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Lavoro & Salute

Lavoro e contagio, il dato volutamente ignorato

Abbandonata la statistica cantonale sulle professioni delle persone positive al Covid. Un dato trascurato in Svizzera, salvo a Ginevra. Che non lo dice

di

Francesco Bonsaver

Ci si contagia al lavoro? Esistono delle categorie professionali dove si registra una maggiore concentrazione di contagiati? Le autorità cantonali e federali non vogliono saperlo, o non lo dicono.

A giugno avevamo posto la domanda all’Ufficio del medico cantonale ticinese, poiché dal 4 maggio avevano cominciato a registrare anche il dato della professione dei positivi al Covid. «I dati sono troppo bassi per fare delle statistiche rappresentative della situazione» aveva risposto l’autorità cantonale, precisando che qualora i numeri fossero disgraziatamente aumentati, avrebbero adeguato l’informazione. Purtroppo, in autunno i numeri sono tornati a crescere trasformandosi in una seconda ondata pandemica. Abbiamo dunque risollecitato l’autorità cantonale sulla statistica dei contagi in relazione alla professione.


«Questa statistica non viene fornita». A risponderci questa volta è stato il Servizio comunicazione del Consiglio di Stato. Appellandoci alla Legge trasparenza, il governo ha poi precisato che «da inizio ottobre, l’ingente mole d’informazioni non ha più permesso di tenere una statistica completa». Se ne deduce che l’inserimento del dato della professione accanto a quelli dell’età, del sesso o luogo di residenza, non viene più effettuato perché costa troppo tempo e non sono state predisposte le forze necessarie. Confidiamo di trovare delle risposte nelle prossime tappe della lunga procedura della Legge trasparenza.


Resta il punto che l’ambito lavorativo è centrale nella vita di tutti noi, occupando almeno oltre un terzo della vita quotidiana dei salariati. Tralasciarlo non aiuta nella comprensione della diffusione del male che da quasi un anno determina la nostra vita. In assenza di dati indipendenti, ognuno può affermare quel che più gli aggrada, senza timore di essere smentito.


«I piani sono rispettati e i casi di contagio sono pochissimi» ha recentemente dichiarato il direttore della Società svizzera impresari costruttori sezione Ticino, Nicola Bagnovini. «Le poche assenze tra il nostro personale durante la prima pandemia, dimostrano che le nostre misure preventive hanno funzionato bene» aveva risposto il gruppo Coop alla Sonntagszeitung a fine primavera. «I focolai principali non sono sui posti di lavoro, perlomeno nel nostro settore» dichiara Stefano Modenini direttore degli industriali ticinesi, la scorsa settimana su laRegione. Cantieri, centri commerciali e industrie: tutto bene stando ai loro responsabili. L’oste non dirà mai che il suo vino fa schifo.


Al sindacato invece risultano numerose le segnalazioni di positivi nei cantieri o nella vendita al dettaglio. Poterle dimostrare, con dati alla mano, è però un’operazione estremamente complicata per l’organizzazione dei lavoratori. Si riesce solo nei casi dove la situazione è talmente esplosiva, da non poter esser nascosta. A Ginevra, 120 dipendenti del medesimo stabilimento di Rolex sono risultati positivi nell’arco di due settimane, ha denunciato la locale sezione di Unia.


Il Canton Ginevra preferisce non divulgare certi dati, come raccontato dal quotidiano romando Le Courrier: «La cellula di tracciamento dei casi Covid sul territorio ginevrino individua i luoghi sensibili, come le case anziani, le scuole o gli istituti, ma anche le imprese. La cellula ha stilato anche una mappatura delle contaminazioni in base agli indirizzi delle imprese. Mappa disponibile però solo ad uso interno, in ragione della confidenzialità, mentre le mappe delle contaminazioni in base ai luoghi di abitazione è pubblicamente disponibile sul sito internet del Canton Ginevra». Insomma, la privacy vale per le imprese ma non per le abitazioni private, scrive il giornale romando.


In Ticino, stando alla risposta data al nostro giornale, l’autorità ha scelto di rinunciare a raccogliere le informazioni legate alla professione. Eppure la conoscenza consentirebbe l’adozione di misure di contrasto. Anche perché nella seconda ondata l’autorità dà l’impressione di brancolare nel buio, adottando misure più simboliche che fondate su dati certi. Poche settimane fa, il governo ticinese era stato costretto a fare retromarcia sulla chiusura de facto dei cinema e teatri, nonostante non fossero stati registrati dei casi di contagio nelle sale. Aperti invece quasi ininterrottamente a dicembre centri commerciali, cantieri e fabbriche.


Non che sul piano federale le cose vadano meglio. In agosto aveva fatto scalpore la comunicazione dell’Ufsp che attribuiva ai club e alle discoteche il 41,6% dei contagi. Sommersi dalle richieste di chiarimenti, il giorno dopo l’Ufsp ha dovuto rettificare l’informazione, relegando club e discoteche all’1,3%. Nella stessa comunicazione, ammettendo che quasi nel 70% dei casi non si conosce dove la persona si sia contagiata, l’autorità federale indicava l’ambito familiare (29%), seguito dal luogo di lavoro (13%) e “altri contatti” (13%). Premesso che rimane l’incognita del come il virus arrivi in famiglia, le autorità hanno intimato la chiusura dei bar e ristoranti che nella statistica erano al quinto posto con il 4,7%.

 

Certo, più le persone si incontrano, più alte sono le probabilità che il virus si diffonda. Ma la gente s'incontra anche al lavoro, in certi casi in numeri molto alti. Escludere i posti di lavoro dalla raccolta dei dati, appare come una scelta politica al servizio di taluni interessi economici, non della salute delle persone.

Pubblicato

Giovedì 17 Dicembre 2020

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