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Le radici rosse del presidente

di

Maria Pirisi
Il 9 maggio Werner Carobbio diventerà presidente del Gran consiglio ticinese. Chissà quale dei numerosi ricordi attraverseranno la mente dell’esponente del Partito socialista ticinese nel giorno dell’insediamento. Una carica che giunge dopo 50 anni di intenso impegno politico costellato di avvenimenti, ruoli importanti, battaglie e mutamenti che il granconsigliere ha vissuto da protagonista. L’ultima, la votazione dell’8 maggio sull’iniziativa Mps “I soldi ci sono” da lui sostenuta e che se andrà a buon fine gli darà un motivo in più per festeggiare. Ci accoglie nella sua casa a Lumino, in compagnia del suo cane Lillo. Nessuna pretesa in questo incontro-colloquio di ripercorrere pedissequamente il suo voluminoso curricolo, semplicemente vorremmo rintracciare attraverso delle piccole istantanee alcuni momenti dell’uomo e del politico Carobbio. È un filo rosso, rigorosamente rosso quello che attraversa la vita di Werner Carobbio che all’età di 69 anni (è nato a Lumino nel 1936) continua a tuffarsi d’impegno in impegno. «Cinquant’anni di attività politica sono tanti», commenta. «Forse troppi…», aggiunge sorridendo e con il tono di chi non crede per primo alle proprie parole. Di certo, è difficile riuscire ad immaginare il deputato socialista in pensione dalla politica attiva. Trame di vita e d’impegno politico per lui sono inscindibili, lui che in casa, fin da bambino, la politica l’ha masticata come pane quotidiano. «Molto devo a mio padre – ricorda –, mi ha trasmesso la passione per la politica. Fin da giovane militava nel Pst, con posizioni vicine al Pdl, una piccola roccaforte nella sua Biasca. Lavorava alla Gotthardwerk e, visto che allora il salario non era sufficiente a tirar su la famiglia, cercava di fare i turni di notte così da poter portare avanti una piccola attività agricola familiare. Ebbene, da ragazzo, aveva fatto parte di quel gruppo antifascista capeggiato da Tognola che – dietro copertura di Canevascini – aveva organizzato i presidi contro i fascisti che volevano fare delle marce a Bellinzona e Locarno. Essendo mio padre di Biasca mi riportava ai fermenti antifascisti, anarchici e anticlericali che ai suoi tempi animavano la cittadina, a episodi aneddotici rimasti impressi. Uno in particolare. A Biasca si aspettava la visita del vescovo Bacciarini ma quando il sagrestano tentò di far suonare la campana a festa, quella rimase muta. Per forza: la notte precedente alcuni giovani del gruppo anarchico-antifascista si erano intrufolati su per il campanile e avevano staccato il batacchio buttandolo in fretta e furia nell’ossario.» Piccoli amarcord alla don Camillo e Peppone. Altro sostegno, discreto ma forte la madre. «Devo dire che anche mia madre è stata molto importante, lei mi ha sempre spronato ad andare avanti e mi ha sempre seguito nelle mie attività. Oltre all’influenza familiare, devo dire che un punto di riferimento determinante è stato anche Guido Pedroli, mio insegnante alle magistrali. Ricordo che a casa sua ci si riuniva con altri ragazzi per discutere e studiare problemi che ci stavano a cuore. È stato questo il primo humus della mia educazione politica.» Ripercorrere i suoi passi, significa dunque ritornare a molti anni addietro, a quando non ancora diciannovenne, nel 1955, riceve il suo primo incarico di insegnante elementare. «La scuola è stato un lungo e importante capitolo che ha coinvolto 41 anni della mia vita. L’insegnamento alle elementari di S. Antonio, in Valle Morobbia, mi permise di venire a contatto con la realtà contadina in un Ticino che cominciava a vivere i primi accenni di alta congiuntura. Allora mi avevano affidato dalla 1° all’8° classe e fra gli alunni ve n’erano alcuni che, per raggiungere la scuola più celermente, si arrampicavano sul filo a sbalzo trasportando nei mesi invernali dei ciocchi di legno da destinare alla stufa che avevamo in aula. Erano ragazzini che dovevano anche lavorare per la famiglia, occuparsi magari delle capre prima di iniziare le lezioni. Una realtà difficile, la loro, di cui il mondo politico conosceva ben poco. Non c’era niente per questi giovani, così la prima cosa che mettemmo in piedi, io e il prete del paese (che