Gli anni passano (domenica ne ha compiuti 63), ma Franco Cavalli conserva l’entusiasmo di un bambino quando parla della nuova stagione della sinistra in America latina e delle sfide che si prospettano per Amca, l’associazione fondata in piena Rivoluzione popolare sandinista con il nome di “Solidarietà medica con il Nicaragua” e di cui è sempre stato considerato («a torto o a ragione», dice) l’anima. «Dieci anni fa – racconta ad area l’oncologo e consigliere nazionale socialista nel suo studio dell’Istituto oncologico della Svizzera italiana a Bellinzona – si era al punto più basso della recessione politica della sinistra in America latina. E noi, bisogna riconoscerlo, andavamo avanti un po’ per forza di inerzia. Se allora avessimo fatto grandi riflessioni, probabilmente saremmo arrivati alla conclusione che era meglio smettere. Oggi la situazione geopolitica in America latina è cambiata: la sinistra sta crescendo in molti paesi. E per noi si aprono nuove, interessanti prospettive». Come nel Venezuela di Hugo Chávez, la prossima frontiera dell’Associazione di aiuto medico al Centro America (Amca) che a vent’anni dalla nascita si appresta – senza per questo ridurre il proprio impegno in Nicaragua, dov’è appena partito un importante progetto di prevenzione della trasmissione del virus dell’Hiv da madre a bambino – ad estendere il suo raggio d’azione oltre l’America centrale e Cuba. Franco Cavalli, cosa rappresenta per lei Amca oggi? Rappresenta molto, più di quanto rappresentasse cinque, dieci anni fa quando la sinistra in America latina pareva in crisi profonda. In Nicaragua avevamo patito delle delusioni, non tanto per la sconfitta elettorale del Fronte sandinista di liberazione nazionale (Fsln) quanto per il comportamento di molti dirigenti del Frente dopo la sconfitta [in allusione, tra l’altro, a scandali di corruzione e all’alleanza stretta con gli ex somozisti, ndr]. Abbiamo dovuto registrare pure un parziale insuccesso politico della sinistra radicale in Salvador e in Guatemala, e la difficile situazione economica a Cuba lasciava poco spazio all’ottimismo. Insomma, uno aveva più di un motivo per essere depresso. Oggi le cose stanno cambiando. E per un’associazione come Amca che non ha mai fatto mistero di agire in un’ottica politica progressista, di sinistra, ecco che si aprono delle prospettive interessanti. Per cui oggi ho più voglia di investirmi, di dedicare tempo a queste attività. Oltretutto a delle attività che stanno andando molto bene. Oggi per me Amca torna a rappresentare una sfida importante, come lo era stata nei primi 10 anni di esistenza. Se oggi dovesse scegliere tra la politica e Amca, per cosa opterebbe? (sorride) Se mi avessero posto la stessa domanda cinque anni fa avrei risposto: “lascio Amca”. Oggi probabilmente lascerei la politica. Una realtà che si concretizzerà a breve? Mah... Non è un mistero: sono un po’ stufo e deluso dall’attività parlamentare a Berna. D’altro canto le prospettive politiche che si aprono in America latina e le nuove sfide professionali e di solidarietà (tra un anno diventerò presidente dell’Unione internazionale contro il cancro che si batte in primo luogo per sviluppare la lotta contro i tumori nei paesi del Sud del mondo), mi stanno portando ad approfondire il mio impegno per Amca e nella solidarietà internazionale, e ad essere sempre meno legato alla politica nazionale dove ho l’impressione che si marci sul posto e che non ci sia molto di nuovo, di eccitante da vivere. Quindi investirà sempre più energie in Amca e sempre meno nella politica? Mentre quando sono in parlamento a Berna molto spesso mi annoio e mi domando se non sto buttando via il mio tempo, quando lavoro per Amca o viaggio come nell’ultimo anno e mezzo in Venezuela, Cuba e in Nicaragua non ho l’impressione di buttar via il mio tempo, anzi. Il Nicaragua continuerà ad essere prioritario oppure state pensando di spostare il baricentro della vostra azione in altri paesi? Il Nicaragua è un paese che conosciamo bene, dove sappiamo come muoverci: per noi continua a rappresentare una sorta di “laboratorio”. Nella capitale Managua abbiamo avviato 20 anni fa un progetto pediatrico all’ospedale La Mascota che oggi è in buona parte indipendente e che una delle più prestigiose riviste di medicina al mondo recentemente ha citato quale esempio di intervento a favore dei bambini affetti da tumore nei paesi in via di sviluppo. Per quanto riguarda il centro educativo Barrilete de Colores, stiamo rivedendo in profondità il nostro impegno proprio in questi mesi. Detto in termini semplicistici, il Barrilete è diventato un progetto un po’ troppo caritatevole, mentre dovrebbe essere essenzialmente un progetto scolastico-politico. Stiamo perciò cercando di capire come rivitalizzarlo. Nei prossimi mesi discuteremo varie opzioni. In generale, l’orientamento è di aprirci ad altri paesi politicamente più “interessanti”, come il Venezuela, ma senza lasciar cadere i nostri progetti in Nicaragua. Di cosa si tratta in Venezuela? Grazie all’apporto di 20mila fra medici e infermieri cubani, il Venezuela ha creato negli ultimi anni una rete decentralizzata di ambulatori che stanno funzionando bene. Ora si sta costruendo il secondo livello, quello dei centri policlinici, per il quale manca personale specialistico. Amca finanzierà in parte il soggiorno di una coppia di medici che a breve andrà a lavorare in una di queste strutture. Il Venezuela ha grandi risorse, ma non