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Giustizia

Lavoratori FFS esposti all'amianto: inchiesta penale verso l'archiviazione. Ma sul fronte civile qualcosa si muove

Cade l'accusa di omicidio colposo per i morti delle Officine di Bellinzona. Ma nell’ambito di una causa di risarcimento promossa dai familiari di una vittima alcuni ex operai saranno ascoltati per la prima volta da un giudice

di

Claudio Carrer

L’inchiesta penale per la morte per esposizione all’amianto di alcuni ex operai delle Officine Ffs di Bellinzona sta per essere archiviata con un decreto d’abbandono. La notizia, confermataci dal Ministero pubblico ticinese, non può che lasciare l’amaro in bocca tra i familiari delle vittime, che ancora una volta si vedono sbarrare la strada della Giustizia. Ma c’è anche uno sviluppo positivo da registrare: nell’ambito di una causa civile di risarcimento contro le Ffs avanzata dai familiari di Bruno Bertini, morto di mesotelioma pleurico dopo 30 anni di esposizione alla polvere Killer durante la sua attività di riparatore e verificatore di treni, alcuni testimoni diretti di quella tragedia avranno, per la prima volta, la possibilità di testimoniare davanti a un giudice.

 

Decessi alle Officine di Bellinzona,

inchiesta penale verso l’archiviazione

L’inchiesta del Ministero pubblico ticinese per i decessi e i gravi danni alla salute patiti da alcuni ex dipendenti delle Officine Ffs di Bellinzona esposti alle polveri di amianto è già morta. L’istruzione penale, avviata nel 2019 in seguito a una serie di denunce pubbliche di ex operai dello stabilimento cui è seguita anche una denuncia dei familiari di una vittima, sta infatti per essere chiusa con un decreto di abbandono, ci conferma il portavoce del Ministero pubblico.

Nei confronti del datore di lavoro erano state formulate pesanti accuse, in particolare per l’assenza di misure di protezione dei lavoratori che effettuavano la manutenzione delle carrozze piene di amianto. Erano stati ipotizzati i reati di omicidio colposo e di lesioni colpose gravi, ma il procuratore pubblico Zaccaria Akbas che ha condotto l’inchiesta è giunto alla conclusione che, «sulla base delle risultanze di fatto e di diritto», si prospetta l’emanazione di un decreto di abbandono. Le motivazioni saranno rese note con questo atto. 


La vicenda di Ivo Bruno Bertini

Classe 1944, ha lavorato per oltre trent’anni al servizio delle Ferrovie federali svizzere (Ffs), prima come riparatore e successivamente come verificatore dei treni; svolgendo queste attività era regolarmente esposto, a sua insaputa e senza alcuna protezione, alle polveri di amianto. Nel 2014, a 70 anni appena compiuti, è morto fra atroci sofferenze per un mesotelioma pleurico, il tipico cancro da amianto. È la tragica storia di Ivo Bruno Bertini. Una storia che il suo ex datore di lavoro nega e che volentieri consegnerebbe agli archivi. Ma ora, grazie alla determinazione dei familiari della vittima, è chiamato a renderne conto davanti a un giudice nell’ambito di un’istanza di risarcimento.

 

Lo scorso 25 marzo si è tenuta una prima udienza davanti alla Pretura di Bellinzona, che ha fatto segnare un punto a favore dei familiari di Bertini: si procederà con lo svolgimento dell’istruttoria e quindi, per la prima volta, saranno rese delle testimonianze davanti a un giudice. Alcune persone avranno la possibilità di raccontare come andavano realmente le cose alle Ffs. Quelle Ffs a cui Ivo Bertini «era attaccatissimo e dalle quali è stato tradito», ci racconta la figlia Norkeli, che come avvocata porta avanti in prima persona la causa della sua famiglia.

 

