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Le alternative della sinistra

di

Silvano De Pietro
Siamo nel mezzo di una crisi globale, non c'è dubbio. È la peggiore crisi finanziaria dagli anni Trenta del secolo scorso; e, come quella di allora, minaccia di estendersi all'economia reale. E se la crisi è globale, anche la recessione sarà globale. Non si può far finta di nulla. Ad essere scossi non sono soltanto i princìpi del capitalismo speculativo e della ideologia neoliberale. Anche la sinistra deve passare l'esame e chiedersi: è essa in grado di dare spiegazioni e interpretazioni alla crisi, o di formulare alternative credibili? E cosa dovrebbe fare la sinistra per esercitare un ruolo guida nella politica economica?

A queste domande tenta di dare una risposta Denknetz ("pensieri in rete"), un gruppo di riflessione della sinistra svizzera, che a tale scopo ha tenuto il 3 dicembre un convegno a Zurigo e le cui tesi di fondo sull'attuale crisi erano già state pubblicate in ottobre. Ciò che stiamo vivendo – è la considerazione di partenza – è una svolta storica, cioè una interruzione, una discontinuità rispetto al passato. La crisi, infatti, è troppo grave e troppo profonda per definirne adesso i confini, e le sue ripercussioni toccano tutti i campi della politica: l'economia, la socialità, l'ambiente, la famiglia, la cultura. La conseguenza è un inasprimento della lotta tra classi sociali e tra paesi e regioni del mondo, per il potere e per la ripartizione delle risorse.
Ne consegue che la società moderna non necessita tanto di operazioni di salvataggio, ma di nuovi fondamenti, di una rifondazione su nuove basi. La sinistra è chiamata a dare il suo contributo in tal senso, con l'elaborazione di progetti che abbiano quale obiettivo la subordinazione dell'economia alla democrazia mediante l'attuazione dei princìpi ecologici e della elementare giustizia sociale. In questo quadro rientrano non soltanto la lotta ai privilegi ed alle posizioni di potere, ma anche la mobilitazione a sostegno delle organizzazioni "non-profit", di uno stato sociale stabile e di un solido "service public".
Da questa premessa si fanno discendere alcune tesi, anche di tipo immediatamente applicabile sul piano politico. La prima è quella di pretendere che il denaro pubblico usato per salvare le banche non venga adoperato, neppure in minima parte, per finanziare i bonus, e che agli stipendi dei manager venga posto il tetto massimo di 300 mila franchi. Secondo: non soltanto non si devono abbassare le tasse, ma bisogna mettere in chiaro che la tassazione degli alti redditi e patrimoni, come pure degli utili delle imprese e dei capitali, non è una ridistribuzione, ma una restituzione. La crisi finanziaria, infatti, ha evidenziato come utili, alti salari e bonus di manager di banche e finanzieri siano stati incassati ma non guadagnati.
Terzo: la crisi sta facendo emergere l'inganno delle privatizzazioni, cioè della tesi borghese secondo cui lo stato sarebbe a priori meno efficiente dell'economia privata, per cui si devono ridurre le tasse e privatizzare i servizi pubblici. Al contrario, anche sulla base di studi scientifici (come quelli del Kof, l'istituto di ricerche congiunturali del Politecnico federale di Zurigo), è dimostrato che un'alta fiscalità unita a servizi pubblici ben sviluppati costituisce una realtà efficiente tanto quanto quella dell'economia privata. Questo magari non è vero sempre e comunque, perché uno stato non è uguale all'altro per organizzazione e metodo gestionale, ma la direzione da seguire è quella.


"Hanno disattivato la democrazia"

