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Lavoro & Dignità

La vita nell'ingranaggio del sistema Dpd

«Qualche lieve cambiamento c’è stato, ma siamo ben lontani dal traguardo». Lo stato della lotta dei corrieri visto da un lavoratore a qualche mese dall’inizio

di

Francesco Bonsaver

«Non ci illudevamo certo di andar contro una multinazionale e avere soddisfazione nel giro di un mese». Riassume così Ricky* lo stato d’animo dei lavoratori Dpd dopo mesi di lotta per vedersi riconosciuti condizioni di lavoro umane, non trattati come dei semplici numeri spremuti da un algoritmo. Se il tempo passa e qualche lieve miglioramento la lotta lo ha portato, non viene meno la determinazione dei corrieri del colosso francese nel veder riconosciuti i loro diritti. È una questione di dignità e di giustizia sociale. Non solo per i dipendenti dell’azienda, ma per tutta la classe lavoratrice. «La nostra lotta non è finalizzata unicamente a migliorare le nostre condizioni. Combattere il sistema Dpd significa lottare per evitare la dipidizzazione del mondo del lavoro, non solo della logistica. Siamo ancora in tempo per evitarlo. Per questo lottiamo» chiarisce il lavoratore.

 

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Preceduta da una fase di costruzione basata su una costante presenza sindacale sui posti di lavoro e la relativa costituzione di una struttura organizzativa dei corrieri, la denuncia diventa pubblica a inizio anno. Una denuncia d’impatto che svela all’opinione pubblica le condizioni di sfruttamento sistematiche a cui sono sottoposti i corrieri dell’azienda di proprietà del gruppo francese La Poste, interamente in mani pubbliche.
Dietro le consegne Dpd dei pacchi ordinati su internet con un clic, si celano ritmi di lavoro infernali, salari indegni, orari di lavoro interminabili, ore straordinarie non retribuite e deduzioni salariali punitive inflitte senza basi legali. Uno sfruttamento pianificato, secondo la denuncia sindacale, sintetizzato da Unia nel documento “Il sistema Dpd”, reperibile in internet.

 

Lo sfruttamento piramidale
Dei quasi 900 autisti con uniforme e furgone Dpd, guidati nei giri di consegne dall’algoritmo Dpd, nessuno è dipendente dell’azienda francese. Contrattualmente, sono tutti alle dipendenze di un’ottantina di ditte subappaltanti che lavorano esclusivamente per Dpd. Con questo sistema, l’azienda francese elude i suoi obblighi di datore nei confronti dei lavoratori, scaricando la responsabilità sociale sulle subappaltanti. «Nella logistica, uno dei costi maggiori è la forza lavoro. Risparmiando su quella, Dpd può permettersi di offrire prezzi stracciati per rompere il mercato» commenta Ricky.

 

Stando ai calcoli di Unia, col sistema della catena di subappalto, Dpd risparmia quasi un terzo dei costi nei confronti del suo concorrente principale, la Posta Svizzera. Il prezzo del risparmio lo pagano i suoi corrieri, sottoposti a condizioni di lavoro disumanizzanti.

 

Eppure, lavorare nella logistica in maniera meno disumana, è possibile secondo il nostro interlocutore. «Conosco diversi colleghi che lavorano per aziende concorrenti, sia pubbliche che private. Non dico sia tutto rose e fiori per loro, ma so per certo che le loro condizioni sono nettamente migliori delle nostre. Nel caso delle private, per i dipendenti fissi con contratto aziendale, tempi e numeri di consegne sono più accettabili, più umani».

 

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La lotta porta qualche frutto
«Dall’inizio della lotta, qualche lieve miglioramento lo abbiamo ottenuto, ma siamo ancora ben lontani dal traguardo» riassume Ricky. «La giornata è diventata leggermente meno disumana, avendo ora finalmente diritto a una pausa di 45 minuti». Anche il diritto al riposo dei giorni festivi sembra ora essere rispettato. O almeno in un’occasione. «Per la prima volta, a Pasqua non abbiamo lavorato» conferma l’operaio. Un’altra novità riguarda l’inizio della giornata degli autisti, spostatosi di un’ora, dalle sei alle sette. In questo caso però, c’è un rovescio della medaglia. «A preparare le consegne dei furgoni ora ci pensano degli interinali, dei precari impiegati per un paio di ore giornaliere. Non è certamente una bella situazione per loro» spiega Ricky, dando voce e corpo alla solidarietà di classe lavoratrice, principio cardine del movimento sindacale.

