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Dramma di Collina d'Oro

«Lavorava con i nostri rifiuti»

di

Claudio Carrer

Esiste un Ticino diverso da quello che semina sentimenti di odio nei confronti dei lavoratori frontalieri, che li tratta come fossero dei ladri o addirittura li paragona ai ratti. Ci sono anche molte persone che sanno esprimere solidarietà e vicinanza, come dimostrano le prime reazioni positive a un'iniziativa a sostegno della vedova e dei bambini dell'operaio varesino deceduto lo scorso 28 novembre a Montagnola schiacciato dal camion dei rifiuti sul quale lavorava.

Un'iniziativa volta a costituire un fondo in denaro che consenta alla famiglia della giovane vittima, Alessandro Pappalardo di soli 33 anni, di fronteggiare alcune necessità immediate e in futuro di contribuire a un'adeguata formazione scolastica e professionale dei due piccoli orfani, che oggi hanno due e sei anni. Promossa attraverso un'interpellanza al Municipio di Collina d'Oro (di cui Montagnola fa parte) del filosofo e consigliere comunale socialista Nicola Emery, l'idea ha già raccolto molte adesioni che fanno ben sperare. Il Municipio di Collina d'Oro ha stanziato cinquemila franchi, ma purtroppo non ha accolto la proposta di Emery di posare sul luogo della disgrazia una lapide in ricordo dello sfortunato operaio.
Parallelamente, grazie all'impegno di alcune organizzazioni  come "Belticino" e "Stop all'ignoranza di massa", del Partito socialista ticinese, del sindacato Unia e di singoli cittadini, è stata fondata "Azione Altra Realtà", associazione che si occuperà dell'organizzazione e della gestione della colletta ma che, indicano i suoi promotori, vuole anche essere il primo passo di una «più ampia azione di solidarietà e riconoscenza nei confronti delle troppe vittime, spesso frontaliere, degli incidenti sul lavoro», «un'azione senza confini, di significato non solo etico, ma anche politico».
«Vogliamo lanciare un segnale forte di prossimità e per dire in modo forte e concreto che non esistono vite di scarto», sottolinea Nicola Emery, a cui chiediamo di raccontarci le motivazioni profonde che lo hanno spinto a lanciare questa lodevole iniziativa in un cantone in cui spesso quando di mezzo c'è un frontaliere sono i sentimenti d'intolleranza a prevalere.
«Le motivazioni sono tante ed è difficile esprimerle tutte. Le prime riflessioni le ho condivise in casa con mia moglie, nelle ore immediatamente successive alla tragedia. Sono sentimenti di emozione, di sconforto e di dolore quelli che suscitano la morte sul lavoro di un giovane di 33 anni. Un fatto grave che scatena molte domande, come quella sul tipo di lavoro che quest'uomo eseguiva. Diciamocelo chiaro: lui lavorava con i nostri rifiuti, con i rifiuti prodotti da un ricco quartiere pieno di ville lussuose come Collina d'Oro, in cui però non si pensa al rapporto sociale diretto che esiste tra i nostri comportamenti e un nostro prossimo, in questo caso il netturbino frontaliere Alessandro Pappalardo. Mi è dunque parso doveroso sollecitare un Comune notoriamente benestante a compiere un piccolo gesto concreto nei confronti della famiglia della vittima e un atto simbolico, come quello della posa una lapide, che ci aiuti a non dimenticare. Purtroppo quest'ultima proposta non è stata accolta, con il motivo che steli e lapidi vengono posate solo quando vi sono "principî forti" da ricordare e celebrare. Ma la difesa della sicurezza sul lavoro e insomma della vita come tale, non devono forse essere riconosciuti come principi in sé stessi e per se stessi forti e validi? Davanti agli eventi limite, davanti ai risvolti drammatici e negativi causati dalla organizzazione della "nostra" realtà,  purtroppo non sorprende che un certo conformismo preferisca impegnarsi in un attivo lavoro di rimozione. Poter ricordare e dover confrontarsi anche con la memoria degli incidenti e delle mortificazioni delle esistenze, invece, potrebbe consentire di elaborare il dolore e di cercare di superarlo, potrebbe consentire di acquisire magari anche uno sguardo più profondo e  diverso su quella "bella apparenza" che troppo spesso ci viene invece presentata come l'intera e sola realtà. Detto questo, non voglio negare che la donazione deliberata dal Comune costituisce pur sempre un risultato, un segno tangibile di prossimità, anche se…».
