Se si guarda alle statistiche (Ocse) del lavoro temporaneo (o part-time) dei paesi europei si è colpiti dall’ampiezza delle differenze tra un mercato del lavoro e l’altro. Ad esempio, in Spagna i lavoratori temporanei rappresentano il 32,9 per cento della popolazione attiva. In Finlandia e in Portogallo si ha il 18 per cento; in Francia, Germania, Grecia e Svezia il 14 per cento. In Italia i lavoratori «temp» sono il 9 per cento. La sorpresa è l’Inghilterra che ha solo il 7,1 per cento. Essendo il paese europeo che più si avvicina al «capitalismo di borsa» americano, che ha fatto della deregulation, della flessibilità del lavoro e della privatizzazione i pilastri del proprio modello economico, si rimane colpiti dalla bassa percentuale di forza lavoro flessibile inglese. Che dire allora della Svizzera, in cui il 29 per cento della popolazione attiva è costituita da lavoratori o, meglio, prevalentemente da lavoratrici a tempo parziale (occupati/e meno del 90 per cento di un tempo pieno)? La prima constatazione è che un’evoluzione così differenziata del lavoro temporaneo non può essere spiegata sulla sola base delle cosiddette leggi del libero mercato. Secondo i liberisti la riduzione del lavoro a tempo indeterminato a favore della crescita del lavoro flessibile sarebbe il risultato «ineluttabile» della globalizzazione dell’economia, la quale esige la riduzione del costo e la flessibilità del lavoro per accrescere la competitività su mercati sempre più volatili. Se così fosse all’interno dell’area europea dovremmo avere percentuali di lavoro temporaneo perlomeno simili. Ma così non è, anzi. La spiegazione deve essere un’altra. Essa ha a che fare con la storia politica di ciascun mercato del lavoro locale: ad esempio in Spagna il passaggio dal regime dittatoriale franchista, che vietava la mobilità dei lavoratori, a un sistema che abbassando i costi dei licenziamenti, favorisce la precarizzazione; con il tipo di istituzioni sociali vigenti, come ad esempio in Svezia, dove molti lavoratori temporanei sono utilizzati per supplire i lavoratori assenti per congedi vari, o semplicemente assenteisti; con il modo di gestione della disoccupazione, come in Svizzera e in Svezia dove il lavoro flessibile permette di assorbire buona parte della disoccupazione; con il tasso di partecipazione femminile al mercato del lavoro, ovunque elevato e mal pagato, ciò che indica una pessima allocazione delle risorse umane che contraddice gli sforzi governativi di migliorare la qualità di vita; con la natura dei prodotti domandati dal mercato, che in Inghilterra rende meno squilibrato il rapporto tra lavoratori temporanei qualificati e senza qualifica. Insomma, è l’interazione di una molteplicità di fattori che spiega l’eterogeneità dei mercati del lavoro, e niente affatto il ricorso a modelli astratti dell’economia di mercato. È indubbio che meglio si conoscono le dinamiche del mercato del lavoro e le loro specificità, meno sicuri si deve essere dell’efficacia/efficienza della politica economica liberista, che l’ignoranza considera unica e vincente.

Pubblicato il 

19.10.01

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