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“La vogliamo così”

di

Françoise Gehring
Spulciando, per la verità distrattamente, le riviste “femminili”, più di una volta il mio sguardo si è soffermato su alcune pagine dedicate al disorientamento dell’uomo di fronte all’emancipazione femminile. Presa, naturalmente, dalla curiosità la sosta distratta del mio sguardo si è fatta lettura attenta e la lettura attenta si è poi trasformata in ironico sconforto (su certe cose ho imparato a ridere) ad operazione ultimata. Le pagine di questi rotocalchi ospitavano dei pareri di uomini di diverse età (25, 35, 45, 55 e 65 anni) e professioni. E i pareri, seppure sfumati, non divergevano un granché: va bene l’emancipazione della donna, ma che non sia troppa perché, in fondo, la donna deve rimanere dolce, premurosa, decisa quel che basta ma non aggressiva, attiva ma non impavida e trasgressiva (a letto, secondo i “sondati” può starci anche bene) e vi risparmio il resto. Insomma la donna emancipata va bene ma solo se è quella degli altri! Mi metto le mani nei capelli, scuoto la testa, rido, volto pagina e mi istruisco sul nuovo “maquillage” autunno-inverno. E mi dico che la storia, e le storie, si ripetono con infinita noia. E mi rendo conto che, nonostante le lotte, c’è ancora molto da fare e che spesso, in questo cammino, ci si sente molto sole. Tornando però “ai miei maschietti” del sondaggio, e preciso del sondaggio (oso infatti sperare che gli uomini scelti non siano davvero rappresentativi), nel mio personale gioco del tiro a segno ho comunque deciso di salvare la fascia dei 40-55 anni. Perché, tutto sommato mi sono sembrati i meno ipocriti (o forse sono, semplicemente, più furbi) e perché mi è parso di intravedere nelle loro risposte un’idea di “remise en question” e un riconoscimento della libertà di scelta della donna e del ruolo che desidera ritagliarsi nella società (ed ho tirato, ve lo assicuro, un sospiro di sollievo). Da brivido le risposte del giovane ventenne che mi ha fatto ripiombare ad inizio secolo. Certo che io non c’ero, ad inizio secolo, ma immaginare una donna come una Barbie le cui ambizioni si identificano con la realizzazione delle volontà dell’uomo che gli sta accanto, mi pare un esercizio disumano e “un tantino” sfasato con la storia. Nemmeno l’inossidabile Ken (il marito-bambolo di Barbie) si sarebbe spinto così in là! La verità è che l’emancipazione della donna è, generalmente, tutt’altro che digerita: in molti casi è addirittura subìta per non venire meno alle esigenze, anche sociali, di essere “politacally correct”. Bene, vorrà dire che continuerò, insieme a tante altre, ad essere dalla parte delle cattive ragazze. E a scrivere in Fuchsia (così presento la rubrica che il nuovo direttore mi ha chiesto di curare) alcune riflessioni (chiamiamole così) direttamente dall’altra metà del cielo.

Pubblicato

Venerdì 30 Agosto 2002

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