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La vittoria finale dei Curdi contro l'Isis

di

Giuseppe Acconcia

Le Forze democratiche siriane (Sdf), che includono i combattenti curdi delle Unità di protezione maschili e femminili (Ypg-Ypj) hanno annunciato la fine dello Stato islamico (Isis) dopo cinque anni di combattimenti. L’ultima città conquistata da Sdf, sostenute dagli Stati Uniti, è stata Baghuz. Il presidente Usa Donald Trump, che aveva annunciato all’inizio dell’anno un ritiro unilaterale dal Nord della Siria che avrebbe messo a repentaglio l’esistenza del Rojava per le possibili pressioni militari turche, si è felicitato per la «liberazione» della Siria e ha chiesto di «rimanere vigili contro Isis». I jihadisti di Isis hanno continuato a usare vetture imbottite di esplosivo durante gli ultimi combattimenti. Nelle prossime settimane i jihadisti sopravvissuti potrebbero tentare gli ultimi assalti a Baghuz e nelle città vicine. Poco prima della caduta di Baghuz, il portavoce del gruppo, Abu Hassan al-Muhajir, aveva diffuso una registrazione audio in cui asseriva che il “califfato” non fosse finito. Non è ancora noto dove si trovi e se sia ancora in vita il leader del gruppo, Abu Bakr al-Baghdadi. Il governo iracheno aveva dichiarato la vittoria contro Isis nel 2017 ma, secondo fonti Usa, sarebbero ancora attivi tra i 15mila e i 20mila combattenti armati del gruppo, alcuni organizzati in cellule dormienti. Non è neppure chiaro quale sarà la sorte e la destinazione delle centinaia di foreign fighter ancora bloccati in Siria. Undicimila combattenti sono morti e 21mila sono rimasti feriti nella guerra di liberazione di Siria e Iraq da Isis. Migliaia di civili, tra cui molte donne e bambini, sono stati torturati, rapiti, costretti in schiavitù o alla fuga negli ultimi anni. Tra di loro hanno perso la vita in combattimento molti internazionalisti, provenienti anche da Europa e Stati Uniti, sostenitori della causa curda, accorsi per combattere lo Stato islamico. L’ultimo, scomparso proprio nella battaglia di liberazione di Baghuz, è stato Lorenzo Orsetti. «Sono morto facendo quello che ritenevo più giusto, difendendo i più deboli e rimanendo fedele ai miei ideali di giustizia, uguaglianza e libertà», si legge nella sua lettera testamento. La liberazione di Kobane nel 2015 aveva cambiato l’immagine dei curdi nel mondo che da popolo vittima della repressione di Saddam Hussein in Iraq è diventato un baluardo contro l’ascesa dell’oscurantismo jihadista di Isis in Siria e il sostegno che i gruppi radicali hanno ottenuto dalle autorità turche, impegnate contro il regime di Bashar al-Assad. Questo nuovo vigore per la causa curda, imperniata sui principi di uguaglianza tra uomini e donne, ambientalismo e autonomia democratica, ispirata dal leader in prigione del Pkk, Abdullah Ocalan, è stato messo a dura prova dall’Operazione “Ramoscello di Ulivo” con cui l’esercito turco ha occupato il cantone di Afrin in Siria nel gennaio del 2018.

 

A sostegno della liberazione di Ocalan e contro le ripetute morti di combattenti curdi sta continuando per il 143esimo giorno consecutivo lo sciopero della fame la parlamentare del Partito democratico dei popoli (Hdp), Leyla Guven. La scorsa domenica in Turchia si è votato per le elezioni amministrative e, secondo i primi risultati, il partito di Erdogan ha perso il controllo delle principali città turche, Ankara e Istanbul.

Pubblicato

Mercoledì 3 Aprile 2019

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