Trent’anni di esposizione

Il percorso professionale di Bertini dentro l’ex regia federale inizia in giovane età, nel 1968 a Olten, dove svolge un primo anno di formazione come riparatore. L’impatto con l’amianto è immediato: occupandosi del controllo delle varie componenti delle carrozze dei treni (dalla meccanica, ai riscaldamenti, agli impianti elettrici) è continuamente in contatto con l’amianto presente in varie forme (anche quelle più pericolose) come materiale isolante, di rivestimento di soffitti, pavimenti, pareti e tubature, nelle pastiglie dei freni, nelle guarnizioni e nelle protezioni antincendio. «Quando gli operai estraevano l’amianto dal plafone delle carrozze, si diffondeva una nebbia bianca che impediva loro di vedersi l’un l’altro», racconta un ex operaio delle officine di Bellinzona citato nell’istanza di risarcimento. Le cose non vanno meglio a Chiasso, seconda tappa della vita professionale di Bertini tra il 1970 e il 1975: anche qui, impiegato come riparatore e successivamente come verificatore, l’esposizione all’amianto è continua. Per esempio occupandosi del controllo del buon funzionamento dei freni e delle ruote dei treni cargo da cui si liberano nell’ambiente polveri di asbesto presente nelle pastiglie. Una situazione identica si ripete anche a Luino, dove Ivo Bertini opera come lavoratore distaccato presso l’Agenzia internazionale delle Ffs tra il 1975 e il 1999, anno del suo pensionamento: qui la fonte di contaminazione principale sono le pastiglie dei freni costituite prevalentemente in amianto, che verranno completamente rimpiazzate con materiali in ghisa solo negli anni 2000.

 

Nessuna informazione

Durante questi decenni Bertini non viene mai informato della presenza di amianto sul luogo di lavoro e della grave minaccia che questa sostanza rappresenta per la salute dell’uomo, si legge nell’istanza di risarcimento, in cui peraltro si sottolinea la mancata predisposizione di misure di protezione da parte del datore di lavoro e l’assenza totale di controlli. Questo nonostante la pericolosità dell’amianto sia ben nota. Di qui l’istanza di risarcimento che chiama in causa la responsabilità contrattuale ed extracontrattuale delle Ffs, per essere venute meno all’obbligo di adottare i necessari provvedimenti per la tutela della vita, della salute e dell’integrità personale del lavoratore, in particolare per non avere informato, non aver preso misure e non aver vigilato sulla scrupolosa adozione di tali misure.

Ma come e perché si è arrivati alla presentazione di questa richiesta di risarcimento? A spiegarcelo è la figlia della vittima, l’avvocata Norkeli Bertini, cui chiediamo innanzitutto di raccontarci della scoperta della malattia di suo padre e dell’impatto con essa: «Le prime serie disfunzioni polmonari si sono manifestate nella primavera del 2014: faceva fatica a respirare, era molto debole e non riusciva più a far nulla in casa. Ha trascorso tutta l’estate dentro e fuori dagli ospedali, poi a settembre ci hanno comunicato la sentenza definitiva: mesotelioma pleurico. I medici stimavano in circa 9 mesi la speranza di vita, ma poco dopo, il 25 ottobre, è morto».

Lui era consapevole della situazione?

Come familiari abbiamo esitato a raccontargli tutta la verità, perché sapevamo che avrebbe mollato, che non avrebbe lottato sapendo di essere dentro una battaglia già persa: era cosciente di avere una malattia seria, ma non amava parlarne e soltanto alla fine gli abbiamo spiegato che aveva un mesotelioma, provocato dall’esposizione all’amianto durante la sua attività lavorativa presso le Ffs. Il giorno dopo è entrato in coma e quello successivo è spirato.

La famiglia come ha reagito? Avete subito pensato a una causa contro le Ffs?

Le immani sofferenze, il decorso rapido della malattia e infine la morte sono stati un colpo durissimo per tutta la nostra famiglia. All’inizio volevamo rinunciare ad intraprendere ogni azione, ma l’istituzione, nel 2017, del Fondo di risarcimento per le vittime dell’amianto (FVA), ci ha stimolati a tentare questa via. Che si è però rivelata una delusione totale: la richiesta di un risarcimento del danno morale [prevista dal regolamento dell’FVA, anche per i casi come quello di Bertini in cui la malattia professionale è sì stata riconosciuta dalla Suva, ma la prevista indennità per menomazione dell’integrità è stata versata solo in parte, ndr] viene respinta, con la motivazione che in quel momento l’FVA dava la priorità alle vittime che non si erano viste riconoscere la malattia professionale. Anche questo è stato un duro colpo, perché avevo già riscontrato molte difficoltà per ottenere il riconoscimento della malattia professionale presso la Suva, avendo dovuto lavorare diversi mesi per raccogliere documenti e informazioni, nonché testimonianze di ex colleghi, nell’intento di ricostruire la storia professionale di mio padre e di capire le condizioni in cui era costretto a lavorare. È stata una fatica enorme perché le Ffs hanno spudoratamente negato ogni collaborazione, asserendo che nei loro archivi non vi era più alcuna traccia di Ivo Bertini.

