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Ladri di bicilclette

di

Giuseppe Dunghi

Proprio adesso dovevano incominciare a rubarci le biciclette! Proprio ora che è quasi completa la rete cantonale delle piste ciclabili ed è in progetto un meraviglioso percorso in riva al lago da Melide a Paradiso. La colpa è di chi ha voluto i confini aperti e la libera circolazione delle persone, la deputata di Chiasso propone che sia ripristinata la chiusura notturna dei piccoli valichi di frontiera e il municipale socialista afferma che la sicurezza dei cittadini è «un tema che abbiamo lasciato alla destra ma di cui dobbiamo riappropriarci, abbinandolo alla componente sociale».


Ma niente di tutto questo, niente allarme. È solo il titolo del film di Vittorio De Sica del 1948, epoca in cui la bicicletta non era un mezzo di svago ma uno strumento di lavoro. Non si poteva infatti essere assunti come attacchino comunale senza possederne una; invece la scala, il secchio per la colla, la pennellessa e il cappello con lo stemma del comune erano forniti dal datore di lavoro. Ma la bicicletta il Ricci l’aveva impegnata al Monte di Pietà. Ci pensa la moglie: leva le lenzuola dal letto, le lava, le fa asciugare, le stira, prende le altre due dall’armadio e corre a impegnarle. Ottiene 7.500 lire e con quei soldi il marito può riscattare la bicicletta. La paga che gli spetta, calcola, sarà di 12.000 lire al mese, più 2.000 di straordinari, più 800 lire al giorno di assegni familiari. Il Ricci è felice, Rita Hayworth dal manifesto appena incollato al muro sembra abbracciarlo. Ma, mentre è intento a eliminare le grinze (è ancora un po’ maldestro), ecco che gli rubano la bicicletta. Quante peripezie per recuperarla. Non ci riuscirà.
L’assegnazione dei posti di lavoro avveniva all’aperto, i disoccupati tutti insieme, il funzionario qualche gradino più in alto con il registro dei nomi e le richieste delle ditte, erano chiamati uno per uno a seconda della qualifica professionale e ricevevano subito l’indirizzo del cantiere o della fabbrica in cui presentarsi. Nel momento in cui viene fatto il suo nome e lui esita per via della bicicletta, un altro esclama: io la bicicletta ce l’ho. Il funzionario è costretto a intervenire: ma tu sei muratore, sei di un’altra categoria, dopo arriverà anche il tuo turno.


Gli Uffici di collocamento furono istituiti nell’immediato dopoguerra per impedire che le imprese scegliessero solo i lavoratori migliori (e più obbedienti) lasciando tutti gli altri a casa. Sono durati fino al 1996, sostituiti dai Centri per l’impiego affidati alle province, che controllano solo formalmente le assunzioni, e dalle famigerate agenzie di collocamento private. In sostanza è stato abolito il sistema di collocamento pubblico a chiamata numerica per tornare al sistema antico dell’assunzione privata in cui solo una parte ha il potere di scelta. In Svizzera invece esistono ancora gli Uffici di collocamento regionali, ma si limitano a controllare che i disoccupati si comportino in modo virtuoso per meritare l’indennità di disoccupazione, e forniscono alla Seco i dati per poter affermare che da noi i disoccupati sono solo il 2,6%. Dunque il paese in cui vige il diritto assoluto di licenziare può vantarsi di avere la percentuale più bassa di disoccupati in Europa. Licenziarne cento per educarne uno. Allora non si può non provare nostalgia per le parole di quel funzionario sulla scala dell’Ufficio di collocamento del quartiere romano di Val Melaina: «Un po’ di pazienza e vedremo di sistemarvi tutti quanti, io sto qua per questo».

Pubblicato

Mercoledì 26 Giugno 2019

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