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Le rose e le spine

di

Françoise Gehring Amato
«Se le donne vogliono tutto si ferma». Suonava così lo slogan del primo sciopero nazionale delle donne svizzere che nel 1991 avevano deciso di protestare contro le persistenti discriminazioni nel mondo del lavoro. Di acqua ne è passata sotto i ponti e la situazione, a parte qualche eccezione, non è un granché migliorata. Neppure le nuove «armi» dell’arsenale giuridico – alludiamo in particolare alla legge federale sulla parità – sono servite a far progredire qualitativamente e quantitativamente la causa delle donne. Nelle posizioni dirigenziali le donne continuano ad essere sottorappresentate e costituiscono sempre l’anello debole della catena nelle professioni poco qualificate. Il lavoro su chiamata, una delle forme più aberranti di precarietà e di flessibilità, interessa prevalentemente le donne che pagano quasi sempre per prime il prezzo delle fluttuazioni del mercato del lavoro. Questa situazione non ci sta bene e i progressi, seppur oggettivi, compiuti sulla strada della parità non bastano. Qualche vittoria sul cammino Purtroppo dobbiamo ancora costatare che le raccomandazioni delle istanze che promuovono la causa delle donne, sia per quanto concerne il mercato del lavoro sia per ciò che riguarda la rappresentanza delle donne in politica, non sono mai veramente ascoltate. Se ne prende atto, quasi per buona educazione, e poi si continua ad andare avanti senza grandi cambiamenti. Ci si consola allora pensando che il raggiungimento della parità tra donne e uomini rappresenta una vera rivoluzione culturale (in senso lato) e pertanto occorre avere pazienza. Perché le mentalità non si cambiano facilmente. Può darsi, ma l’attesa lascia l’amaro in bocca soprattutto perché è legata ad una chiara mancanza di volontà politica, specialmente dalla parte degli uomini, e ad un senso di rassegnazione, che colpisce le donne, molte delle quali sono stanche di dover lottare per, finalmente, rimanere sostanzialmente sul posto. Certo, la vittoria delle donne sul terreno dell’interruzione della gravidanza costituisce un indubbio passo avanti e rappresenta senz’altro un messaggio di coraggio per tutte coloro che lottano per la parità dei diritti. Tanto più che si tratta di una vittoria sulla mentalità della gente, quindi di una vittoria culturale e sociale con la quale si ribadisce il diritto all’autodeterminazione della donna. L’importanza di questo recente successo – ma quanta fatica! – è davvero molto forte, specialmente se si considera che gli avversari dell’interruzione della gravidanza hanno tentato fino all’ultimo di contrapporre il discorso della cultura della morte alla libertà di scelta della donna facendo leva sulla presunta inadeguatezza della donna a prendere una decisione responsabile. Anche questa è una forma di discriminazione, e neppure troppo sottile. Ma ce ne sono molte altre. Ed è proprio nelle discriminazioni mascherate che risiede il maggiore pericolo: si fa credere all’altra metà del cielo che tutto «va bene» mentre in realtà non è così. Un recente libro dedicato al peso delle apparenze (Jean-François Amadieu, Le poids des apparences: beauté, amour et gloire, ed.Odile Jacob, 2002) smaschera, per esempio, un atteggiamento inconscio, di cui nessuno osa parlare apertamente: i belli e le belle sono socialmente privilegiati, mentre i brutti e le brutte discriminati. Vittime per eccellenza di questa visione «estetico-manicheista» le donne: subiscono più degli uomini i modelli culturali e sono costantemente confrontate con immagini di donne scultoree, praticamente perfette e assolutamente inaccessibili. Siamo di nuovo ai piedi della scala? Sembra proprio di sì: agli uomini (brutti compresi, quindi) si riconoscono le capacità intellettuali, alle donne si chiede di essere belle. E capita ancora, sfogliando i giornale, di leggere negli annunci di lavoro «riservati» alle donne la richiesta della «bella presenza». Se poi in più sono servizievoli e sottomesse meglio ancora. Il modello di donna «oggetto da esibire» è, insomma, tutt’altro che scomparso. Se, teoricamente, il discorso femminista è più o meno accettato da una parte degli uomini, concretamente una donna emancipata infastidisce. E molti sognano un suo ritorno alla funzione di «angelo del focolare», guardiana della «casa-tempio». Ma tutto ciò non si dice perché non sarebbe «politically correct». Ma è davvero emancipazione? A ben vedere, insomma, la situazione delle donne in Svizzera – come in altri paesi – invece di progredire compie passi indietro. Le spine coprono sempre di più le rose e fanno sempre più male. La globalizzazione dell’economia, che punta tutto sulla ricerca esasperata del profitto, pesa infatti come un macigno sulla condizione femminile. In un’economia che viaggia sempre più rapidamente la donna fatica a trovare un suo posto costretta com’è ad assumersi due se non tre ruoli quali «lavoratrice-sposa-madre». Se il lavoro ha potuto rappresentare una forma di emancipazione – l’accesso al mercato del lavoro da parte delle donne è stato indubbiamente una conquista, specialmente per la loro indipendenza – oggi diventa strumento di alienazione, insomma non libera più: lo spazio per lo sviluppo personale viene a mancare e la dimensione delle relazioni sociali e affettive è totalmente stravolto dal sistema economico che detta impietoso le sue leggi violando persino l’intimità delle persone. Le donne, insomma, si accorgono di essere ridotte a materiale di consumo e di rapina da parte delle imprese. Ed ecco, quindi, che ci si rende conto che questo sistema economico ha in realtà emancipato le donne come forze produttive. Gli esempi, in Svizzera come altrove, non mancano. Nel giorno dell’anniversario del 14 giugno, che fu un giorno di festa undici anni fa, la costatazione sullo stato della condizione femminile è dunque amara: la dignità professionale e personale della donna viene costantemente calpestata da padroni, capi e colleghi; le donne sposate vivono tra l’incudine della disponibilità totale al lavoro e il martello delle cosiddette «faccende domestiche»; le giovani sono spesso disincantate e non hanno più fiducia nel futuro. E poi ci sono loro, le immigrate, le clandestine, esposte agli abusi della «moderna» schiavitù. Ritrovarsi per ripartire Ritrovarsi come donne, in un mondo maschile, come fare, da dove ripartire? Proponiamo, come piste di riflessione per illuminare un po’ questo 14 giugno, le parole della femminista Dolores Ritti a cui affidiamo, in fondo, la conclusione. «Col suo lavoro pagato, la donna è in grado di garantirsi da sé la sua sicurezza e il suo futuro, e la rottura della dipendenza economica può diventare il momento di una possibile libertà. Ma il sistema economico e la società che nel loro sviluppo hanno offerto alle donne l’opportunità di un lavoro le hanno d’altra parte coinvolte in un meccanismo molto rigido e frustrante di prestazioni prive di contenuto. Da qui un rapporto strumentale e provvisorio con l’attività svolta che spiega come mai siano moltissime quelle che, alla prima occasione, lasciano il posto per esercitare ruoli considerati più gratificanti in famiglia. Purtroppo l’accesso a una maggiore libertà ai margini della gerarchia del lavoro, e l’accesso per quanto timido al consumo, non aumentano il senso della vita, senso che non si sa dove trovare se non in una riconferma della propria identità sessuale, la sola che sempre abbia corso all’interno del mondo dei valori costituiti».

Pubblicato

Venerdì 14 Giugno 2002

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