Operatori di giustizia? Di carità? Ausiliari di polizia? Più o meno questi sono gli interrogativi sugli operatori sociali e il loro lavoro sollevati dall'insegnante di una scuola superiore di lavoro sociale. Chi opera in questo ambito non può che riconoscersi in tali interrogativi. La loro pertinenza è confermata da orientamenti ed episodi recenti: anche in Ticino, un cantone ammirato per le innovazioni della sua politica sociale.
Operatori di giustizia? Poco più di dieci anni fa, governo, amministrazione e parlamento concepivano e realizzavano gli assegni complementari per le famiglie a basso reddito e ripensavano l'assieme degli aiuti finanziari ai meno favoriti, con obiettivi condivisi da tutti: combattere la povertà; eliminare dalle politiche sociali soggettività, paternalismo e sospetto che intaccano la dignità di chi si trova nel bisogno; facilitare l'accesso dei cittadini a prestazioni che si voleva non fossero concessioni, ma diritti; migliorare qualità e efficienza dei servizi ai più svantaggiati. Oggi, di fronte al disagio economico e sociale crescente, le priorità sono altre. Restringere l'accesso alle prestazioni e ridurle. Presumere l'abuso prima del bisogno e controllare anche la sfera privata. Forzare al lavoro: non liberazione ma coercizione. Intendiamoci: l'abbinamento di diritti e doveri, di solidarietà e responsabilità, è sacrosanto, purché sia compatibile con la libertà e la dignità.
Operatori di carità? Un'organizzazione cresciuta in una cultura antitetica a quella della carità ha lanciato con successo la raccolta delle eccedenze alimentari presso i grandi magazzini e la loro distribuzione a persone segnalate dai servizi sociali. Un'intraprendenza ammirevole, un segno dei tempi inquietante.
Operatori sociali ausiliari di polizia? La cultura del sospetto e la paura del disordine condizionano pesantemente il lavoro sociale per gli invalidi, i poveri, i giovani in difficoltà, gli immigrati, i profughi. Un'associazione umanitaria, che gestisce un centro di pronta accoglienza per disperati, non riesce ad ottenere un aiuto pubblico che le è stato promesso, perché si pretende che lasci entrare sempre la polizia a controllare le persone accolte. Anche agli enti che gestiscono l'alloggio dei rifugiati si chiede in primo luogo di collaborare a compiti di polizia.
Un grande polverone è stato sollevato per un'adolescente africana collocata in un centro per la protezione dei minorenni, che ha un costo non indifferente, data la presenza costante di personale qualificato: troppo per una bambina nera fuggita da un paese devastato dalla violenza!
Domande pertinenti, quindi, sul senso e il futuro del lavoro sociale. Le risposte sono aperte. Dipendono dalla capacità di non lasciarsi intimidire né scoraggiare, di lavorare, riflettere, migliorare, innovare: come politici, operatori sociali, cittadini per cui la solidarietà è la maggiore ricchezza di una società civile.  

Pubblicato il 

22.06.07

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