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Le elezioni e il territorio

di

Tita Carloni
Anno di elezioni 1947. Io avevo poco più di quindici anni. In casa mia gli uomini (nonno e padre) erano conservatori; le donne (nonna e madre) erano di estrazione liberale ma non votavano e quindi, dal punto di vista politico, non contavano un tubo.
Io avrei voltato marsina con lentezza, fatica ed anche con grande sollievo, molto più tardi. (Fosse vivo il mio amico Plinio Martini potrebbe raccontare quanto costassero allora, sul piano personale, simili traslochi). Fatto sta che una sera d'inverno arrivò in paese per un'adunanza il signor consigliere avvocato Alberto Verda di Bissone, proveniente (in automobile!) da Lugano. Fu versato ai convenuti un vinaccio gelato, che anch'io dovetti bere per forza, per essere all'altezza dei grandi e dei vecchi presenti. Durante la bicchierata il Verda, occhi nerissimi ed ispirati, pronunciò un lungo pistolotto infiorato di esortazioni alla fedeltà, alla fine del quale venne finalmente al dunque: bisognava che il nostro circolo (del Ceresio) fosse adeguatamente rappresentato a Bellinzona, in ogni caso in Gran Consiglio, possibilmente anche in governo, per la sacrosanta difesa dei nostri diritti. Diritti voleva dire l'assunzione di qualche gendarme o stradino o cantoniere (le strade erano ancora di ghiaia), oppure il collocamento di qualche raro maestro, o l'ottenimento dei sussidi per il raggruppamento-terreni e per l'acquedotto o la sistemazione di qualche tronco di strada. Per gli impieghi in posta o in ferrovia era più difficile, perché si trattava di regie federali, ma, insomma, coi santi giusti in paradiso, qualcosa forse si sarebbe potuto ottenere. Ergo, votare il candidato del circondario.
Poi l'avvocato, doverosamente riverito, se ne andò ed il mattino dopo, molto presto, operai, commesse, apprendisti e scolari scesero come ogni giorno a piedi fino al piano a prendere il treno per Lugano.
Così erano il territorio, gran parte del popolo e le elezioni attorno alla metà del secolo scorso. E oggi? Qualcosa di quel mondo piccolo e un po' triste è rimasto. Spesso si sente parlare dell'importanza delle rappresentanze regionali, delle sacrosante rivendicazioni locali, della naturale diversità tra mendrisiotti e locarnesi e leventinesi. Temo che in queste argomentazioni vi sia un qualcosa di fuori tempo, di inadeguato rispetto alla situazione attuale. I candidati-e e gli eletti-e che andranno a Bellinzona devono essere consapevoli del fatto che oggi i problemi sono di ordine generale. Il rogo di pneumatici di Riazzino avrebbe potuto succedere nel piano della Tresa od in Riviera. La disoccupazione che affligge molti giovani ed anziani è la stessa a Biasca e a Chiasso. L'agonia della Maggia tra Bignasco e Locarno è molto simile all'agonia della Breggia da Pontegana a Maslianico. Tutto questo dentro una rete di grande mobilità per cui uno abita a Riva, lavora a Bellinzona, compera a Grancia, tiene un rustico in Val di Blenio, mangia dove gli capita e tifa per l'Ambrì. Morale: il territorio cantonale è una cosa sola nello stesso tempo omogenea e differenziata, unificata e contraddittoria. Chi vuole rappresentarci a Bellinzona deve proporci in forma comprensibile e senza l'abituale retorica delle radici e delle identità, analisi concrete di problemi concreti, con ipotesi di soluzioni, prospettive, progetti. Ha ragione Pietro Martinelli, che ringrazio per il suo recente intervento su area (n. 48 del 1. dicembre), quando dice: non è così semplice. Né il territorio, né l'elaborazione politica, né le elezioni sono oggi affari elementari. In ogni caso non sono riducibili al principio delle rappresentazioni e delle rappresentanze regionali.
Rispetto al remoto 1947 ci sono molte cose migliori, non regalate, del resto: le paghe, le previdenze sociali, la speranza di vita, gli ospedali, il vino, le scarpe, le macchine per lavare, le vacanze e tanti altri benefici. Ma attenti a non perderle nel nome della redditività ad ogni costo, degli utili milionari per pochi, di una crescita scriteriata che brucia tutte le risorse.
Anche se tutti i nostri candidati-e fossero, poniamo, della Valle Verzasca li voterei con convinzione se solo ci presentassero qualche brano di analisi e di progetto politico di ordine generale, adeguato, come si diceva una volta, alla nequizia dei tempi.

Pubblicato

Venerdì 8 Dicembre 2006

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