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Le canzoni di una donna contro

di

Virginia Pietrogiovanna
Nel panorama italiano Giovanna Marini ha sempre rappresentato “l’altra” musica: controcorrente, in controtendenza, contrapposta a qualsiasi genere musicale e sempre contro le grandi fiumane sonore in voga nel corso degli anni. Il suo essere protagonista a parte della scena cantautorale italiana non dipende da una volontà di pugnace protesta, né da nessun desiderio di sovvertire ordini o sistemi. Sarebbe errato, oltre che grossolanamente riduttivo, assimilare la sua figura e il suo lavoro ai movimenti contestatari o alla voce dell’opposizione. Giovanna Marini ha scritto e scrive anche canzoni dai contenuti politici, sì, ma non solo. La particolarità della sua produzione è conseguenza diretta degli studi e delle ricerche svolte fin dal 1964, anno in cui per la prima volta, dopo il diploma in chitarra classica e i corsi di perfezionamento con Andrès Segovia, ha modo di ascoltare ed apprezzare la musica popolare. L’interesse suscitato dalle forme musicali e dai temi della tradizione spingono l’allora ventisettenne Giovanna Marini ad una continua ricerca e ad un costante approfondimento di questo genere musicale. All’incontro con la tradizione orale e con la memoria del popolo italiano si affianca in Giovanna Marini l’interesse per i canti di diverse etnie, che le dispiegano davanti agli occhi infinite possibilità espressive nell’uso della voce. Nasce da questo fertile sostrato la sua particolarissima produzione, in grado di proporre sia brani tradizionali sia canzoni nuove senza che fra gli uni e le altre si crei uno iato. Con Giovanna Marini le canzoni della tradizione orale tornano a vivere, non più nell’attualità dei temi (mondine e cercatori d’oro fanno parte ormai del passato), ma nella loro capacità di suscitare profonde emozioni. I testi nuovi invece si inseriscono con naturalezza nel flusso della tradizione che si rinnova, che adotta altri linguaggi, altri moduli musicali, ma che non per questo tradisce il passato. Così nel suo insieme la produzione di Giovanna Marini è omogenea e compatta, come il suo ultimo disco, “Buongiorno e Buonasera” (Caravan/Sony, 2003), che raccoglie canzoni di ieri e di oggi affiancando così situazioni appartenenti a diversi livelli temporali. Apre il disco “Un po’ di qua un po’ di là”, canzone del 1970 che ritrae la scena dei funerali di Giovanna Daffini (1969), cantastorie e mondina di Gualtieri di Reggio Emilia, collegata, come la stessa Marini, alle attività del Nuovo Canzoniere Italiano. Seguono altri brani dello stesso periodo e poi s’inserisce “È partita una nave da Roma”, canto raccolto a casa di un emigrante abruzzese. Allo stesso modo si passa dal canto di una mondina, “Padrone mio”, ad una canzone scritta per la caduta delle Torri Gemelle, “La Torre di Babele”. Ad unire temi, tempi, e strutture diverse fra loro, certo, la passione di Giovanna Marini, ma sul piano pratico una grammatica musicale ben codificata che fa della cantautrice un’esponente a sé stante della musica italiana. Controcorrente negli anni Sessanta e Settanta per la sua produzione legata ai canti operai, paesani e politici, oggi lo è meno per quel che concerne i temi delle canzoni, ma continua ad essere in controtendenza per la tipologia dei suoi brani. Peculiare in Giovanna Marini è per esempio l’uso di un parlato ritmico desunto dalla tradizione dei cantastorie e adattato, nel suo incalzante procedere, a lunghe e dettagliate narrazioni in musica di fatti per lo più corali, che coinvolgono molta gente (manifestazioni, sommosse, cortei). Il ritmo impietoso e martellante di questa sorta di cantillazione traduce con tragicità crescente i concitati scambi verbali dei protagonisti e il frastuono che accompagna il raduno di molte persone. Ne sono brillanti esempi “La manifestazione di Zibecchi”, del 1974, “Le fosse Ardeatine”, composizione di quest’anno, dove Giovanna Marini spinge il cantato ritmico fino all’esasperazione e l’accorata, ma allo stesso tempo nevrotica e ricca di stridori e assonanze “La Torre di Babele”. In diversi brani Giovanna Marini mantiene, anche se in modo estremamente ridotto, il gusto per il parlato ritmico. Lo fa attraverso l’uso di un fraseggio spezzato, claudicante, volto a frantumare la sinuosità della sintassi. Anche in questo caso l’esito è quello di una maggiore incisività emotiva. Il testo tramite questo espediente si arricchisce di un senso ulteriore, acquisisce drammaticità e par di udire singhiozzi quando Giovanna Marini canta «Allora pia/ngeranno me/ntre noi cammineremo» (da “Un po’ di qua un po’ di là”). L’uso della voce in genere contraddistingue il lavoro di Giovanna Marini. Insegnante di canto di musica popolare alla Scuola Popolare di Musica del Testaccio di Roma, Giovanna Marini ha sempre cercato di appropriarsi di nuovi modi d’emissione vocale, cercando anche la maniera di tradurli con una notazione musicale. Melismi accennati in gola, quarti di tono, l’emissione in gola anziché con risonanza in maschera... il modo di usare la voce di Giovanna Marini è assolutamente unico nel panorama della musica cosiddetta leggera. L’album “Buongiorno e Buonasera” pone per i motivi appena visti delle solide barriere di fronte all’ascolto di facile consumo. È un disco articolato e complesso, pur nella sua apparente semplicità, ma traduce a meraviglia il percorso musicale di Giovanna Marini, la presenta in tutte le sue sfaccettature e per questo può essere apprezzato sia da chi non la conosce ancora sia da coloro che già l’han sentita cantare.

Pubblicato

Venerdì 19 Dicembre 2003

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