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Jean Claude Juncker ha i giorni contati: dopo cinque anni di presidenza della Commissione Ue esce di scena. Un motivo di gioia? La partenza del suo predecessore José Manuel Barroso avvenne sotto i pesanti rimproveri dei sindacati. Aveva preso in ostaggio Portogallo, Irlanda e Grecia. Aveva imposto la deregolamentazione dei rapporti di lavoro e lo smantellamento sociale. Alla fine in Europa c’erano più di 20 milioni di disoccupati.  
Al momento dell’entrata in carica, Juncker sapeva che l’Ue è invisa agli occhi della gente. La chiamava “Commissione dell’ultima chance” e dispensava baci a destra e a manca. Ai sindacati promise posti di lavoro, la lotta al dumping e un salario minimo europeo. Dopo cinque anni è chiaro: era tanta aria fritta. Il suo piano d’investimento per la creazione di posti di lavoro è rimasto minimalista. Oggi i disoccupati restano 15 milioni. E il salario minimo è caduto nel dimenticatoio. Perlomeno oggi ci sono alcune riforme sociali: un periodo minimo di congedo parentale, un’Autorità europea del lavoro, misure contro il dumping salariale. Juncker è inciampato sulla politica d’asilo: la sua Commissione si è rivelata impotente, perché la maggior parte degli Stati membri hanno fatto blocco. Sono loro che detengono il potere.
Ora arriva la “nuova”, la presidente della Commissione Ursula von der Leyen. Anche il suo programma è ricco di buoni propositi. Ma lei vuole «fare»: entro 100 giorni i primi progetti devono essere sul tavolo. Come primo compito indica la «svolta ecologica». E afferma: «L’Europa deve essere il primo continente a raggiungere la neutralità climatica». Inoltre la legislazione europea deve accelerare la riduzione delle emissioni di CO2. Un «fondo per una giusta transizione» deve aiutare a impedire che singole regioni o gruppi vengano danneggiati. Un altro punto cardine è il salario: «Chiunque lavora a tempo pieno deve ricevere un salario minimo che gli garantisca uno standard di vita adeguato»; un «salario minimo giusto» lo deve assicurare in modo vincolante.
A questi progetti della Commissione Ue i potenti si ribelleranno. Ricchi che dovrebbero pagare e politici che vogliono continuare a considerare lo Stato un costo inutile. Vorranno anche mostrare a von der Leyen chi comanda: non la Commissione, ma le grandi imprese e i governi di Berlino, Parigi, Varsavia eccetera. «Ursula», come viene chiamata, da sola non può fare niente. Senza forti pressioni dal basso, dal movimento per il clima e dai sindacati, non funzionerà.

Pubblicato il 

24.10.19..
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