«Secondo me, 60 anni è l’età naturale del pensionamento per quelli che lavorano nei cantieri». Fortunato Piraino, un capomastro muratore che lavora nel canton Argovia, spiega così la necessità del pensionamento anticipato a 60 anni per gli operai dell’edilizia. Una voce dai cantieri: la testimonianza Siciliano di Barcellona (provincia di Messina), non ancora cinquantenne, Piraino vive a Schafisheim, presso Lenzburg, con la moglie sarta e due figli che studiano. Da 17 anni è iscritto al sindacato ed è membro di comitato della sezione del Seidi Lenzburg. La convinzione con la quale difende la rivendicazione del pensionamento anticipato è esemplare. E la determinazione che mostra è quella di una persona che sa quello che vuole e di un lavoratore consapevole dei propri mezzi. Abbiamo voluto intervistarlo per capire quanto sia realmente sentita, tra i lavoratori dell’edilizia, la battaglia che il Sei si appresta a combattere, dopo l’ultima interruzione delle trattative con la Società svizzera degli impresari costruttori, per il rinnovo della convenzione collettiva dell’edilizia. Con la manifestazione del 16 marzo, domani a Berna, il Sei si prepara alla mobilitazione e dal 1. aprile, dopo la scadenza della convenzione nazionale, anche allo sciopero. Ma per cominciare abbiamo chiesto al capomastro siciliano perché dice che 60 anni è l’età naturale di pensionamento per un lavoratore dell’edilizia. «In base alla mia esperienza – risponde Piraino – il muratore è un mestiere socialmente meno apprezzato di altri: meno di un portalettere, per esempio. È considerato un lavoro che non richiede molto cervello. Ma io faccio questo mestiere da quando avevo dieci anni; e posso dire che nei cantieri bisogna avere intelligenza e intraprendenza. Ma più spesso questo lavoro mette a dura prova la capacità di una persona, perché oltre che difficile è pesante, specialmente d’estate: quando si fanno quelle nove ore sotto il sole, torni a casa che sei distrutto. Ci vuole attenzione, non ci si può addormentare: basta uno sbaglio e può succedere un incidente. Così lo stress si fa sentire». Una vita vissuta nell’edilizia Perché lei, allora, ha scelto di lavorare nell’edilizia? Purtroppo, non l’ho scelto io. A dieci anni sono rimasto orfano di padre e, date le difficoltà economiche della famiglia, ho chiesto a un vicino di casa che aveva un’impresa (e che poi è diventato mio suocero) di farmi lavorare. Così sono diventato muratore. Da quanti anni lavora in Svizzera? Dal 1977, quasi 25 anni. Con un’interruzione di un anno e mezzo in cui ho lavorato in Italia. E sempre nei cantieri: sia in Sicilia, che a Milano, nei sette anni che vi ho lavorato prima di venire in Svizzera. Andare prima in pensione, significa anche perdere guadagni. Questo non è un impedimento? La soluzione che è stata prevista dal sindacato (pensionamento a 60 anni con l’80 per cento della paga) a me va benissimo. Personalmente, anche perché ho dovuto affrontare la vita da orfano, ho cercato sempre di essere previdente, di mettere qualcosa da parte. E poi. anche se perderò qualcosa, guadagnerò sicuramente in salute e vivrò meglio con la mia famiglia. Pensa poi di rientrare in Italia? Sì, ma con un piede sempre in Svizzera, perché i figli rimarrebbero qui. La ditta in cui lavora è grande? Media. Una volta eravamo 150 operai. Adesso siamo una quarantina di muratori e una ventina di falegnami. Sono tutti stranieri? No, ci sono anche svizzeri. E cosa ne pensano i suoi compagni di lavoro di questa possibilità del pensionamento anticipato? Diciamo che non sono del tutto informati su come funzionerebbe il pensionamento anticipato. Alcuni dicono: e come facciamo con la Cassa pensione, se non la paghiamo fino a 65 anni? Un altro mi ha detto: e cosa farò in pensione a 60 anni? Ma non sono informati perché c’è una certa refrattarietà nei confronti del sindacato. Su sessanta operai, quanti sono