Christine Goll, lei è presidente del sindacato Vpod e consigliera nazionale ed ha preso parte a Zurigo al seminario sul tema: "Crisi finanziaria globale: quali le risposte del femminismo?" Che cosa ha a che fare il femminismo con la crisi finanziaria globale?
In quella occasione si è cercato di rispondere alla domanda su come la crisi finanziaria si ripercuote sulle condizioni di vita e di lavoro delle donne. Il neoliberalismo è fallito, tuttavia con gravi conseguenze sull'economia reale. In altri termini, la crisi finanziaria è anche una crisi economica nella quale le donne soffrono più degli uomini. Perciò occorrono anche risposte femministe a questa situazione di crisi, come pure rivendicazioni concrete relative al miglioramento delle condizioni di vita e di lavoro delle donne, o a come impedire che ancora una volta le donne subiscano le conseguenze della crisi.
Lei è presidente del Vpod, il sindacato del personale dei servizi pubblici. C'è un legame tra la crisi finanziaria e il "service public"?
Il "service public" concerne tutti. Servizi pubblici che funzionano bene, di livello qualitativo elevato e democraticamente controllati, sono i presupposti perché si abbiano lavoratori motivati ed una comunità sociale di cittadine e cittadini che decidono autonomamente. Disattivare la democrazia è il primo obiettivo del neoliberalismo. Viviamo in questo momento una miscela esplosiva di gigantesche offensive tese a ridurre le imposte per una élite di ricchi ed a scaricare sullo Stato i costi conseguenti alla crisi finanziaria, mentre gli utili continuano ad essere intascati dai privati. Ma in questa situazione abbiamo anche l'opportunità di mostrare come la follia delle privatizzazioni porti alla rovina, e come sia invece pagante impegnarsi a favore di un "service public" esteso e forte nell'interesse dei lavoratori e dell'intera popolazione.
Può la sinistra sperare (o tentare) di riuscire a dare una risposta alla crisi finanziaria ed economica globale con gli strumenti politici e sindacali a sua disposizione?
Ciò che possiamo, è mostrare che ora ci vogliono misure concrete su tre livelli. In primo luogo abbiamo bisogno di un rafforzamento del potere d'acquisto per tutti, invece di una ottimizzazione  privata degli utili per pochi. Ciò significa: aumenti salariali per i lavoratori e finalmente la messa in pratica della parità salariale per le donne; un rapido innalzamento degli assegni familiari a 250 franchi mensili per bambino ed a 300 franchi per ragazzo in formazione; più denaro pubblico per la riduzione dei premi dell'assicurazione malattie. In secondo luogo occorrono programmi d'impulso congiunturale, che tengano conto delle particolari esigenze delle donne soprattutto rispetto all'estensione degli asili nido, all'offerta di formazione ed alla cura di ammalati e anziani. In terzo luogo, occorre una ristrutturazione del sistema di sicurezza sociale allo scopo di eliminare la discriminazione delle donne: ciò significa, per esempio, rafforzare l'Avs quale sistema di finanziamento che, al contrario del procedimento di copertura del capitale come nel 2° e 3° pilastro, possa essere sviluppato in modo giusto per le donne. La migliore risposta alla crisi è una maggiore giustizia e sicurezza sociale per le persone, qui da noi e nel mondo.
Il segreto bancario ha permesso alla piazza finanziaria svizzera di crescere e prosperare. È giusto continuare a difenderlo?
Da un lato, il segreto bancario è un mito, poiché la pratica mostra che informazioni "segrete" possono essere presto svelate. D'altro lato, anche attenersi al segreto bancario è una beffa, poiché esso invita tutti gli evasori fiscali del mondo a parcheggiare il denaro in Svizzera, ovvero offre la possibilità di sottrarre patrimoni pubblici ai paesi poveri.
La sinistra vorrebbe togliere i bonus ai manager delle banche. Ma per costoro i bonus sono l'incentivo a correre il rischio, esattamente come l'utile è per un imprenditore l'incentivo a correre il rischio dell'impresa. Con che cosa sostituiamo i bonus?
È incredibile e insopportabile che il Consiglio federale elabori un piano da 68 miliardi con le banche e chieda per questo ai contribuenti di passare alla cassa, senza legarlo neppure ad una sola condizione. Occorrono salari fissi che vengano limitati verso l'alto, anche e soprattutto per i manager. Stipendi superiori alla retribuzione di un consigliere federale non sono giustificati. Non un solo centesimo deve più essere investito in bonus. E poi il rischio d'impresa già oggi non sono i manager delle banche a correrlo, ma gli impiegati delle banche, che in ultima analisi sono quelli che finiscono sulla strada. Ma chi è organizzato sindacalmente può difendersi meglio.

Pubblicato

Venerdì 5 Dicembre 2008

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