«Al di là di questo – prosegue Emery – non posso nascondere che c'è anche il contesto insopportabile nel quale viviamo in Ticino, che ci costringe a subire continuamente campagne di denigrazione dei frontalieri e appelli indecenti alla "difesa" da queste persone, che tra l'altro fanno mestieri che nessun ticinese vuole più svolgere. Come "ticinese" provo vergogna di fronte a certe reazioni. I problemi nel mondo del lavoro sono generati dal modo di gestire i contratti, dal modo iniquo con cui il padronato si serve di quell'esercito di manodopera di riserva che vive oltre confine per applicare condizioni contrattuali basse, e non certo da chi si offre a prestare servizi e lavoro».
L'Associazione Azione Altra Realtà è nata da pochi giorni ma ha già ricevuto numerose promesse di donazione. Un indizio che accanto al Ticino da lei appena descritto ne esiste un altro, con altri valori, ma forse un po' sommerso?
Nella società ci sono delle energie positive che si manifestano con varie forme d'impegno, ma occorre continuamente sollecitarle. Sarebbe compito della politica, che purtroppo però è succube delle logiche economiche e utilitaristiche. Anche quella praticata dai partiti della sinistra, che a mio giudizio dovrebbero anche provare a immaginare rapporti e relazioni sociali di altro tipo per prefigurare appunto un'altra realtà. La nostra iniziativa vuole essere anche un primo e fattivo contributo in questo senso, al fine di ricordare una realtà altra che ci permetta di criticare quella presente e in cui la condivisione abbia un valore immensamente superiore all'interesse egoistico personale. Azione Altra Realtà mira proprio a recuperare un'ideale di prossimità e di amicizia, ad opporsi alla rimozione, a insegnarci che dobbiamo essere riconoscenti a chi presta le proprie competenze, le proprie braccia e quindi la propria vita per lavorare da noi. Certo, dal punto di vista economico il lavoro del frontaliere viene contraccambiato con un salario (seppure spesso molto basso), ma c'è anche un discorso esistenziale da fare: i ticinesi, non svolgendo più alcuni mestieri umili, dovrebbero sentirsi, non da ultimo, in debito simbolico con i lavoratori frontalieri.  
In che misura la morte di lavoratore può aiutare a superare certe visioni utilitaristiche?
È un evento drammatico che risveglia il desiderio, profondamente radicato anche nella nostra cultura ebraico-cristiana, di superare la morte. In questo caso cercando almeno di dare alla vedova e agli orfani condizioni di vita migliori: si tratta di un atto simbolico di resistenza per resistere alla mortificazione. Il capitalismo, lo diceva anche Marx, comporta un'organizzazione della produzione e una sua divisione sociale nel cui ambito il lavoro, invece di essere fonte di realizzazione della persona, diventa una forma di mortificazione. E quando questa diventa addirittura morte fisica, la situazione limite viene allo scoperto  e scatena desideri di un'altra realtà.


Dopo la tragedia la solidarietà

Erano le 12.40 di mercoledì 28 novembre quando Alessandro Pappalardo, 33 anni, domiciliato a Valganna (pro-
vincia di Varese) e impiegato di una ditta privata attiva nello smaltimento dei rifiuti della Collina d'Oro, è stato investito dal camion dal quale era sceso poco prima mentre il mezzo era in manovra in retromarcia, in via Collinetta a Montagnola. La disgrazia si è consumata in pochi attimi, in modo così rapido da non dare nemmeno il tempo a un collega poco distante di intervenire per evitare la tragedia. Un'inchiesta della magistratura è in corso. Pappalardo lascia la moglie e due figli di due e sei anni. I lettori che volessero compiere un gesto di solidarietà nei confronti di questa famiglia così duramente colpita, possono versare il loro contributo sul conto:

"Azione Altra Realtà",
Iban: CH4780362000004708404presso Banca Raiffeisen,
Colline del Ceresio

Pubblicato

Venerdì 21 Dicembre 2012

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