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Le mie prigioni

di

Flavia Parodi
Avete letto tutti la lettera che Roger Etter dal carcere ha scritto ad un amico? L’ha pubblicata il Mattino della Domenica, un giornale illuminista al quale ripugna qualsivoglia idea di giustizia sommaria. E qui stiamo parlando di un pover’uomo braccato dalla giustizia. Se possiamo chiamare giustizia quella che permette che si tormenti un uomo che ha come unica colpa quella di aver sparato ad un amico. Uno sparo? Un complotto con il botto. Chi poteva sapere che nelle viscere di quell’arma da collezione tanto elegante si nascondeva un piccolo proiettile bolscevico e guastatore? Chi poteva immaginarsi che un dito paffutello avrebbe inavvertitamente premuto il grilletto? E perché, nell’apoteosi di questo complotto rosso, la canna della pistola era rivolta verso il caro capo dell’amico? Che trappola beffarda è scattata attorno ad un uomo che non aveva colpa. E certi media che si permettono di staccare giudizi su un fatto inesistente? Ma ormai la macchina delle insinuazioni si è messa in moto. Una macchina che per non sentire stridere i propri ingranaggi ha bisogno di untori. Per ciò la stampa, una certa stampa, sta trattando il nostro Etter come se fosse un untore. Lo dice lo stesso Etter dall’esilio della sua gelida cella. Quell’Etter che si sente come una pecorella accerchiata da famelici lupi, secondo un’immagine molto originale, tutta etteriana. Ed è ovvio che poi ci si inventi accuse insensate per mettere al bando un uomo tanto scomodo. Quante verità ci aveva ammannito? Verità che non volevamo sentire. Eh? Intanto un uomo presunto innocente, bianco, occidentale e un tempo soprappeso è stato abbandonato in fondo ad una cella scura. Il malcapitato, certamente messo a pane e acqua, ha perso trenta chili. Come possiamo figurarcelo ora? Un’esile figurina emaciata. Un filosofo! Etter è diventato un filosofo. Il corpo costretto all’inedia dal duro regime carcerario, la mente libera di librarsi verso spazi immensi e mai prima esplorati (è probabile). Non aveva tempo per le alte speculazioni prima, il pensiero tutto assorbito dalla politica. Tutto quel rovello per fare della Svizzera un paese migliore. Sognava un paese sicuro dove i cittadini sono cordiali l’uno con l’altro. Fontane di paese che zampillano allegre alle quali si accostano solo labbra elvetiche. Una Svizzera restituita a gente con uno spettro di pigmentazione ridotto. Anche le carceri, Etter l’ha sempre denunciato, straripano di stranieri. Vedete come il nostro è disposto a sacrificarsi in prima persona per rovesciare questa tendenza? Nessun politico si è mai spinto a tanto. Sacrificio e sofferenza per un ideale. E lui lo fanno penare. Per lui il carcere non è un albergo a quattro stelle. Credete che qualche paladino dei diritti umani si sia interessato al suo caso? Credete forse che sia intervenuta Amnesty International? No. E ringraziamo il pregiudizio politico che inquina qualsiasi ideale. È una parabola talmente toccante quella di Roger Etter. Una storia triste che stringe lo stomaco e anche parte del duodeno.

Pubblicato

Venerdì 20 Febbraio 2004

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