aveva idee politiche diametralmente opposte alle mie), fu un teatro locale. Si trattò insomma di una piccola concertazione per il bene della comunità. Ma il mio primo vero approccio col mondo del lavoro lo ebbi insegnando cultura, dal 1960, alla Scuola professionale artigianale e industriale di Bellinzona. Lì, attraverso i miei apprendisti, ho conosciuto diversi scorci del panorama lavorativo ticinese, tutt’altro che ideale, ho visto la fatica ad esempio degli allievi panettieri-pasticcieri che dopo una notte in bianco al forno arrivavano distrutti sui banchi di scuola dove, inevitabilmente, crollavano dal sonno. Mi sono allora battuto perché venisse loro riconosciuto che la loro giornata lavorativa cominciasse alle 8 e non alle 3 del mattino. Sa, spesso, i giovani apprendisti erano ritenuti, più che giovani in formazione, manovalanza a basso costo.» L’impegno di Carobbio, col passare degli anni s’intensifica. Prima l’ “anticamera” nella Federazione giovanile socialista ticinese (s’iscrive nel 1954 e la presiede dal ’58 al ’62) e dopo l’ingresso nel comitato centrale del Partito socialista ticinese e nel comitato centrale del Partito socialista svizzero. Sono gli anni (intorno al ’64) in cui il Ps ticinese assume posizioni più radicali rispetto alla sede centrale socialista. «Il clima di allora era da centralismo democratico anche nel Pss, ci furono episodi che mi fecero riflettere e mi persuasero che era necessario impegnarsi per cambiare il modo di far politica al nostro interno. Partecipai anche alle discussioni di Winterthur per la revisione del programma del Pss, quando c’era in ballo l’abbandono del riferimento alla lotta di classe.» Il dissenso all’interno del partito si fa sentire in Ticino fin dall’inizio degli anni ’60. Nel 1999 Carobbio, Pietro Martinelli e Galli vengono espulsi per divergenze ideologiche. «In Ticino fino al 1966 c’era ancora l’intesa di sinistra, frutto dell’accordo tra Canevascini e Olgiati che portò anche a riforme importanti ma che col tempo si trasformò in una sorta di accordo di vertici. Noi eravamo molto critici verso quest’intesa, le discussioni nella sede del partito erano molto accese. C’era un’impostazione verticistica del partito e allora Canevascini ne rappresentava un po’ il padre-padrone.» Dopo l’espulsione, Carobbio, Martinelli e i “dissidenti” fondano il Partito socialista autonomo (Psa, con Carobbio che assume la direzione della segreteria) e il settimanale “Politica Nuova” che era l’organo ufficiale del Psa (redattore responsabile all’inizio sempre Carobbio). A distanza di tempo, come si è evoluto il rapporto tra Carobbio e Martinelli, vicini nella condivisione di una stessa sorte politica ma lontani per posizioni? «Non direi lontani. È chiaro che i miei accenti politici sono stati e sono diversi dai suoi, senza dimenticare che io e Martinelli abbiamo avuto due ruoli diversi: semplificando, io catalizzavo un’area di sinistra ed estrema sinistra e Martinelli un’area di centro-sinistra. Ho sempre avuto molta stima di Martinelli e gli riconosco la grande capacità di affrontare i dibattiti all’interno del partito oltre che essere sempre stato un politico ed un uomo corretto. È stato lui, d’altronde, nel ’75, a farsi da parte, nonostante fosse stato eletto, e a lasciare che occupassi io il posto in Consiglio nazionale così come il partito voleva. C’è stato qualche episodio che ci ha visto su fronti opposti, come quello del rinnovo delle candidature al Consiglio nazionale del partito nel ’95, ma per quanto mi riguarda non ha lasciato alcuna traccia.» In un gioco di scatole cinesi, riapriamo quella del suo periodo come Consigliere nazionale. Con lui membro di varie commissioni, fra cui quella della Legislazione, di Gestione e della politica della sicurezza (ex militare) e vicepresidente della commissione d’inchiesta sul dipartimento militare. Sono i tempi dello scandalo delle schedature che Carobbio contribuisce a portare alla luce. «Cosa ricordo di quegli anni? Che il dibattito politico aveva sicuramente un tenore molto più elevato di quello attuale. C’era rispetto anche fra parti avverse. Tra i vari consiglieri federali, con Ruth Dreifuss c’era una particolare sintonia politica e una stima che ho mantenuto tutt’ora. Con Moritz Leuenberger invece il