Equità & Giustizia

Domenica 10 marzo, più di 500 donne di ogni età e provenienti da tutta la Svizzera si sono riunite alla Maison du peuple di Bienne per le Assise nazionali femministe, dove è stato lanciato formalmente l’appello allo sciopero del prossimo 14 giugno. Un toccante momento di riflessione tra donne sulla condizione femminile nel mondo, dal quale è emersa una grande solidarietà capace di andare oltre ogni frontiera, ogni credo politico e religioso.

Una marea viola e tutta al femminile è quella che ha riempito la sala della Maison du peuple per discutere, approvare e lanciare l’appello per uno sciopero femminista e delle donne il 14 giugno 2019. Un appello composto da 17 punti, tutti meticolosamente pensati per fare in modo che ognuna vi si possa riconoscere perché, come detto in molti interventi «quello del 14 giugno deve essere lo sciopero di tutte le donne, nessuna esclusa».
Nella mattinata i diversi collettivi hanno presentato quello che stanno preparando in vista dello sciopero, portando molte idee da condividere e una carica positiva che ha animato tutta la giornata. È emersa la necessità di creare una rete di solidarietà internazionale, perché il femminismo non ha frontiere e va oltre l’appartenenza politica, culturale e ideologica: prima di tutto vengono i diritti delle donne di tutto il mondo. «Occorre perciò riunire le donne del mondo intero, per creare un processo di resistenza che vada al di là del 14 giugno», è stato detto.


Nell’appello, che è stato letto in italiano, francese e tedesco, ma anche in alcune delle lingue delle molte migranti presenti in sala, le donne chiedono sostanzialmente più soldi, più tempo e rispetto. Cose che sembrano scontate, o almeno dovrebbero esserlo in Svizzera nel 2019, ma per le quali purtroppo c’è ancora molto da fare affinché divengano una realtà per tutte, anche in questo Paese. «Noi siamo quelle cui è affidato il lavoro domestico, educativo e di cura della casa, senza il quale la nostra società e l’economia non potrebbero funzionare. Noi ci occupiamo e preoccupiamo dei bambini, dei genitori anziani. Ma ci mancano soldi e tempo», recita l’appello, che rivendica la parità salariale, una valorizzazione delle professioni femminili, assicurazioni sociali che garantiscano rendite dignitose, il diritto per tutte a buone condizioni di lavoro e di vita, rispetto e la fine dell’impunità della violenza sessista e della sua banalizzazione. «Non cambiamo le donne, ma la società», è un’altra frase che è ritornata spesso (presa in prestito dalle islandesi), una società che deve cambiare attraverso politiche più attente a determinate questioni, ma anche attraverso la scuola e l’educazione, la cultura in generale, i media. Un cambiamento radicale e necessario. Le donne non sono una minoranza, ma vengono “minorizzate” dalla società che è ancora di stampo patriarcale.


«Siamo forti così come siamo e rivendichiamo il diritto di vivere libere in una società che garantisca pari diritti a tutte, una società basata sulla solidarietà, l’uguaglianza, libera da ogni forma di violenza, in particolare quella nei confronti delle donne, e senza più femminicidi», recita ancora l’appello, che conclude: «Per questo, il 14 giugno 2019, faremo sciopero. Sciopero del lavoro retribuito, sciopero del lavoro domestico, sciopero dalla cura, sciopero nelle scuole, sciopero del consumo. Affinché il nostro lavoro sia visibile, le nostre rivendicazioni siano ascoltate e lo spazio pubblico sia di tutte».


Una volta approvato e lanciato l’appello allo sciopero, si è discusso di quanto avvenuto nel 1991. Uno sciopero che inizialmente era stato preso sotto gamba da molti, che lo sminuivano riducendolo piuttosto a una “festa delle donne”e ne deridevano le organizzatrici. Ha perciò colpito molto l’adesione che invece ha ottenuto in tutta la Svizzera, dove migliaia di donne e uomini solidali vi hanno partecipato in varie forme sull’arco di tutta la giornata. Geneviève ha ricordato ad esempio lo sgomento di molti il 15 giugno, quando diversi giornali uscirono con dei pezzi bianchi in pagina, parti che avrebbero dovuto essere riempite dalle giornaliste, che però il 14 avevano scioperato.


Nel 1991 la situazione era ancora peggiore rispetto ad oggi, come ha ricordato invece Pepita: «Non c’erano né la legge sulla parità né l’assicurazione maternità, e la disparità salariale si aggirava attorno al 40%, ma in Ticino fu comunque difficile far passare il messaggio dello sciopero». Per lei fu molto importante che ognuna mettesse almeno un segno distintivo di sostegno alla mobilitazione: «Andare in un negozio e vedere che c’erano altre donne vestite di viola o con la spilla dello sciopero, poter stare un attimo tra di noi e discutere, fu molto importante per sentire sia la solidarietà, sia che facevamo parte di qualcosa».


A Bienne la motivazione era alta, sia tra le giovani sia tra le meno giovani, un’onda di energia che ha investito tutte e che speriamo continui e cresca da qui al 14 giugno, permettendo al maggior numero possibile di donne di trovare la propria forma di adesione allo sciopero, che potrà e dovrà essere vario e multiforme e durerà sull’arco delle 24 ore. Ogni regione sta pensando a delle forme di partecipazione e delle azioni in grado di coinvolgere il più grande numero di donne e uomini solidali possibile.

Pubblicato il 

21.03.19..
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