alzare il prelievo fiscale sulla rendita finanziaria di 5-6 punti portandola in un colpo solo al 26%; o quando decide di eliminare il Senato elettivo, sostituendolo con una rappresentanza territoriale non retribuita di regioni e grandi comuni; o quando pretende di mettere un tetto ai salari osceni dei dirigenti pubblici, provocando l’ira del gran capo delle Ferrovie Moretti (873.666 euro l’anno, per un’ora di lavoro incassa quel che un semplice ferroviere porta a casa in cinque giorni) che minaccia di andare all’estero o dai privati, lui che da piccolo faceva il segretario della Cgil trasporti. La reazione popolare contro Moretti, l’uomo dell’alta velocità pagata con il taglio dei treni per i pendolari, testimonia il consenso diffuso al decisionista Renzi.


Infine, l’ex sindaco di Firenze sembra voler fare sul serio (ma siamo solo alle premesse, anzi alle promesse) nella lotta all’evasione fiscale. E siccome mettere le mani in tasca agli evasori è tutt’altro che semplice e rapido, intanto si parla di bastonare i soliti noti con tagli al welfare, ai comuni, alle pensioni. Popolare è invece l’orientamento del governo a tagliare le spese militari e a dimezzare il numero dei bombardieri F35.


La paura della destra, che da Parigi ha dato l’allarme a tutta l’Ue, porta inevitabilmente al centro del dibattito italiano le prossime elezioni europee che vedranno al centro proprio le tematiche del lavoro e delle politiche economiche. La lettura mediatica dello scontro tra europeisti (centrodestra e centrosinistra) e antieuropeisti (destre, nazionalisti, teorici delle piccole patrie, messi confusamente insieme alle sinistre antiliberiste coalizzate intorno alla candidatura di Alexis Tsipras, leader della coalizione greca Syriza) è schematica e deviante. Se è vero che non ci sono forti differenze tra politiche economiche di centrodestra e centrosinistra, alias tra popolari e socialisti, è altrettanto vero che a differenza delle destre (e di Grillo) Syriza non è antieuropea, non vuole l’uscita dall’euro, non è per chiudere le frontiere ma al contrario si batte per una modifica radicale delle regole che hanno strangolato i popoli europei per salvare le banche e aumentare le diseguaglianze: è per l’Europa sociale, l’europeizzazione del debito, per l’abolizione del fiscal compact, per il rilancio dell’economia attraverso uno sviluppo sostenibile con la ripresa degli investimenti e la difesa del welfare. L’opposto della strada imboccata dall’eurocrazia in un continente falcidiato da disoccupazione e precarietà, in cui si allunga l’età pensionabile, si incentivano gli straordinari invece di ridurre l’orario di lavoro e ripristinare criteri di solidarietà.

 

Pubblicato

Mercoledì 26 Marzo 2014

Edizione cartacea

Leggi altri articoli di

< Ritorna

Stampa

Abbonati ora!

Abbonarsi alla versione cartacea di AREA costa soltanto CHF 60.—

VAI ALLA PAGINA

L’ultima edizione

Quindicinale di critica sociale e del lavoro

Pubblicata

Giovedì 2 Dicembre 2021