rapporto è mutato e oggi devo dire che come politico Pss mi solleva numerosi dubbi e sono molto critico nei suoi confronti.» Poi, nel 1999 il ritorno in Ticino. «Il partito mi ha chiesto di candidarmi per il Gran consiglio ma io ero molto dubbioso. Il rientro, dopo la mia elezione in Gran consiglio ticinese, è stato travagliato e ho vissuto i primi mesi molto combattuto. A Berna c’erano regole chiare e rispettate da tutti, mentre a Bellinzona trovai una sorta di caos nel modo di procedere in Parlamento. Mi accorsi che taluni intervenivano a lungo su un oggetto senza aver letto la documentazione a riguardo, basandosi sul “sentito dire”. L’impressione in generale è che in Parlamento si stia verificando un abbassamento del livello del confronto politico.» Rigoroso, Carobbio presto sarà presidente del Gran consiglio. Il coronamento di una lunga carriera? «In parte sì. O chissà, forse è un modo elegante per farmi capire che dopo questo ruolo sarebbe il caso di togliere le tende. Scherzo naturalmente. Vedo questa carica come una sfida che mi dà l’opportunità d’impegnarmi per rendere più efficiente questo Parlamento e far sì che il dibattito si focalizzi sui problemi centrali e non su questioni marginali.» Di certo il suo ruolo lo porterà ad essere meno sanguigno. Una caratteristica che negli anni passati non sempre lo ha fatto amare e che comunque sembra già essersi smorzata. «Se sono cambiato? Non so se mi arrabbio di meno. Credo in quanto diceva Marx: bisogna conoscere la realtà ed adattarsi ad essa e non viceversa. Ma mi arrabbio, in modo diverso mi arrabbio ancora e forse più di prima quando vedo che è aumentata la povertà e che – dietro il paravento della globalizzazione – si spiana la strada al liberismo più sfrenato per il quale troppi stanno pagando.» Quando i padri imparano dalle figlie Si dice famiglia Carobbio, si legge famiglia rossa doc. Gli accenni alla sua vita privata sono sempre molto contenuti e tenui ma emergono, e con un filo di tenerezza. Due figlie, Marina e Katia, e quattro nipoti per i quali s’illumina solo al nominarli. Dietro le quinte, discreta ma solida la figura della moglie di Werner Carobbio. «Senza il sostegno di Graziella, non avrei di certo potuto fare tutto ciò che ho fatto. Mi è sempre stata vicina e ha avuto una pazienza infinita e mi ha sempre incoraggiato.» Di padre in figlia, anche Marina Carobbio Guscetti ha seguito le orme del padre e siede anche lei in Gran consiglio come capogruppo Ps. «Cos’ho imparato da Marina? Sicuramente a trovare il più rapidamente possibile delle soluzioni concrete, quando urgono, anche con gli avversari politici. Io per natura sono più diffidente nelle eventuali concertazioni. Mi ha fatto capire meglio le difficoltà che le donne incontrano quotidianamente nel conciliare lavoro e famiglia.» Ma Carobbio, ha avuto la testa non solo nella politica ma anche nel… pallone. È stato infatti uno dei fondatori del Football Club Speranze Lumino, creato nel 1958. E ancora oggi, un lampo d’orgoglio attraversa i suoi occhi nel ricordare che anche della squadra è stato presidente fino al ‘68. «Negli ultimi tempi, avendo troppi impegni, avevo provato a dare le dimissioni diverse volte e a non presentarmi alle riunioni ma, nonostante questo, venivo rieletto. Poi mi hanno “lasciato andare.» Ci sono i monti di Saurù, a cui è legato, dove si reca appena il tempo glielo consente. «Ora c’è la funivia (Carobbio è presidente della Funivia Pizzo di Claro Sa, ndr) ma un tempo ci andavo a piedi. È un modo per ritemprarmi, per mantenere vivo il mio legame con la terra. Appena posso ci porto i miei nipoti, condivido con loro questi momenti che sono importanti.» Lumino, è l’altro piccolo mondo dove a livello comunale si ramifica il suo impegno, a fasi alterne, già dal 1964 (è stato vicesindaco dal ’64 al ’72). Ora è municipale e responsabile della scuola. Doveri, doveri. Ma non di sola politica vive Carobbio. La vigna, a due passi da casa sua, è il suo grande piacere. «Curare la mia vigna (che è stata di mio padre) insieme a mio fratello mi permette di ritornare alla manualità. Se produco molto vino? (ride, ndr) Il tanto giusto per prendere la vita con un po’ di… spirito.»

Pubblicato

Venerdì 29 Aprile 2005

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