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Lavoratori, peggio di così...

di

Loris Campetti
Ormai non c'è nessuno in Italia che non pianga lacrime amare (e spesso di coccodrillo) per lo stato miserevole in cui versano i salari dei lavoratori dipendenti che in 5 anni hanno perso 10 punti. Anche i capi della Confindustria si dichiarano solidali con i loro operai e chiedono al governo di intervenire, perché i bassi salari accompagnati da una ripresa dell'inflazione stanno creando un blocco della domanda, un guaio serio per l'economia italiana. I padroni una loro ricetta ce l'hanno, peccato che si incentri sulla pretesa di ottenere dalla collettività un'ulteriore pioggia di sgravi fiscali alle imprese che con la Finanziaria hanno già ottenuto 5 punti di cuneo fiscale e la defiscalizzazione degli straordinari. In poche parole i padroni dicono: gli operai guadagnano troppo poco e non riescono più a comprare neanche le merci che producono, ma noi non intendiamo alleggerire di un euro i nostri utili, ci pensi lo Stato a mettere la differenza in busta paga. Con questa premessa si sono aperti due tavoli di trattativa: uno confederale tra Cgil, Cisl, Uil, Confindustria e governo sui salari e la riforma del sistema contrattuale, il secondo tra Federmeccanica e Fim, Fiom Uilm per il rinnovo del contratto nazionale dei metalmeccanici, scaduto da sette mesi.

La richiesta padronale al tavolo confederale è dunque incentrata sugli sgravi fiscali e sulla sterilizzazione dei contratti nazionali di primo livello, che si vorrebbero ridotti al mero recupero dell'inflazione (quella prevista, neanche quella reale che è più alta). Gli aumenti salariali, invece, dovrebbero essere interamente legati alla produttività nei contratti aziendali di secondo livello. È' un imbroglio bello e buono, destinato ad aumentare le disuguaglianze sociali: solo il 10 per cento delle industrie, infatti, ha un contratto integrativo per la particolare struttura produttiva italiana, frantumata in microfiliere, spezzettata in conseguenza di terziarizzazioni e delocalizzazioni. Il 54 per cento dei lavoratori italiani opera in imprese con meno di 15 dipendenti, esclusi dunque dalle coperture garantite dallo Statuto dei lavoratori. A "passare la nottata", stando a queste pretese, sarebbero solo i dipendenti delle grandi imprese che fanno profitti. Il lavoro ridotto a variabile dipendente del mercato e dei profitti. Cgil, Cisl e Uil hanno orientamenti articolati e solo dentro la Cgil permane un nocciolo duro di opposizione all'orgia liberista che rischia di travolgere la stessa cultura sociale italiana. In mezzo scorre il governo con la maggioranza che lo sostiene, fortemente divisa al suo interno tra un centro filopadronale e una sinistra ancora debole che tenta di riunificare in un unico torrente i suoi quattro rivoli (Prc, PdCi, Verdi e Sd).
Il secondo tavolo è ancor più esplosivo del primo. Come sempre nella storia italiana del dopoguerra, il contratto dei metalmeccanici è il termometro che serve a fare il punto sullo stato dei rapporti di forza in Italia. Da sempre si guarda quel che avviene in questo settore del mondo operaio per capire le tendenze più generali.
Gli ultimi contratti, dalla seconda metà degli anni Novanta, sono stati chiusi con difficoltà, in alcuni casi con la mediazione dei governi in carica e in due circostanze con accordi separati tra Federmeccanica, Fim e Uilm, cioè senza la Fiom che rappresenta da sola la metà dei metalmeccanici. Questa volta i padroni sono partiti lancia in resta, riscattando il vecchio slogan delle aree operaie più radicali della Fiat Mirafiori negli anni Settanta: "Vogliamo tutto". Dove tutto vuol dire: libertà di gestire unilateralmente il tempo di lavoro, aumentando il lavoro straordinario il sabato e nelle festività o nei giorni di permesso finora a disposizione dei lavoratori, straordinario pagato con tabelle ordinarie senza più contrattare con le rappresentanze sindacali di fabbrica; aumento della flessibilità, cioè della precarietà, allungando a 40 mesi anche non continuativi la possibilità di rinnovare contratti a termine o interinali, prima che un poveraccio abbia il diritto a un contratto a tempo indeterminato; infine gli aumenti salariali, che i padroni vorrebbero inferiori a 100 euro al mese per 30 mesi – mentre i sindacati chiedono per 24 mesi 117 euro più 30 euro per chi non ha contratto aziendale di secondo livello – allungando così da 2 a 2,5 anni la durata del contratto. Si tenga conto del fatto che l'allungamento del periodo porta a una perdita di potere d'acquisto dei salari per effetto dell'inflazione. Nonché del fatto che parte di questi aumenti, secondo Federmeccanica, andrebbero legati alla produttività.
Dopo giorni e giorni di trattativa, 48 ore di scioperi generali a cui si aggiungono gli scioperi spontanei che in questi giorni stanno infiammando il paese, rotture al tavolo negoziale e difficili ricuciture, lunedì si è arrivati al punto più critico del confronto, cioè a una rottura formale tra le parti.
Le rappresentanze padronali minacciano aumenti unilaterali al fine di cancellare l'istituto stesso del contratto nazionale. Ora il confronto riprende in sede governativa: il ministro del lavoro Cesare Damiano ha convocato le parti chiedendo a Federmeccanica di congelare decisioni unilaterali. I padroni hanno accettato l'invito ma hanno imposto i loro tempi: o entro lunedì si troverà un accordo con i sindacati, oppure la rottura sarà definitiva.

Pubblicato

Venerdì 18 Gennaio 2008

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