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Lasciateci provare!

di

Sergio Ferrari
Non si va a Porto Alegre come si andrebbe ad un incontro internazionale qualunque, per rimpolpare un dossier teorico già ricco di studi tecnici, per esporre una ricetta brillante e battersi per tale o talaltro personaggio in un documento finale dove verrebbe esposto un programma planetario, per il momento irrealizzabile. Se si va a Porto Alegre, è perché si hanno in testa delle idee che possono riassumersi in una parola: alternative. Il secondo Forum sociale mondiale è una delle migliori occasioni per sognarle, immaginarle, nutrirle e concretizzarle. Non passa un giorno senza che i portavoce delle istituzioni finanziarie internazionali o i dirigenti dei paesi ricchi non sottolineino il fatto che i movimenti sociali non hanno proposte alternative. Offensiva rinforzata negli ultimi anni dalla diffusione delle lotte contro la mondializzazione neoliberista, da Ginevra a Genova passando per Seattle, Praga… Lo sforzo dei movimenti sociali per aprire vie alternative parte essenzialmente da tre riflessioni-ipotesi-constatazioni. «È possibile, ma non ci hanno mai lasciato fare». Uno sguardo alla storia mette in luce la debolezza maggiore, per certi versi ingenua, dell’argomentazione secondo cui non esistono proposte alternative, ripetuta senza sosta dai fautori di un sistema che in realtà ha sempre agito in modo tale da impedire ai popoli di tracciare il proprio cammino. Le proposte alternative non sono mancate in effetti nel mondo lungo tutto il corso della sua storia. Senza spingersi troppo lontano: i tentativi di liberazione portati avanti in America Latina all’inizio del secolo scorso (Sandino, Farabundo Martí, ecc.) rappresentano già di per sé la ricerca di modelli diversi da quelli che Washington imponeva a colpi di bastone. La risposta, allora, è stata invasioni e occupazioni militari. Più tardi, alcuni paesi del continente americano come l’Argentina, il Messico o il Brasile innovativamente decidono di sviluppare la loro produzione nazionale così da sostituire le importazioni. Iniziative sepolte – o il più delle volte annegate in fiumi di sangue – da colpi di Stato e da dittature repressive. Ma altri slanci innovatori hanno fatto seguito, a Cuba con i barbudos, nel Cile di Salvador Allende (1970), in Argentina con Héctor Cámpora (1973) o in Nicaragua (1979-1990), sfortunatamente bloccati, aggrediti o tartassati da una guerra d’usura condotta con tutti i mezzi possibili. La Rivoluzione popolare sandinista ha rappresentato un momento storico importante, sorretta da quattro «pilastri»: il non-allineamento, il pluralismo politico, l’economia mista e la partecipazione popolare quale elemento decisivo (con l’ingrediente esplosivo della parola d’ordine «fra cristianesimo e rivoluzione non c’è contraddizione»). Modello «contagioso» che il Nord ha castrato per paura che si estendesse ad altri paesi (El Salvador, Guatemala, ecc.). Altri processi promettenti si sono ugualmente affacciati nell’Asia post-coloniale, nell’Africa dell’indipendenza intorno agli anni Sessanta, oppure si sono manifestati attraverso alcune iniziative internazionali come il Movimento dei non-allineati, o ancora per mezzo di concezioni innovatrici come il Nuovo ordine mondiale dell’informazione, e ancora, in seno ad alcune istituzioni dell’Onu. Il sistema ha sempre impedito che venissero portati a termine e non ha mai permesso loro di dimostrare che erano vie percorribili. Il modello dominante non è un’alternativa per tutta l’umanità. Nonostante i suoi discorsi trionfalisti ed aggressivi, è il modello dominante che ogni giorno dimostra ogni giorno e continuamente di non essere capace di offrire una vita degna alla comunità umana né di conservare un pianeta ecologicamente vivibile. Più di un quinto della popolazione vive nella più totale miseria, disponendo di meno di un dollaro al giorno, e due terzi delle persone vivono al di sotto della soglia di povertà. La crisi che scuote oggi l’Argentina – un tempo così ricca da figurare fra le prime dieci potenze mondiali, come miglior «allievo» del Fondo monetario internazionale e della Banca mondiale nell’approntare programmi di ristrutturazione – fornisce un patetico esempio di questo crescente processo d’esclusione in atto nel Sud che si ritrova ad essere doppiamente penalizzato. La ristrutturazione, il debito estero, lo smantellamento dello Stato sociale e la corruzione, opprimono senza tregua la maggioranza degli argentini. Pensare e costruire insieme, a partire dalla base (dal movimento popolare), delle alternative al modello economico, finanziario, politico, ideologico, informativo e militare per il quale il mondo soffre, è già