Ogni giorno migliaia di donne vivono nel terrore della violenza armata. Più del 60 percento dei 650 milioni di armi di piccolo calibro in circolazione si trovano tra le mura di casa e troppo spesso, invece di proteggere, uccidono. Il 21 maggio 2003, la diciannovenne irachena Fatima (nome di fantasia) riportò ferite da arma da fuoco alle gambe ad opera del marito, davanti ai propri famigliari e ai vicini. Sposata all’età di 12 anni, era trattata come una serva e subiva regolarmente le percosse di suo marito. Tentò di fuggire verso la sua famiglia, ma lui la raggiunse in casa dei suoi genitori e le intimò di tornare. Al suo rifiuto l’uomo, in preda alla rabbia, la picchiò con un bastone di legno; il bastone si ruppe, irritando ancora di più il marito che prese il Kalashnikov e le sparò alle gambe. Né i famigliari di Fatima né la direzione dell’ospedale sporsero denuncia. L’uomo non è stato arrestato. Picchiate da mariti violenti, stuprate come trofei di guerra, torturate da secondini, mutilate nella loro intimità… la violenza sulle donne non conosce limiti e secondo uno studio dell’Onu colpisce una donna su tre. È quanto denuncia Amnesty International con la campagna internazionale di sensibilizzazione “Mai più violenza sulle donne” lanciata lo scorso anno. Ora un nuovo rapporto dell’organizzazione di difesa dei diritti umani denuncia l’impatto devastante delle armi sulle donne: nel mondo ci sono attualmente in circolazione almeno 650 milioni di armi di piccolo calibro, e le donne pagano a caro prezzo questo commercio pericolosamente incontrollato che fa sì che pistole, rivoltelle, mitragliatrici e fucili finiscano nelle mani di governi repressivi, gruppi armati e organizzazioni criminali. Ma molto spesso la violenza si cela tra le mura domestiche: il 60 percento delle armi è nelle mani di privati e spesso il loro possesso è giustificato con l’argomentazione secondo cui bisogna premunirsi per proteggere la propria famiglia dalle aggressioni esterne. Ma la realtà è tutt’altra: i dati a disposizione di Amnesty dimostrano che il fatto che un uomo disponga di un’arma moltiplica per cinque la possibilità che egli uccida la propria convivente. In Sudafrica ad esempio, paese nel quale a causa dell’alto tasso di criminalità è legittimo rifornirsi per la difesa personale, ogni 18 ore una donna viene uccisa dal partner attuale o precedente con un’arma da fuoco. E negli Stati Uniti la presenza di un’arma in casa incrementa del 272 percento il rischio che un uomo uccida la propria moglie o compagna. Non meno allarmante è la situazione in Europa: in Spagna tra il 2002 e il 2003 ben 131 donne sono state assassinate all’interno della propria famiglia, con un aumento del 59 percento rispetto ai dodici mesi precedenti. I condizionamenti culturali presenti in molte società favoriscono sicuramente la diffusione di questo tipo di violenza; il culto delle armi rende ancora più profonda la disuguaglianza di genere poiché rafforza la posizione dominante dell’uomo sulla donna. Per spezzare il ciclo della violenza occorre quindi lavorare a livello locale proponendo modelli alternativi che non associno la mascolinità al possesso di armi. Ma un cambiamento non sarà possibile senza un reale impegno degli Stati che, promulgando leggi più severe, possono svolgere un ruolo di primo piano per arginare il fenomeno: in Australia, cinque anni dopo la riforma di legge sul porto d’armi, il numero delle vittime femminili di omicidi con armi da fuoco si era dimezzato. Alla luce di questi risultati, Amnesty formula una serie di raccomandazioni che vanno in questa direzione: occorre che gli Stati pongano fine alla proliferazione delle armi sul loro territorio rendendo la licenza di porto d’armi obbligatoria e sottoponendola a criteri severi che ne escludano il rilascio a individui con precedenti di violenza famigliare; i rappresentanti dello Stato incaricati di applicare la legge devono seguire una formazione specifica che promuova il rispetto dei diritti umani e i loro abusi devono essere puniti senza riserve; le leggi nazionali devono proibire la violenza sulle donne, con sanzioni reali per gli autori di soprusi e riparazioni per le vittime. E infine, sul piano del diritto internazionale, Amnesty raccomanda l’istituzione di un trattato sul commercio delle armi che proibisca i trasferimenti nel caso vi sia il rischio che le armi vengano usate dai destinatari per commettere violazioni dei diritti umani. Questo strumento di controllo impedirebbe ai trafficanti di aggirare le leggi nazionali, attualmente piene di scappatoie, che permettono a grossi quantitativi di armi di raggiungere qualsiasi teatro di guerra, anche quelli protetti da embarghi delle Nazioni Unite. Basteranno le leggi e le convenzioni internazionali per contrastare la violenza delle armi? Gli attacchi dell’11 settembre, piuttosto che favorire un impegno politico per controllare la diffusione di armi, ne hanno alimentato l’esportazione soprattutto da parte dei cinque paesi più potenti del mondo, membri permanenti del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite: Stati Uniti, Francia, Gran Bretagna, Cina e Russia, che detengono il primato della fabbricazione di armi: insieme coprono l’88 percento delle esportazioni mondiali. Amnesty auspica che una mobilitazione a livello mondiale ponga finalmente fine a questo flagello. Non c’è tempo da perdere: ogni minuto una persona muore a causa della violenza armata e 15 nuove armi vengono fabbricate e vendute. Violenza privata e in guerra La campagna internazionale di Amnesty International “Mai più violenza sulle donne”, lanciata il 5 marzo del 2004, è incentrata in particolare su due temi: la violenza domestica, nel contesto della famiglia o della comunità e la violenza nelle situazioni di conflitto armato o di post-conflitto. Durante questa campagna che si svolge sull’arco di due anni Amnesty International si occupa di casi concreti ricordando agli Stati e all’opinione pubblica la drammatica situazione in cui si trovano milioni di donne nel mondo, richiamando gli Stati al rispetto degli impegni da loro assunti nell’ambito delle Nazioni unite e premendo per la ratifica e l’attuazione dei principali documenti internazionali sui diritti delle donne.

Pubblicato il 

11.03.05

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