Il mancato riconoscimento di un indennizzo da parte del Consiglio di fondazione dell’FVA, è stato un vero e proprio affronto. Ma non mi sono persa d’animo e ho deciso di presentare la medesima richiesta di risarcimento direttamente alle Ffs, da cui ho ottenuto solo degli scambi di scritti inconcludenti con i loro rappresentanti legali, che per un po’ hanno preso tempo e poi hanno ostinatamente negato ogni responsabilità del loro cliente, invitandomi a vedermela con il Fondo per le vittime dell’amianto. Casualmente, qualche tempo dopo, il Consiglio di fondazione dell’FVA rivede la sua decisione e si dice pronto a pagare il risarcimento previsto dal regolamento della Fondazione. La tempistica fa pensare che siano state le stesse Ffs a fare pressione per chiudere il caso con una soluzione extragiudiziale. Mi sono sentita lesa nella dignità. Di qui il rifiuto di un’elemosina da parte del Fondo e la scelta di portare le Ffs dentro un’aula giudiziaria.

Lei è cosciente di affrontare una sfida enorme, un processo complicato e che probabilmente durerà anni?

Certamente. Mio papà non ha avuto la possibilità di far sentire la sua voce e la cosa mi ha logorata talmente tanto che in un primo tempo ho cercato delle soluzioni bonali, ma dopo i tanti affronti subiti sono giunta alla conclusione che bisognava reagire. Mio papà era attaccatissimo alla “sua” azienda: ne andava fiero e ne portava la divisa con grande orgoglio. Ma questa azienda lo tradiva: giorno dopo giorno lo avvelenava a sua insaputa. E anche nei confronti della nostra famiglia, le Ffs non hanno mai mostrato un minimo di pietà. Ci aspettavamo almeno le condoglianze, ma non sono mai arrivate.

È una battaglia difficile, me lo dico ogni giorno. A volte mi sento sola ma le tante persone che a vario titolo mi stanno aiutando (dal collega che mi coadiuva sul fronte legale, fino ai giornalisti che raccontano la storia di Ivo Bertini) rafforzano la mia convinzione che questa è una battaglia da combattere e che la storia di mio papà va raccontata e analizzata.

Perché vuole dare una dimensione pubblica alla storia di suo padre?

Perché la sua è una storia di valenza pubblica, non essendo lui la sola vittima dell’amianto tra gli ex lavoratori delle Ffs. I legali delle Ffs hanno tentato di circoscrivere la causa alle questioni formali della legittimazione e della prescrizione [si veda l’articolo sotto, ndr], ma il giudice ha deciso che si deve entrare nel merito della vicenda nell’ambito di un’istruttoria, che consentirà di raccogliere testimonianze di persone ancora in vita e informate sui fatti. Fino ad ora, nell’ambito della procedura scritta, le Ffs hanno sempre negato l’innegabile e sostenuto l’insostenibile.Sarà interessante confrontare le versioni che emergeranno dall’istruttoria.

 

L’azienda contesta ogni responsabilità

L’esposizione all’amianto di Ivo Bruno Bertini «non è in nessun modo provata» e anzi «è da escludere sia nella funzione di verificatore che in quella di riparatore». In ogni caso le Ffs si sono sempre «attenute alle direttive per la protezione dei lavoratori e implementato tutte le norme in vigore» e «informato il personale toccato dal rischio». Questa è in estrema sintesi la linea difensiva dell’ex regia federale, patrocinata in questa causa dallo studio legale britannico Eversheds Sutherland, una multinazionale di avvocati presente in decine di paesi e considerata tra le prime dieci al mondo per fatturato.

 

Una linea difensiva “muscolosa”, dai toni molto duri nei confronti della vittima e dei suoi familiari, dell’avvocata Bertini in particolare, accusata di «aggressività», di «malafede processuale», di «mancanza di oggettività» e di «valutare i fatti alla luce della conoscenza e dello stato delle cose attuali, incappando nel “pregiudizio del senno di poi”». I legali delle Ffs sostengono in sostanza che, in materia di utilizzo dell’amianto, l’azienda si è sempre adeguata alle leggi in vigore e alle direttive emanate dalla Suva, sia sul fronte della prevenzione sia su quello dei controlli. Ma al di là di questo, pur affermando di non possedere più alcuna documentazione sulle attività svolte dall’ex dipendente Bertini e di non disporre di una documentazione completa sui materiali utilizzati all’epoca, le Ffs contestano che possa aver subito un’esposizione all’amianto e dunque «la causalità tra la sua attività lavorativa e l’insorgere della malattia». Risulta anzi «considerevolmente plausibile» che essa sia avvenuta dopo il suo «incomprensibile» pensionamento «a soli 55 anni», «non potendo escludere che Bertini abbia svolto altre attività lavorative o sia entrato in contatto con la sostanza nel suo tempo libero». Alla luce di queste considerazioni, le Ffs contestano «ogni responsabilità per la morte di Ivo Bertini» e respingono le richieste di risarcimento.

