Diritti

Le paure di Kokob, ticinese provvisoria

La comunità eritrea opposta al regime di Asmara chiede alla Svizzera un cambio di rotta nel rilascio dei permessi. Il caso di una famiglia ben integrata in Ticino

«Ho quasi 12 anni e l’anno prossimo inizio le Medie. Mi preoccupo del mio futuro con il permesso F provvisorio». Due frasi semplici e chiare, su uno striscione macchiato dalla pioggia. Lo ha scritto e tenuto tra le mani Kokob, una giovane ticinese di origine eritrea che ha così voluto esprimere le sue emozioni e le sue paure. Kokob è arrivata in Svizzera quando era piccolissima in compagnia della mamma Mebrat, in fuga dal regime del terrore al potere ad Asmara. Qui è casa sua, ma l’incertezza dovuta al suo permesso non le fa dormire sonni tranquilli.

 

Bellinzona, Chiasso e ora Lamone, Kokob è cresciuta in Ticino ed è una ragazza come tante alla sua età: sorridente, allegra, con la passione per la ginnastica e molti sogni nel cassetto. Il prossimo mese di settembre inizierà le scuole medie ma, a differenza delle sue coetanee, è costretta a vivere nell’incertezza: «Sono cresciuta in Ticino, ma vivo con la paura costante di dovere lasciare ad un certo punto la mia famiglia e questa che è la mia casa». Il motivo di questa preoccupazione: tramutare il suo permesso F in un permesso B è una missione impossibile per lei e per molte e molti eritrei residenti in Svizzera.

 

Assieme a una cinquantina di persone giunte dal Ticino, la giovane ha partecipato lo scorso 22 giugno a una manifestazione a Berna organizzata a favore dei diritti delle cittadine e dei cittadini eritrei, oppositori del dittatore Isaias Afewerki. In totale sono state circa duemila le persone a sfilare davanti a Palazzo federale per sensibilizzare sulle condizioni oppressive causate dal regime e per chiedere alle autorità elvetiche maggiore protezione.

 

Tra i punti critici sollevati vi è proprio la situazione dei detentori di un permesso F, quello cioè che concede un’ammissione solo provvisoria. Per gli eritrei convertire questo permesso in un’autorizzazione alla dimora (permesso B) è oggi particolarmente complicato: «Se vogliamo chiedere il permesso B dobbiamo presentare un documento d’identità del nostro Paese che va richiesto all’ambasciata dell’Eritrea. Ossia ai rappresentanti dello stesso regime dal quale siamo fuggiti e che ci considera dei fuorilegge. È una situazione assurda» ci dice Filmon, un trentunenne eritreo che abita in Ticino da quasi dieci anni.

 

L’uomo ci spiega come le condizioni poste dall’ambasciata di Ginevra, dalla quale di recente è scappato pure l’ambasciatore, siano illegali e irragionevoli: «Oltre a rivelare informazioni sui nostri parenti e conoscenti in patria, dobbiamo firmare una sorta di pentimento con cui ammettiamo di essere stati sleali al regime e accettiamo possibili sanzioni in caso di ritorno in patria». Per questo motivo una delle richieste che la comunità eritrea opposta al regime fa alla Svizzera è quella di abolire il requisito del passaporto per l’ottenimento dei documenti necessari al rilascio del permesso B. In Germania, a seguito di una decisione giudiziaria, le autorità hanno rinunciato all’obbligo di procurarsi il passaporto per gli eritrei. Perché non seguire questa via, insomma?

 

Quando aveva 21 anni, Filmon ha detto addio «con gli occhi e con il cuore» alla sua famiglia fuggendo dal servizio militare a vita, uno dei principali strumenti di controllo del Governo. Dopo un periplo di quasi un anno fra Etiopia, Sudan, Libia e Italia, nel maggio del 2015 è giunto in Svizzera dove la sua domanda d’asilo è stata accolta e ha ottenuto il permesso B. In Ticino, l’uomo si è rifatto una vita: ha imparato l’italiano, ha svolto un apprendistato di falegname e oggi lavora per un’importante ditta del Luganese. Un esempio di integrazione riuscita, come ce ne sono altri fra la sua comunità.

 

In Ticino, Filmon ha conosciuto Mebrat, la mamma di Kokob. I due si sono innamorati, si sono sposati e hanno avuto due bimbi: Indrias e Fortuna. Ma mentre la moglie e i due bambini di cui Filmon è padre biologico hanno ottenuto il permesso B, la ragazza di 12 anni è tuttora ammessa in Svizzera solo provvisoriamente: «Siamo molto preoccupati – ci dice l’uomo – perché siamo oppositori del regime e non possiamo chiedere i documenti necessari per il permesso di Kokob. Per ora non possiamo neanche andare all’estero, ma soprattutto non sappiamo cosa le può accadere quando diventerà maggiorenne».

 

Man mano che la ragazza cresce le preoccupazioni della famiglia aumentano. Anche per questo il prossimo 29 giugno Filmon accompagnerà una delegazione di suoi connazionali che parteciperà, a Berna, al Parlamento dei rifugiati. Una speciale commissione discuterà con alcuni rappresentanti della Segreteria di Stato per la migrazione (SEM) delle questioni inerenti al permesso di soggiorno. La speranza è che si trovi una soluzione.

 

L’Eritrea nel dibattito politico

LA DESTRA SPINGE PER LE ESPULSIONI

 

La questione dei richiedenti l’asilo eritrei è in queste settimane al centro del dibattito politico. Dando seguito a una mozione della deputa PLR Petra Gössi, i parlamentari di destra hanno dato il via libera a un progetto con cui si vuole accelerare l’espulsione verso Paesi terzi delle e dei profughi eritrei cui è stato negato da Berna il diritto d’asilo. L’Eritrea non autorizza i rimpatri forzati da nessun Paese e quindi i parlamentari chiedono al Governo di individuare un Paese terzo disposto a concludere un accordo di transito per accettare i circa 260 richiedenti asilo eritrei respinti in Svizzera. In passato, un tentativo fu fatto con il Senegal, ma poi non se ne fece nulla. Il parlamento ha pure approvato una mozione dell’ex senatore Thomas Minder, che chiede un accordo in materia di migrazione con l’Eritrea. Attualmente la Svizzera non dispone di alcuna rappresentanza diplomatica ad Asmara. La SEM sta però sondando la disponibilità di Asmara a riammettere i propri cittadini, prerequisito necessario per ulteriori trattative. Per questo la Svizzera ha inviato da poco in Kenya un ufficiale di collegamento che si recherà regolarmente in Eritrea per per sondare questo terreno. Un’azione molto criticata dalla comunità eritrea in Svizzera: «Denuncio fermamente l’approccio adottato dalla SEM. In effetti, negoziare un accordo di riammissione con l’Eritrea, uno Stato totalitario è irresponsabile. Senza garanzie chiare, i cittadini rifugiati rischiano maltrattamenti e torture» ha affermato Samson Yemane, politologo e membro della Commissione federale contro il razzismo, lui stesso di origine eritrea. Qualche giorno fa, il relatore speciale sulla situazione dei diritti umani in Eritrea, Mohamed Abdelsalam Babiker, ha dichiarato al Consiglio dei diritti umani delle Nazioni Unite che «le autorità eritree hanno scelto di mantenere politiche che perpetuano la crisi dei diritti umani».

 

 

Pubblicato il

25.06.2024 16:36
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