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Le donne han scioperato

di

Veronica Galster
A vent'anni dal primo sciopero nazionale delle donne, il 14 giugno 2011 le strade delle maggiori città svizzere si sono nuovamente tinte di rosa, fucsia e viola. Anche in Ticino le donne sono tornate a rivendicare quella parità che ancora troppo spesso resta solo una teoria.

14 giugno 2011, pronte per il secondo sciopero nazionale, alcune donne si ritrovano alle 13.00 nella sede di Unia a Mendrisio, da dove partirà la "carovana della parità" per un viaggio nei luoghi della disparità. Nell'aria si percepisce una certa agitazione, tipica dei minuti che precedono un momento importante. Le donne arrivano alla spicciolata e corrono a mettersi la maglietta simbolo della giornata. C'è chi è già vestita di viola, chi si è addirittura truccata e pitturata le unghie nei colori della parità, prendendo in prestito alla figlia l'orologio rosa per essere completamente "in tinta" con la manifestazione.
Alle 13.30, armate di fischietti, volantini, cioccolato e uno striscione con scritto: "Il nostro lavoro vale di più. Parità salariale subito", partono alla volta della Diantus, la ditta orologiera del gruppo Swatch con sede a Mendrisio. Quello orologiero è un settore caratterizzato da salari bassissimi e nelle ultime trattative (conclusesi il venerdì prima dello sciopero) il padronato si è rifiutato di concedere un aumento dei minimi salariali di 200 franchi in Ticino, accordando invece aumenti dagli 80 ai 117 franchi nelle altre regioni svizzere. Nelle ditte dell'orologeria del mendrisiotto lavorano prevalentemente donne, quasi tutte frontaliere, per un salario lordo di 2'600 franchi, mentre nel resto della Svizzera i salari più bassi, delle stesse ditte, sono di 3'300 franchi.
Alle 14.00 c'è il cambio turno, poco prima cominciano ad arrivare a piccoli gruppi le operaie che inizieranno il lavoro. Sono quasi tutte molto giovani. Guardano lo striscione viola incuriosite, prendono i volantini, i fischietti e il cioccolato (che desta un particolare interesse) ed entrano in ditta. Alle 14.05 escono le loro colleghe che hanno finito il turno: un fiume di donne, con qualche uomo, che si dirige verso il cancello. Alcune a testa bassa scappano via senza nemmeno guardare cosa c'è scritto sullo striscione, altre invece rallentano, guardano incuriosite e prendono i volantini. Un soffio di vento fa volar via il volantino a una ragazza che torna indietro per recuperarlo. «È tornata a riprendere il volantino, questo è un successo», commenta Rolando Lepori, responsabile del settore industria per Unia Ticino, memore delle difficoltà incontrate appena qualche anno prima nella stessa ditta, quando le operaie avevano paura anche solo a prendere in mano un volantino del sindacato.
Dopo il concerto di fischietti delle 14.06 davanti alla Diantus, la "carovana della parità" riparte in direzione di Chiasso per protestare contro la deregolamentazione degli orari d'apertura dei negozi e la pretesa dei proprietari del centro Ovale di tenere aperto anche la domenica. Quello del commercio al dettaglio è un settore a forte vocazione femminile e già contraddistinto da una crescente precarizzazione degli impieghi e dall'assenza di tutele per le venditrici. La concessione dell'apertura domenicale al centro Ovale significherebbe l'inizio di una deregolamentazione generalizzata che, nel giro di poco tempo, si estenderebbe a tutto il settore e a tutti quelli ad esso collegati, come ad esempio la logistica, le poste, le banche, gli asili nido, eccetera. «Per il personale, per la popolazione della regione e per le future generazioni, cui abbiamo l'obbligo di consegnare una società che metta al centro i propri interessi, la tutela e la dignità delle persone, ci batteremo con tutte le nostre forze affinché le porte del centro Ovale la domenica restino chiuse», grida nel megafono Francesca Scalise, sindacalista di Unia per il settore della vendita.
Il corteo in viola parte da Piazza Indipendenza e percorre via San Gottardo fischiando e sventolando le bandiere della parità, per poi risalire sull'autobus a destinazione di Lugano, dove le aspettano altre donne e la parte più ufficiale della giornata, organizzata dal gruppo donne dell'Unione sindacale svizzera (Uss).
Nonostante il caldo, durante il viaggio le donne continuano a discutere animatamente sulle reciproche situazioni lavorative e i problemi ai quali si trovano o si sono trovate confrontate. Come Giulia*, venditrice, che dopo 11 anni di lavoro senza mai stare a casa in malattia si è dovuta assentare per un mese a causa di problemi di salute. Al suo rientro le è stato imposto di scegliere tra un contratto a ore con una riduzione dell'orario lavorativo (e quindi del salario) o la disdetta. La richiesta di sempre maggiore flessibilità, fino ad arrivare al lavoro su chiamata, e la precarizzazione del lavoro sono il leitmotiv delle conversazioni.
A Lugano, sempre fischiando e sventolando le bandiere fucsia, la "carovana della parità" raggiunge le altre manifestanti in Piazza Dante. In mezzo alla piazza campeggiano due stendi panni ai quali sono stati appesi i "panni sporchi della disparità", cioè pezzi di stoffa con scritte che denunciano le discriminazioni subite dalle donne. Tra palloncini colorati, bambini che giocano, donne e uomini vestiti di viola, rosa e fucsia, prende il via la parte ufficiale della giornata, con i discorsi politici intercalati da spettacoli di flamenco e letture ironico-impegnate sulle donne.
Pepita Vera Conforti, presidente della commissione consultiva cantonale per le pari opportunità, ricorda lo sciopero del '91 e i suoi fervidi preparativi. Carlo Lepori, della direzione del partito socialista, fa notare che, di fronte a millenni di società patriarcale, le conquiste verso la parità tra uomini e donne si possono considerare tutto sommato veloci, poiché avvenute negli ultimi cento anni. Loredana Schlegel, tra le animatrici dello sciopero del '91, racconta invece quelle che sono state le tappe storiche della lotta per la parità negli ultimi 50 anni, per concludere che in vari settori c'è ancora molta strada da fare. Mentre Pietro Martinelli, già Consigliere di Stato, ripercorre quella che è stata la sua presa di coscienza della questione femminile come uomo. Da quando ventenne il suo ideale di donna «si fermava alla Brigitte Bardot di "et dieu crea la femme"», alla scoperta di un Ticino autoritario che voleva negare il diritto di voto alle donne in nome della natura. In quegli anni è iniziato il suo percorso di lotta al fianco delle donne per rivendicare le pari opportunità, in famiglia e sul lavoro.

Pubblicato

Venerdì 24 Giugno 2011

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