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Le rive pubbliche dei laghi non si muovono

Dopo la scomparsa di Arigoni, nessuno fa pressing

di

Francesco Bonsaver

«Si alimentano sentimenti di disillusione. Da un lato sembra che tutto questo non avrà mai fine e dall'altro che alcune occasioni possono essere state perse». Rispondeva così Moreno Celio alla nostra domanda sui tempi lunghi nel garantire una crescita sostanziale delle rive accessibili a tutti. Era il 2006 e Celio dirigeva la Sezione dello sviluppo territoriale.

Celio ora occupa un’altra funzione, ma il sentimento di disillusione di cui parlava si è allungato a dismisura. Salvo qualche sporadica lodevole iniziativa di pochi comuni, i laghi ticinesi continuano a essere in buona parte inaccessibili alla popolazione.


La fruibilità delle rive non è certo una priorità nel Ticino di oggi. Ma non può neanche essere un diritto esclusivo dei facoltosi possidenti di ville al lago, mentre il resto dei cittadini non può accedere a quello che è una loro proprietà. Altrimenti diventa inspiegabile perché il Cantone abbia speso discrete risorse finanziarie e incalcolabile tempo dei funzionari per allestire censimenti, studi e analisi sul tema senza che oggi si vedano dei risultati. Spontaneo sorge il dubbio di un esercizio alibi, tutto a spese dei contribuenti. Senza contare gli oltre due miliardi di franchi pubblici utilizzati per risanare i laghi.


Da quando scomparve in un incidente nel 2010 l’operaio e granconsigliere Bill Arigoni, nessun parlamentare ha proseguito la sua lotta per garantire l’accessibilità a quel bene pubblico che sono i laghi della nostra regione. Oltre a essere per legge di proprietà di tutti i cittadini, il libero accesso al bene pubblico riveste un’importante funzione di attrattività turistica. Ne erano convinti anche i parlamentari cantonali, quando nel 2002 approvarono una mozione di Arigoni che dava al Cantone la competenza sulla materia rispetto ai comuni, invitandolo ad «allestire un piano d’investimenti con scadenze precise entro un anno». Per la cronaca, anticipiamo che nemmeno undici anni dopo il piano d’investimenti ha visto la luce.


Melano, i fratelli e l'avvocato

Emblematico è il caso di Melano, comune affacciato sul lago di Lugano, di cui 13 ettari di terreno a bordo lago erano stati indicati nel Piano direttore cantonale del lontano 1990 quale «zona svago a lago di interesse regionale». Sul caso Melano, Celio giustificava ad area il ritardo con il «lungo iter del processo pianificatorio». Un iter lunghissimo, poiché sette anni dopo aver rilasciato quell’intervista non si è ancora concluso.


La realtà è che nella vicenda s’intersecano interessi economici privati e nomi eccellenti. A metà anni 2000, i fratelli Casoni, proprietari dei 13 ettari destinati a uso agricolo, volevano costruirvi delle palazzine. Li rappresentava (e li tutela tuttora) l’avvocato Fulvio Pelli, consigliere nazionale e allora presidente del Partito liberale svizzero. In paese si dice che a seguito di accordi presi con esponenti del governo cantonale, il comune di Melano aveva inserito nel suo piano direttore la seguente proposta: 10 ettari sarebbero stati venduti a prezzo simbolico al Cantone per farne un accesso pubblico al lago, mentre nei tre ettari rimanenti i Casoni avrebbero potuto edificare, guadagnando così un buon gruzzoletto.


Nel 2008, cambia la composizione del governo e il Dipartimento del territorio rifiuta il piano regolatore comunale, chiedendo a Melano di indicare altri 3 ettari di terreno da trasformare da edificabile in agricolo in compensazione ai 3 ettari dei fratelli Casoni. Il Cantone, spazientito della situazione di stallo e del sovrapporsi d’interessi, come da sua facoltà, ipotizzava di allestire per l’intero comparto un Piano di utilizzo cantonale (Puc), uno strumento per vincolare un terreno a un utilizzo ben definito di interesse generale, in grado di bloccare ogni tipo di speculazione. Poiché quella zona era stata definita d’interesse regionale ben 23 anni fa, non ci sarebbe stato nulla di anomalo. Eppure, cinque anni dopo la presunta adozione di un Puc, siamo ancora allo stesso punto. Quella riva è inaccessibile.
Interpellati da area il Comune e il Cantone, entrambi tranquillizzano: la soluzione è stata individuata e dovrebbe arrivare a breve. Proprio come avevano risposto cinque anni fa.

Piano direttore e soldi

Alle sollecitazioni del deputato Arigoni, l’autorità rispondeva puntualmente che mancava sempre qualcosa per poter agire. L’ultimo tassello fu il Piano Direttore cantonale, approvato nel 2008 dal Gran Consiglio. L’allora capo dell’autorità cantonale preposta, Moreno Celio, entusiasta commentò ad area: «Anche a noi piacerebbe essere più rapidi, ma il processo è lungo. Ora però possiamo affermare che gli elementi per poter prendere delle decisioni, stabilendo a livello politico le necessarie priorità, ci sono tutti». Infatti, la scheda P7 del piano direttore indica nel dettaglio quali compiti l’autorità cantonale deve adempiere per raggiungere l’obiettivo di fruibilità pubblica dei laghi regionali.


A cinque anni dalla sua approvazione, dei dodici compiti indicati, solo uno è stato realizzato. E non riguarda l’accesso alle rive, ma la protezione naturalistica dei laghi, in particolare quello di Muzzano.
L’autorità cantonale preposta, più volte sollecitata da area, ha risposto via mail senza elencare nessuna realizzazione, riferendosi invece «a progetti e approfondimenti» in corso su un paio di punti indicati dal Piano direttore. Per il resto si ammette di «non aver raggiunto risultati concreti».


Nei fatti, le uniche rive restituite alla cittadinanza nell’ultimo lustro sono frutto dell’iniziativa di alcuni comuni (Brusino, Riva San Vitale e Vira Gambarogno), che in ragione dei loro scarsi mezzi finanziari, hanno ricorso ai sussidi cantonali. Nessuna iniziativa invece dal Cantone, sebbene nel volere dei deputati quest’ultimo avrebbe dovuto assumere la regia delle operazioni. Dalla sezione sviluppo territoriale fanno sapere di aver riattivato lo scorso febbraio un gruppo di lavoro specifico.


Anche per finanziare il recupero delle rive era stato trovato il fondo a cui attingere: le entrate demaniali. Poiché il lago è una proprietà pubblica e la sua altezza varia, un Tribunale aveva definito quale fosse l’altezza con cui definire la proprietà collettiva. Per il Ceresio è 271,20 metri sopra il livello del mare, 194,50 per il Verbano. Questi limiti territoriali del demanio pubblico hanno generato nuove entrate fiscali tra i sei e sette milioni ogni anno. «Mantenendo il necessario realismo, l’ipotesi di un fondo specifico per il recupero e la valorizzazione delle rive rientra in questo ordine di idee e consentirebbe un’azione più diretta e propositiva da parte del Cantone», rispondeva il governo  a una interrogazione di Arigoni. Era il 2008. Oggi la sezione sviluppo territoriale informa che la modalità di finanziamento «comporta in questo momento non poche difficoltà». Chissà come avrebbe reagito Bill Arigoni.

Pubblicato

Giovedì 4 Luglio 2013

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