E nella «denegata ipotesi» che la Pretura ritenga adempiute le premesse per un risarcimento del torto morale alla vittima, le pretese dei familiari andrebbero ridimensionate, arrivano a dire i legali di Eversheds Sutherland: «Nella quantificazione del torto morale è necessario considerare (…) la durata di tempo in cui la malattia ha avuto ripercussioni sulla personalità della vittima» e, siccome la stessa «ha sofferto a partire da inizio aprile fino al 23 ottobre 2014 [data dell’entrata in coma, nemmeno del decesso avvenuto il 25, ndr], quindi per circa 7 mesi, (…) la pretesa di risarcimento proposta è in ogni caso troppo elevata». Detto altrimenti: Ivo Bertini è morto in fretta e dunque non ha sofferto tanto. «È uno degli argomenti più urtanti avanzati dalle Ffs», commenta con amarezza la figlia della vittima.

Sarà interessante vedere se in sede istruttoria la parte convenuta ammorbidirà i suoi toni, soprattutto se il processo assumerà una dimensione pubblica. Un’ipotesi a cui le Ffs ovviamente si oppongono sostenendo che «il procedimento civile davanti a codesta Pretura non ha una valenza pubblica, ma bensì unicamente inter partes», scrivono i legali dell’ex regia federale confermando la poca voglia di affrontare a viso aperto la tragedia che ha colpito la famiglia Bertini (e quelle di tanti altri ex lavoratori morti ammazzati dall’amianto).

 

Non è un caso che anche nei documenti di questo procedimento venga ribadito un esplicito invito ai familiari di Bertini a rivolgersi al Fondo per le vittime dell’amianto, che presuppone la rinuncia a far valere qualsiasi pretesa in sede giudiziaria e quindi metterebbe fine a questo processo.

Processo che riprenderà verosimilmente tra alcune settimane con la decisione relativa all’ammissione delle prove notificate dalle parti.

 

La carta della prescrizione come scappatoia

Le azioni legali delle vittime dell’amianto davanti alle istanze giudiziarie elvetiche finiscono spesso in nulla a causa della cosiddetta “prescrizione” (un istituto del diritto che fissa il periodo di tempo a disposizione di un cittadino per far valere una determinata pretesa), che in Svizzera viene interpretata in modo talmente restrittivo e sfavorevole alle vittime da essere già costata una condanna del nostro paese da parte della Corte europea dei diritti dell’uomo (Cedu) nel 2014. Quella sentenza stabilisce in sostanza che le pretese civili delle vittime dell’amianto sono imprescrittibili e che la legislazione e la giurisprudenza elvetiche in materia mancano di «equità». Ma da allora è cambiato poco o nulla: il termine assoluto di prescrizione è stato portato a da 10 a 20 anni (cambiamento totalmente inutile) e il Tribunale federale (Tf) in una sentenza del 2019 ha ribadito che questo termine non si calcola, come logica vorrebbe, a partire dal momento in cui la persona scopre la malattia da amianto (spesso anche 30-40 anni dopo esserne entrato in contatto) ma bensì dal momento in cui ha subito l’ultima esposizione continuativa. Una situazione che castra le speranze di giustizia delle vittime dell’amianto, che di fatto dovrebbero essere in grado di avanzare delle pretese d’indennizzo per un danno ancor prima di sapere di averlo subito.

Contro la sentenza del Tf del 2019, il legale della vittima (un insegnante che viveva nei pressi di uno stabilimento Eternit morto di mesotelioma), l’avvocato zurighese Martin Hablützel, ha inoltrato un nuovo ricorso alla Cedu, tuttora pendente.

Intanto nelle nostre aule giudiziarie si continua a ignorare la decisione del 2014, che avrebbe valore vincolante per ogni tribunale elvetico. Anche nel procedimento riguardante Ivo Bertini, i legali delle Ffs contestano l’imprescrittibilità delle pretese civili delle vittime dell’amianto, sostenuta invece dall’avvocata Bertini. Nel caso concreto, «anche nella denegata ipotesi della prova di una esposizione causale per la malattia, il termine di prescrizione assoluto è iniziato a decorrere a partire dal 1999, anno in cui è cessato il rapporto di lavoro con le Ffs. Tutte le pretese sono quindi cadute in prescrizione», scrivono gli avvocati di Eversheds Sutherland, anticipando una delle prime carte che tenteranno di giocare per “salvare” il loro cliente.

 

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Giovedì 1 Aprile 2021

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