La controffensiva aziendale
Salvo quei leggeri cambiamenti, le condizioni di lavoro alla Dpd restano oggi immutate. Per contro, l’azienda ha avviato un’offensiva antisindacale dalle forme diverse. Si va dal colpire gli operai più profilati e intimorire i dipendenti (in particolare i nuovi assunti), dal farli desistere nel rivendicare i loro diritti o di organizzarsi collettivamente col sindacato, per dirne alcune. «Sui nostri scanner aziendali appaiono messaggi “non parlate coi sindacati” – racconta l’operaio –. Nei fatti cercano di isolarci, di dividere gli operai mettendoli in concorrenza l’uno contro l’altro. Nulla di nuovo. Dividi e impera, è il solito vecchio schema usato dal potere per conservarsi».


L’offensiva a tutto campo antisindacale condotta dall’azienda è approdata anche nei tribunali. Alla richiesta di 200 dipendenti di aprire una trattativa con il loro rappresentante Unia, l’azienda francese ha risposto depositando un’istanza al tribunale di Berna chiedendo di non esser obbligata a discutere col sindacato.


Di recente, ai collaboratori è stata imposta la sottoscrizione di un documento nel quale si vieta ai lavoratori di parlare dell’azienda all’esterno. La risonanza mediatica della denuncia dei metodi di lavoro alla Dpd, disturba non poco i vertici aziendali.

 

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A far del bene agli operai invece, la solidarietà espressa dai clienti. «Sono tantissime le persone a cui portiamo i pacchi che ci esprimono la loro indignazione per come siamo trattati. Molti di loro arrivano a scrivere direttamente all’azienda. Sono cose che fanno bene al cuore e alla lotta» spiega Ricky. A sostenerli moralmente contribuisce pure la vicinanza dei sindacalisti. «L’impegno dei sindacalisti di Unia nell’essere al nostro fianco, va ben oltre il loro dovere professionale. È doveroso ringraziarli pubblicamente a nome di tutti noi lavoratori Dpd».

Lo stress interiorizzato
«I tempi di consegna giornalieri sono programmati da un algoritmo preimpostato. Quando mancano cinque minuti a sforare il tempo giornaliero a disposizione, lo scanner inizia a suonare “din, din, din”. È angosciante. È il padrone personalizzato seduto al tuo fianco che ti dice “muoviti, muoviti”».

 

Tante persone non sopportano lo stress imposto dai ritmi forsennati e dalla paura di non riuscire a rispettarli. «Il turn over è impressionante. La durata media è dai 12 ai 16 mesi. Facilmente una persona si esaurisce mentalmente e fisicamente. Ricordo, ad esempio, un giovane collega ospedalizzato a seguito degli attacchi di panico improvvisi. Non vi è dubbio che fossero collegati alle condizioni di lavoro a cui si era trovato confrontato. Altri colleghi hanno dovuto divorziare perché i rapporti si erano incrinati non avendo più tempo da dedicare alla famiglia, altri ancora hanno perso 8 o 12 chilogrammi nei primi mesi di lavoro».

 

Uno stress che s’interiorizza, diventa parte di te. «Non avendo la pausa, mangiavo in meno di un minuto. Da allora mangio sempre così, anche quando non lavoro. Non riesco a evitarlo. Lo stress è ormai dentro di me, dentro di noi».

La tua vita sul grande schermo
Lei lo ha visto il film di Ken Loach Sorry, we missed you il cui protagonista è un corriere? «Me l’aveva consigliato una cliente, alla quale dovevo sembrarle particolarmente esaurito». E si è riconosciuto? «Incredibilmente. È un film molto realistico. Anzi, son convinto che alcune parti il regista le abbia addolcite, altrimenti gli spettatori lo avrebbero giudicato irreale. Chi non lavora nel settore, difficilmente può immaginarsi cosa voglia dire».


Con la sua consueta maestria, il regista inglese porta sul grande schermo l’inumano sfruttamento nel mondo della logistica e le drammatiche ripercussioni nella vita familiare del corriere protagonista. La continua lontananza da casa e l’infernale pressione imposta al lavoro, senza nemmeno ricavarvi un minimo di reddito sufficiente, portano alla disgregazione dei rapporti di una famiglia fino ad allora molto unita.


Il film di Loach è un pugno nello stomaco che apre gli occhi sulla società odierna sempre più disumanizzata. Non è una realtà lontana, aliena al nostro modo di vivere, ma vissuta da molti lavoratori quotidianamente in Svizzera, Ticino compreso. Dai dipendenti non assunti da Dpd, ad esempio.

*nome di fantasia

Pubblicato

Giovedì 9 Settembre 2021

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