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Le università al concorso di Miss Bologna

di

Alberto Bondolfi
Diversi settimanali svizzeri pubblicano i risultati di vari studi attorno al livello di qualità offerto dalle singole università e scuole superiori in Svizzera. Non è una novità, anche se questi studi con il tempo si sono affinati e differenziano il loro giudizio guardando ai vari tipi di studi ed inquadrando anche aspetti non direttamente scientifici come la qualità dell’inquadramento degli studenti e le proposte culturali offerte dai vari ambienti universitari. Ognuno di noi, spinto da vari tipi di campanilismo va a vedere subito come va il Ticino e le sue scuole superiori, oppure l’Università in cui opera. La distanza dai “concorsi di bellezza” che animavano la nostra curiosità di adolescenti quando sfogliavamo i settimanali non è davvero molto lontana. Ma non sarebbe serio snobbare troppo in fretta questi studi ed anche i reportages giornalistici che ce li rendono appetibili. Le Università del nostro paese, come del resto anche le altre in tutta Europa, si trovano implicate in un grande processo di rinnovamento e di ristrutturazione che va sotto il nome di “riforma di Bologna”. Il segno più evidente di questa trasformazione è dato dai nuovi titoli di studio rilasciati dai vari atenei: il cosiddetto “bachelor” ed il “master”. Nomi di lingua inglese ma che richiamano i classici nomi latini già presenti nell’Università medievale. Le opinioni attorno a questa riforma sono molto variegate e non riuscirò evidentemente in una colonna di area a dire la mia con sufficiente dovizia di particolari. Mi preme solo evocare alcuni processi legati a questa riforma anche se con essa non del tutto complici. Una prima intuizione che sta alla base di tutto il “processo” di Bologna è che “il tempo è denaro”. Gli anni universitari non possono più essere concepiti come un tempo particolare, uno spazio di libertà e creatività disinteressato poiché non legato a prestazioni precise. Certo, sempre ci sono stati esami e tempi limiti per studiare, ma soggettivamente questo tempo è stato vissuto da parte di molti di noi come un “tempo liberato”. La riforma prevede invece tempi ben regolati ed una partecipazione all’insegnamento mediante lavori personali da parte di ogni studente. Tutto questo è positivo anche se i meccanismi di accompagnamento e controllo richiedono molte energie e soprattutto personale supplementare. Già qui si manifesta la prima difficoltà: le nostre università hanno introdotto i nuovi meccanismi senza poter subito aumentare il personale necessario e quindi la macchina si è subito “ingolfata”. Questa riforma è seguita da vicino dalle amministrazioni universitarie e dall’amministrazione federale. Per poterla valutare mentre essa si sta implementando bisogna continuamente chiedere ai vari attori cosa ne pensano. Questionari di ogni tipo invadono i tavoli dei docenti ed attendono di essere compilati... Economizzazione e burocratizzazione del sapere dunque? Sì, anche se non del tutto. Continuerò dunque a collaborare positivamente al “processo di Bologna”, anche se i “concorsi di bellezza” della passata gioventù provocavano maggior entusiasmo.

Pubblicato

Venerdì 15 Aprile 2005

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