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Le informazioni impossibili

di

Cristina Foglia
La nuova compagnia si vede dal ... centralino. La vecchia Crossair aveva un bel numero facile facile. Ad Agno. Rispondevano voci sorridenti di Katie, Moniche e Simoni. In pochi minuti ti trovavano il biglietto al miglior prezzo e ti congedavano con la stessa gentilezza augurandoti buon viaggio. Finché un giorno, inseguita dalla nuvola scura lasciatasi dietro dalla Swissair, arrivò la nuova era. E un numero alieno, che inizia con lo 0848. «Welcome to Crossair, Willikommen bei Crossair, Bienvenue chez Crossair, Benvenuti alla Crossair», recita una voce triste triste, registrata sicuramente quando il morale volava bassino (e ne avevan ben donde!). If you want to speak English, press 1... e via la tiritera fino all’italiano, che è in quarta posizione. «Attenda prego, un nostro operatore la servirà al più presto». Musichetta: una Gymnopedie di Eric Satie in versione omogeneizzata. «La preghiamo di pazientare per non perdere la priorità acquisita» supplica la vocina. I due messaggi di attesa si alternano, la musica cambia. Posso così ascoltare una melodia con flauti andini, una canzone francese e una versione, sempre da sala d’aspetto, di una sonata di Mozart. Dopo 11 minuti e 45 secondi mi risponde una voce vera! Sono così felice di trovare un essere umano dall’altro capo del filo da dimenticarmi che la pazienza non è il mio forte. Ma la figliola è glaciale... «Sì, no». Mi liquida in due minuti. In fondo dovevo solo chiedere un’informazione su quel groviglio di buoni e punti che sono le miglia accumulate. All’inferno il telefono! La prossima volta vado su Internet e faccio in un minuto. Errore: il loro sistema sta «sperimentando difficoltà tecniche» e continua a buttarmi fuori, password o non password. Chiamo, ancora col maledetto telefono. Solita voce registrata e trafila di pratiche finché ecco «Claudia, ufficio di Londra». Londra? Ah già, Swissair aveva trasferito la contabilità a Bombay, quindi tutto normale. Solo che cade la linea. Ricompongo il numero, rifaccio la trafila di codici e tasti. Stavolta di là c’è Patrick. «Posso parlare con Claudia?». «Ehm... io sono a Città del Capo, ma cosa le ha detto Claudia?» Rispiego tutto dall’inizio, e lui, gentile gentile mi mette in attesa: sonata per pianoforte stile Cleydermann. ARGGHHHH! Mentre mi faccio investire da quella cascata di melassa mi rivedo, incredula, al telefono con un ufficio di polizia della California. Mi trovavo alle prese con una banale multa. Nessuna voce umana, solo domande registrate cui bisognava rispondere coi tasti del telefono: nome e cognome, data di nascita, ora della contravvenzione, luogo... Mancavano solo il gruppo sanguigno e il numero di scarpe di mia nonna. Naturalmente non arrivai mai in fondo, ma capii di colpo perché in America gli psicoanalisti hanno tanto successo.

Pubblicato

Venerdì 22 Febbraio 2002

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