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Lavoro nero, 40 miliardi in Svizzera

di

Silvano De Pietro
Anche in Svizzera c'è un'economia sommersa. Cioè un'economia illegale, che prospera nell'ombra, non paga tasse e contributi sociali e sfrutta il lavoro nero privo di tutela sindacale e contrattuale. Questa constatazione, pur concernendo una realtà oggettivamente grave, può sembrare banale dal momento che nessuno dei paesi industrializzati può dirsi immune da tale fenomeno. Se però aggiungiamo il particolare che in Svizzera vi sono più lavoratori in nero che disoccupati, allora tutto acquista dimensioni e rilevanza sociale diverse.

Gli economisti misurano la ricchezza di una nazione sommando i beni ed i servizi che vengono prodotti o venduti annualmente, i quali formano il "prodotto interno lordo"(Pil). L'economia sommersa, proprio perché tale, sfugge a questo calcolo e non entra nelle statistiche, anche se contribuisce ovviamente a formare la ricchezza ed il benessere del paese preso in considerazione. Nessuno sa quindi con esattezza quanto sia estesa l'economia sommersa, né nei singoli stati, né nei continenti o nel mondo intero. Gli specialisti – e tra questi uno dei maggiori in Europa è Friedrich Schneider, professore di economia all'università di Lienz, in Austria – possono però formulare stime attendibili basandosi su calcoli fatti per deduzione.
Secondo tali stime, l'economia sommersa in Svizzera produce qualcosa come 40 miliardi di franchi, vale a dire il 9,4 per cento del Pil. Vale a dire un contributo praticamente pari a quello che dà al benessere della Svizzera il settore bancario e finanziario. Ciò significa che se gli economisti potessero mettere nelle loro statistiche ufficiali anche l'economia sommersa, tenuto conto degli oneri fiscali e sociali che questa verserebbe, il Pil della Svizzera risulterebbe maggiore di un buon 8 per cento.
Ma le cifre più impressionanti sono quelle relative al lavoro nero, ovvero al numero dei lavoratori che vengono utilizzati nell'economia sommersa. In un suo recente studio, Schneider stima che i lavoratori in nero siano circa 500 mila occupati a tempo pieno, vale a dire quasi cinque volte l'attuale numero di disoccupati ufficiali. E rappresentano anche il 16 per cento della popolazione occupata a tempo pieno.
Il lavoro nero prospera non tanto dove comunemente si crede, cioè nelle economie domestiche che occupano clandestini per i lavori di casa (i quali, in definitiva sono solo un settimo dei lavoratori in nero), quanto nell'artigianato, nella gastronomia, nell'agricoltura e nell'edilizia.
In questi settori, secondo Schneider, si concentra oltre la metà dell'economia sommersa elvetica. Che cosa, poi, condizioni direttamente la nascita e l'espansione dell'economia sommersa, non è così semplice da individuare. I fattori, in realtà, sono diversi. La prima impressione è che possa valere l'equazione secondo cui quanto più alte sono tasse e imposte, tanto maggiore è l'economia clandestina che cerca di sottrarsi alla pressione fiscale.
Ma un altro elemento è forse ancor più determinante di quello fiscale: la regolamentazione del mercato del lavoro. Quanto più il mercato viene rigidamente regolato, tanto maggiore è per i datori di lavoro la tentazione di sottrarvisi e di muoversi liberamente sul mercato del lavoro nero. In ogni caso sono sempre e comunque i datori di lavoro a determinare la nascita di un mercato del lavoro nero ed a farvi ricorso per trarne dei benefici. E c'è infine una specie di controprova,  menzionata nel detto studio dell'economista Schneider: quanto maggiore è la qualità dei servizi pubblici, tanto minore è la propensione degli imprenditori a sottrarre denaro al fisco.
L'economia sommersa è tuttavia un fenomeno molto più grave negli altri paesi. Se si escludono le economie a più alta densità di sommerso (Bolivia, Georgia e Zimbabwe, dove i due terzi del Pil sono sottratti al controllo dello stato) ed i 145 paesi in cui l'economia irregolare è circa il 35 per cento del totale, si può limitare il confronto soltanto ai paesi industrializzati, ai primi tre posti ci sono la Grecia, col 28,2 per cento del Pil, l'Italia con il 25,7 e la Spagna col 22 per cento, seguite dal Portogallo (21,9) e dal Belgio (21,0). Ci sono poi i paesi ad alta fiscalità (Norvegia, Svezia, Finlandia e Danimarca), seguiti da tutti gli altri fino al Giappone (10,8 per cento), alla Svizzera, (9,4) ed agli Usa (8,4).

Pubblicato

Venerdì 4 Maggio 2007

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