il personale formato: c’è carenza di medici specialisti, per cui stiamo vedendo se è possibile finalizzare un accordo con il governo per la formazione di personale medico. Non ha mai avuto l’impressione che Amca stesse inducendo dei bisogni invece di rispondere a reali necessità delle persone che si propone di aiutare? Non per quanto riguarda i progetti medici: ci siamo sempre sforzati di evitare un’attitudine del tipo “ora veniamo noi a insegnarvi cosa fare e come farlo”. Qualche dubbio l’abbiamo sul progetto Barrilete, sia perché Amca non è specializzata nel settore educativo sia perché questo progetto per certi versi – invece di acquisire uno slancio verso l’autonomia – ha assunto una connotazione caritatevole. Negli ultimi anni il mercato delle donazioni è diventato sempre più commerciale ed emotivo, sempre meno militante e solidario. Non ha mai avuto l’impressione che la competitività nella ricerca dei fondi andasse a scapito della riflessione strategica? Amca è probabilmente una delle poche associazioni che non ha sofferto questa evoluzione. Negli ultimi anni le nostre entrate non sono diminuite, anzi. Fortunatamente sin qui non abbiamo mai dovuto destinare molte risorse alla ricerca di fondi per i nostri progetti. Se in un determinato momento non c’è stata una riflessione strategica è perché eravamo occupati in tanti altri piccoli “problemi” (di tipo logistico, intoppi burocratici, preparazione dei volontari, ecc.) che a un’organizzazione dalle forze limitate come la nostra succhiano un sacco di energie. Da un paio d’anni stiamo comunque cercando di dare maggior spazio alla riflessione strategica. Questo significa programmare le vostre attività più a lungo termine? Abbiamo sempre cercato di farlo. Certo, all’inizio eravamo partiti con uno spirito volontaristico mandando in Nicaragua molti volontari, anche un po’ allo sbaraglio. Ma poi – ad eccezione di qualche intervento puntuale – abbiamo sempre privilegiato un impegno a lunga scadenza, e mi sento di dire che è per questo che Amca esiste ancora oggi. Insomma, non abbiamo mai ceduto alla malattia principale del mondo della cooperazione: la “proyectite” [“progettite” in italiano, ndr], ovvero la moltiplicazione di piccoli progetti che vivono un anno e poi muoiono. Un bilancio di questi primi 20 anni di Amca? Se dovessi tornare indietro lo rifarei. È una delle due, tre cose nelle quali sono stato coinvolto nella mia vita a cui penso con maggior piacere. Abbiamo commesso degli errori, e bisogna riconoscere i nostri punti deboli, come ad esempio l’insufficiente coinvolgimento nelle nostre attività delle dozzine di volontari partiti per il Nicaragua e poi tornati in Svizzera. Magari anch’io ho una parte di colpa: a torto o a ragione Amca è sempre stata identificata con la mia figura, e sicuramente da parte mia c’è stato un certo paternalismo nei confronti dell’associazione. Ciò ha impedito forse una maggior partecipazione di altre persone che si sarebbero fatte avanti se non ci fosse stata questa figura a volte magari un po’ ingombrante, di “padre padrone”. box Franco Cavalli, com’è nata Amca? Yvonne, che sarebbe diventata mia seconda moglie, era in Nicaragua come volontaria. Sono andato a trovarla. Era la Pasqua del 1985. I contatti con i medici e i politici mi hanno permesso di capire quali erano le necessità del Nicaragua. Ho potuto toccare con mano la situazione di un paese che dopo aver iniziato una rivoluzione soprattutto nei settori sanitario ed educativo si trovava strozzato da una guerra di invasione che lo obbligava a destinare i pochi mezzi che aveva alla difesa, mettendo così a repentaglio il più importante obiettivo della Rivoluzione sandinista: sanità ed educazione gratuite per tutti. Mi è venuto spontaneo cercare di far qualcosa, e con altri abbiamo fondato “Solidarietà medica con il Nicaragua”. Va detto che il Nicaragua era già molto presente in Svizzera: molti connazionali infatti si erano arruolati o si stavano arruolando nelle brigate a sostegno della Rivoluzione. Quali sono stati i momenti più duri di questi primi 20 anni di Amca? Ci sono stati momenti molto duri dal punto di vista personale. A cominciare dalla morte di Maurice Demierre, il cooperante svizzero ucciso dai “contras”. Io mi sono recato sul posto dell’agguato qualche ora dopo, un’esperienza drammatica. Dal punto di vista istituzionale, il momento peggiore è stata l’inattesa sconfitta elettorale dell’Fsln nel febbraio del 1990. Era crollato un mondo ideologico di riferimento. Ma anche operativamente ci siamo trovati in serie difficoltà. Abbiamo dovuto ripensare a fondo la nostra presenza. Visto che non potevamo più contare sulla partecipazione del governo siamo stati costretti a chiudere alcuni progetti, come quello per la diagnosi precoce del tumore all’utero, un grossissimo problema nei paesi dell’America centrale, un problema che non poteva essere risolto solo con la cooperazione di un’organizzazione non governativa. Abbiamo dovuto ripensare la nostra strategia di intervento. Prima mandavamo molti volontari, poi man mano ci siamo messi a costruire legami con la società civile in Nicaragua, cercando di far crescere delle autonomie sul posto che gettassero le basi per lo sviluppo di alternative in un settore sanitario dal quale lo Stato, dopo la fine della Rivoluzione, si stava viepiù disimpegnando.

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08.07.05

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