di per sé un atto di libertà e di solidarietà umana, una dimostrazione di coraggio, la manifestazione di una cittadinanza planetaria di fronte al discorso ufficiale che ripete fino alla nausea che «non esiste alcuna alternativa percorribile alla globalizzazione dei capitali e dei mercati, e che è altrettanto impossibile cercarne una». Demistificare il discorso del potere, denunciare le sue contraddizioni, difendere il nostro diritto a concepire e mettere in atto le nostre proprie soluzioni è già attualmente un segnale evidente di maturità. L’altro mondo possibile, difeso dal Forum di Porto Alegre, non è che un riflesso legittimo per garantire la sopravvivenza della specie. Trovare alternative non è solamente possibile, ma ora indispensabile. In un’intervista rilasciata al quotidiano svizzero «Le Courrier» (giugno 2000), il teorico e militante belga François Houtart evocava due tipi di alternative basate su visioni differenti. L’una, neo-keynesiana, cerca di umanizzare il capitalismo (alternativa che rientra nel quadro del sistema); l’altra, chiamata «post-capitalista», mira alla sua totale trasformazione (alternativa al sistema). Quest’ultima mette in evidenza il carattere illegittimo dell’organizzazione attuale dell’economia, che non garantisce i bisogni elementari della vita umana agli individui e ai popoli della terra. Secondo una concezione teorica del cambiamento, affinché un’alternativa sia credibile, non deve funzionare solo concretamente, ma deve potersi inserire in un insieme più vasto di soluzioni per un cambiamento a lungo termine, il solo che può garantire ciò che non potrà essere recuperato dal sistema stesso. L’appello alla mondializzazione della resistenza e della lotta lanciata da ampi settori del movimento contro la globalizzazione si fonda sulla certezza che il modello dominante non cederà e non farà delle concessioni a meno che le pressioni sociali non si moltiplichino. Se Porto Alegre 2001 è stato «l’anti-Davos del Sud», Porto Alegre 2002 vede rinforzato il suo ruolo di «internazionale di frammenti» con una sua propria identità, molto più ancorata alla base nella ricerca di alternative. Scambiate, socializzate, le alternative si moltiplicano, arricchiscono la riflessione e spesso sono il detonatore d’altre esperienze in altre regioni del globo. Diversi gli esempi. In Argentina, la recente consultazione del Fronte contro la miseria (dal 13 al 15 dicembre 2001), che propone misure perfettamente realiste per mettere fine alla disoccupazione e organizzare un sistema di protezione sociale; il consolidamento del potere indio nelle comunità zapatiste del Chiapas; l’esperienza innovatrice del budget partecipativo di Porto Alegre o di Rìo Grande do Sul, o ancora la mobilitazione dei lavoratori senza terra del Brasile. Tutte esperienze che indicano delle vie possibili. Esperienze che sono completate da una serie d’iniziative, applicabili a corto e a medio termine, che esigono un migliore coordinamento e una più forte pressione internazionale. Tra le parole d’ordine l’annullamento del debito dei paesi del Sud e la creazione d’una tassa sulle transazioni finanziarie internazionali – cavallo di battaglia di Attac – grazie alla quale si potrebbero promuovere dei progetti di sviluppo a favore delle popolazioni più povere del pianeta. Questa rivendicazione, è ormai dibattuta in seno ai parlamenti e abbordata dai governi di numerosi paesi. Accanto, un’altra proposta si sta facendo largo, quella della creazione di fondi di «sviluppo alternativo», alimentati da diverse risorse, fra cui la diminuzione delle spese militari, il recupero dei beni acquisiti illegalmente ai paesi del Sud e accumulati al Nord. Altra idea in discussione: il rinforzo degli accordi regionali Sud-Sud e la realizzazione di politiche protezioniste per frenare l’entrata massiccia dei prodotti provenienti dal Nord. L’obiettivo è quello di proteggere e rilanciare la produzione nazionale dei paesi periferici e, nel settore agricolo, raggiungere l’autosufficienza alimentare. Le alternative ci sono, eccome, e continueranno a moltiplicarsi. Gli spazi di raccolta come il Forum sociale mondiale di Porto Alegre acquisiscono allora un’importanza decisiva non soltanto per scambiarsi ma anche per farsi un’opinione. In ultima istanza, la ricerca e la messa in pratica di proposte diverse d’un modello alternativo, non ha niente di misterioso. Proposte che dipendono dal tempo, dalla creatività e dalla volontà politica dei gruppi sociali. Ma è certo che in un momento storico come quello che stiamo vivendo, il solo fatto di cercare alternative è già di per sé un atto rivoluzionario.

Pubblicato

Venerdì 1 Febbraio 2002

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