sindacalizzati? Una ventina. Quelli che la pensano come lei, sono più giovani o più anziani di lei? Sono quelli più vicini alla quarantina. I più giovani s’interessano di meno. Svizzeri e stranieri: due punti di vista E c’è una differenza tra stranieri e svizzeri? Chiaro, che c’è differenza. Per noi, il pensionamento anticipato è un’opportunità per vivere meglio gli anni dell’anzianità: più vicini alla famiglia, o magari per rientrare in patria. Gli svizzeri la vedono diversamente: per loro, prioritaria è l’integrità fisica; alla possibilità d’impiegare il tempo guadagnato in altro modo non ci sono ancora arrivati. E hanno sempre questa paura di un reddito più basso. Come giudica questi alti e bassi della trattativa tra sindacati e padronato? Secondo me, il sindacato non ha ancora mostrato i denti. D’altro lato, i padroni fanno così per snervare la gente, per farci saltare i nervi. Non hanno ancora capito che facciamo sul serio. Ma il sindacato ha fatto bene o male a rinunciare alla rivendicazione di 250 franchi d’aumento per favorire l’intesa sul pensionamento anticipato? Ha fatto bene. Perché io interpreto questa mossa come un investimento a lungo termine: questi 250 franchi li riguadagneremo nel corso degli anni con la salute e col tempo libero. E cosa ne pensa della controfferta del padronato, di un pensionamento anticipato soltanto di un anno e, per abbassarlo ancora, riprendere il negoziato tra qualche anno? Sono contrario al cento per cento. Perché c’è adesso tanta gente vicina ai 60 anni e che così verrebbe esclusa. Non sarebbe una cosa seria. Sarebbe però un’occasione immediata di andare in pensione per chi adesso ha 63-64 anni. Non la vedo così. Dopo tutto il lavoro cominciato e non ancora finito, non mi sembra che sia una soluzione appagante. Secondo me, una volta chiarito l’aspetto finanziario, il pensionamento anticipato a 60 anni dovrebbe partire subito. È inutile perdere ancora tempo, perché la gente muore. Un lavoro che costa molte fatiche Nella sua ditta vengono osservate le norme di sicurezza? Sì, almeno all’80 per cento. L’anno scorso abbiamo ricevuto la certificazione dell’Insai, anche sotto il profilo della qualità. E secondo lei, cambiano le probabilità d’incidenti sul lavoro dopo i 60 anni? Sì, sono maggiori. Perché i riflessi non sono più pronti; e se cadi da un ponteggio o da un muro, le ossa non sono più elastiche come quando eri giovane. Ma di regola viene chiesto lo stesso lavoro, lo stesso impegno fisico a giovani e meno giovani? Non c’è rispetto. Tra i giovani, alcuni hanno riguardo, altri se ne fregano. E anzi: non c’è solo la decadenza fisica, ma anche la pressione psicologica dei più giovani che cominciano a considerare «vecchio» il collega più anziano e tendono ad escluderlo. Moralmente ti buttano giù, anche se con la tua esperienza riesci a fare di più e meglio di loro. Lei è disposto a lottare per il pensionamento anticipato? Sì, certo. Anche a scioperare. Anche a rischiare il posto di lavoro? Sì. E i suoi compagni sarebbero altrettanto pronti a lottare? Questo non posso garantirlo. In questa disponibilità entrano in gioco valutazioni personali, perché poi ci va di mezzo la famiglia. Andrà alla manifestazione del 16 marzo a Berna? Certo, ci andrò. E nel sindacato, che aria tira a questo proposito? Nella sezione di Lenzburg è un momento di stasi. C’è stata la sostituzione del vecchio segretario e quello nuovo s’è ammalato. L’attività sindacale ne ha risentito e ora c’è un po’ di confusione. Ma lei ha contatto con i lavoratori di altri cantieri. Pensa che parteciperanno alla manifestazione? Finora ho sentito molta disponibilità. Bisognerà poi vedere come risponderanno in concreto. Ma tutto sommato sono fiducioso. Anche per un eventuale sciopero? Sì, anche se non saranno tutti quelli che verranno alla manifestazione.

Pubblicato il 

15.03.02..

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