Lo studio

Insulti sessisti, minacce di morte e di stupro, controllo costante sugli spostamenti, sono solo alcuni degli aspetti a cui moltissime donne che decidono di lanciarsi in politica devono far fronte. Uno studio riguardante le parlamentari in Europa evidenzia che l’85 per cento di loro è stata vittima di sessismo, abusi o violenze. Per la Svizzera non ci sono dati sul problema, ma uno scandalo scoppiato in Parlamento a fine 2017 ha fatto luce su un fenomeno fino ad allora rimasto nascosto. Un ostacolo che va oltre le competenze di queste donne e che le penalizza unicamente in funzione del loro genere.

 

In generale, le donne faticano più degli uomini a veder riconosciute le proprie competenze e là dove un uomo mediocre riesce facilmente a fare carriera, una donna deve dimostrare con molta più tenacia di essere all’altezza del ruolo richiesto, questo oramai, purtroppo, è risaputo. Una situazione che si presenta anche in politica, dove esponendosi pubblicamente con le loro idee, soprattutto se “scomode” o non in linea con la visione della maggioranza, le donne diventano addirittura oggetto di sessismo e violenza. Spesso accade che ci si soffermi prima sulle caratteristiche fisiche o sul look di una politica, più che sulle idee che porta avanti e sulle sue competenze, come se il valore di una donna si riducesse al semplice fatto che sia più o meno piacente.


Non per risollevare polemiche, ma a titolo di esempio val la pena ricordare l’articolo apparso sul Corriere del Ticino all’indomani delle elezioni cantonali, dove nell’incipit si faceva riferimento a ombretti, cipria e rossetto come «armi di seduzione che vedremo forse più spesso sui banchi del Parlamento, considerando la maggior presenza femminile», e nel cui titolo si riducevano a «piagnistei in salsa rosa», le rivendicazioni riguardanti i diritti delle donne. Sicuramente le due giornaliste che hanno scritto il pezzo erano in buona fede, ma la leggerezza con la quale sono state banalizzate competenze e rivendicazioni delle parlamentari è sintomatica della considerazione di cui godono le donne in politica.


Se banalizzare le battute che fanno riferimento al corpo, ai vestiti o al modo di essere di una persona è già di per sé una mancanza di rispetto, gli insulti sessisti, le minacce e lo stalking di cui sono vittime le donne che si espongono pubblicamente con le loro idee, è assolutamente inaccettabile. Eppure succede, in tutta Europa, come dimostra lo studio sulle molestie sessuali e sul comportamento sessista nei confronti delle parlamentari e delle donne che lavorano nei parlamenti, pubblicato a ottobre 2018 dall’Unione interparlamentare (Uip) e dall’Assemblea parlamentare del Consiglio d’Europa, studio al quale ha partecipato pure la Svizzera. I dati che ne escono sono sconcertanti: l’85,2 per cento delle 123 donne intervistate ha dichiarato di aver avuto a che fare con delle violenze psicologiche durante il proprio mandato; il 46,9 per cento ha ricevuto minacce di morte, di stupro o di percosse; il 58,2 per cento è stata vittima di attacchi sessisti online e sui social; 67,9 per cento sono state oggetto di osservazioni sul loro aspetto fisico o fondate su stereotipi di genere; il 24,7 per cento ha subito violenze sessuali e il 14,8 per cento ha subito violenze fisiche. Inoltre, le giovani parlamentari con meno di 40 anni sono più esposte ad atti di molestia psicologica e sessuale, così come sono più spesso prese di mira coloro che portano avanti le lotte contro le disuguaglianze di genere e la violenza sulle donne.


Quanto agli autori, questi sono sia avversari politici che colleghi di partito o semplici cittadini, ma in oltre la metà dei casi si è trattato di uomini parlamentari. In pochissimi casi questi atti sono stati segnalati: 23,5 per cento delle parlamentari, contro il 6 per cento delle donne membri del personale parlamentare hanno segnalato le molestie sessuali subite; la metà delle parlamentari che ha ricevuto minacce contro la propria integrità fisica ha denunciato la cosa in polizia o ai servizi di sicurezza del Parlamento. Alcune delle intervistate hanno ammesso che l’attitudine ostile e colpevolizzante del proprio entourage, che tendeva a mettere in discussione la loro credibilità di vittime o ad insinuare che in qualche modo avessero provocato la situazione, le ha scoraggiate dal denunciare.
Secondo gli autori dello studio, il sessismo, le molestie e la violenza verso le donne nei parlamenti europei sono il riflesso della violenza perpetrata contro le donne nei paesi d’Europa in generale, ancora profondamente impregnati di valori patriarcali. Tuttavia, nel contesto politico e parlamentare sembra esserci un insieme di fattori di rischio che contribuiscono al perpetrarsi e al ripetersi di tali comportamenti ai danni delle donne. Inoltre, in ragione del loro statuto di personaggi pubblici e di politiche, le parlamentari sono confrontate a rischi di comportamenti violenti legati al dibattito politico, sia da parte dei colleghi, che della popolazione, con l’obiettivo o comunque l’effetto di limitare la loro libertà d’espressione. Lo studio conferma infatti che coloro che portano avanti la lotta per la parità di genere, si battono contro la violenza verso le donne o prendono posizione su altri temi politici sensibili, sono spesso bersaglio privilegiato di attacchi organizzati, anche da parte di gruppi molto conservatori o anti-femministi.
In Svizzera, dopo lo scandalo scoppiato a fine 2017 dal quale sono emersi problemi di molestie sessiste e sessuali in seno al Parlamento, da gennaio 2018 le vittime possono rivolgersi a un centro di consulenza specializzato e indipendente, in modo del tutto anonimo e confidenziale. Nel 2018 tale servizio non è mai stato sollecitato, ma la sua sola esistenza contribuisce certamente a combattere il mobbing e le molestie sessuali, perciò è stato deciso di prolungarne il mandato di un ulteriore anno. Fra qualche mese dovrebbero inoltre uscire i primi dati riguardanti la situazione per l’anno corrente.

Pubblicato il 

21.05.19..
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