Lavoro e dignità

La grande attesa per l’introduzione del salario minimo in Ticino? Inutile, poiché forse sarà superata dagli eventi. Un rischio reale, visti i nuovi Ccl cantonali “di tendenza”. L’ultimo nato è il Ccl delle pulizie a cui il governo ha rilasciato la certificazione cantonale, sancita col bollo del decreto di obbligatorietà generale. 16,75 franchi l’ora è la paga minima per 42,5 ore settimanali. Meno di 3’100 franchi lordi al mese (3’085), ossia 37’020 franchi in un anno. Sotto la soglia del diritto alle prestazioni sociali. Classico esempio di persone che, pur lavorando, sono povere. Per sopravvivere, interviene la collettività sopperendo alle mancanze del privato.

Lasciamo da parte le crude cifre con cui una lavoratrice o un lavoratore dovrebbe poter sopravvivere nel Cantone secondo le autorità e i partner contrattuali, per capire cosa c’entra il salario minimo. Se dovesse aver fine la lunga gestazione della Commissione cantonale della gestione in cui giace il dossier del salario minimo, qualsiasi importo dovesse veder la luce, la sua obbligatorietà potrà essere aggirata da Ccl siglati tra associazioni padronali e alcuni sindacati con importi inferiori. Non è fantascienza, ma è quanto si legge nel messaggio governativo di due anni fa sul salario minimo cantonale. «Dal campo di applicazione (del salario minimo), sono esclusi anche i rapporti di lavoro per i quali è in vigore un Ccl che fissa un salario minimo obbligatorio».


Nel concreto, qualora in Ticino entrasse in vigore un salario minimo di 19 o 20 franchi, nelle pulizie si andrebbe avanti coi 16,75 franchi l’ora grazie al decreto d’obbligatorietà varato dal Cantone. Va detto che la via di fuga dei Ccl dal rispetto del salario minimo era già contenuta nell’iniziativa “Salviamo il lavoro in Ticino”, promossa dai Verdi e approvata nel giugno 2015 dal 54% dei votanti.


Recentemente, interpellati ufficialmente da Commissione e Governo, gli iniziativisti Verdi si sono espressi per l’abolizione della norma dei Ccl. È quanto avviene nei due cantoni dove il salario minimo è già una realtà (Neuchâtel e Giura), nei quali i Ccl con salari inferiori sono stati adeguati all’importo minimo cantonale di 20 franchi.


In Ticino negli ultimi tempi sono due i Ccl per cui è stata avviata la procedura di obbligatorietà sul territorio cantonale, le pulizie e la vendita al dettaglio. Come detto, il primo fissa il minimo salariale a 3’100 franchi, mentre il secondo a 3’200 franchi mensili. Entrambi sono stati sottoscritti dall’Ocst con le associazioni padronali. Tutti hanno ricevuto la benedizione del Dfe e, subordinatamente, del Consiglio di Stato. Contro entrambi i Ccl, il sindacato Unia, dopo essersi rifiutato di firmarli, ha inoltrato opposizione. Il governo, la prima istanza, l’ha bocciata.
«Nel caso del Ccl pulizie, lo Stato ha abdicato al suo ruolo, svilendo il significato e l’importanza del Decreto di obbligatorietà generale dei Ccl»», sbotta un indignato Rocco Rainone, giurista di Unia che ha curato l’opposizione al decreto di obbligatorietà del Ccl pulizie. Formalmente, il governo non ha la facoltà d’imporre dei salari minimi alle parti contraenti il Ccl, annota il giurista, ma può decidere di non decretarlo di obbligatorietà.
«Lo Stato non può limitarsi a fare il notaio, ha il dovere di tutelare l’interesse generale. Decretando d’obbligatorietà un salario da 3mila franchi, si cancella il dum-ping semplicemente ponendo l’asticella degli stipendi talmente bassa, da rendere superfluo un’ulteriore corsa al ribasso» spiega il giurista, che aggiunge: «Oltre a mettere in grave difficoltà tutti i lavoratori del ramo, s’incoraggia la concorrenza sleale con le ditte della Svizzera interna che vengono o che lavorano anche in Ticino. Infine si favorisce l’abbassamento dei redditi per quella fetta di indipendenti che fanno le pulizie negli uffici» conclude Rainone.


Ricordiamo che il Tribunale federale ha giudicato corretto il salario minimo di 20 franchi nel Canton Neuchâtel, frutto del calcolo sul diritto alle prestazioni complementari cantonali. Per il Tf, l’introduzione del salario minimo è una misura di lotta alla povertà che non lede il principio della libertà economica sancito dalla Costituzione federale.


Se in Ticino si utilizzasse il calcolo neocastellano, il salario minimo sarebbe di 21 franchi. Al Sud delle Alpi invece, il governo ha scelto un calcolo al ribasso, proponendo una forchetta tra i 18,75 franchi l’ora e i 19,25.


Per tatticismi politici, la discussione è ferma da 2 anni in Commissione della gestione del Gran Consiglio. Nel frattempo, associazioni padronali e un sindacato, concludono dei Ccl sotto la soglia proposta dal governo. Non si sa mai.

 

«Padronato, istituzioni e Ocst fanno squadra»


Enrico Borelli, segretario regionale di Unia, il governo decreta d’obbligatorietà dei Ccl che presentano salari minimi da 3’200 nella vendita, e meno di 3’100 franchi al mese nel ramo delle pulizie. Entrambi sono al di sotto della soglia di povertà che dà accesso alle prestazioni sociali complementari. Come si è arrivati a questi risultati?
È un risultato inaccettabile, frutto di una situazione vergognosa che richiama precise responsabilità. Se il Ticino si trova da decenni in fondo alla classifica nazionale dei livelli salariali e se le differenze col resto del Paese permangono, quando non addirittura crescono in certe professioni, è dovuto al fatto che una serie di attori lavora congiuntamente in questo senso. E questo va denunciato pubblicamente, indicando chiaramente le singole responsabilità. Ci sono le organizzazioni padronali che fanno del dumping uno dei principali vettori della loro politica, vi sono le istituzioni guidate da una classe politica compiacente e, infine, esistono dei sindacati che si prestano a operazioni di questo tipo. Il lavoro di squadra di questi tre attori produce questi disastri che mettono lavoratrici e lavoratori ticinesi in ginocchio. I danni causati da questo lavoro di squadra, non si limitano ai soli salariati dello specifico ramo dei due Ccl, ma si estendono all’insieme dei lavoratori. Faccio un solo esempio. È grazie all’accordo tra questi partner sul Ccl vendita cantonale coi minimi salariali da 3’200 franchi, se il Ticino è stato escluso dall’obbligo vigente nel resto del Paese nelle stazioni di servizio i cui dipendenti prendono al minimo 3’600 franchi.
Questi Ccl gettano anche pesanti ombre sull’eventuale introduzione di un salario minimo cantonale...
La proposta governativa contenuta nel messaggio, oltre ad aver già indicato un importo indegno, spalanca le porte alla sua elusione con la firma di Ccl con salari minimi ancor più bassi. E qui il cerchio si chiude. I problemi del Paese non si risolvono, anzi. La brutale messa in concorrenza tra i salariati ticinesi viene così alimentata, spinta persino su livelli salariali ancor più bassi, peggiorando ulteriormente le condizioni generali del mondo del lavoro cantonale.
Quali strumenti restano al sindacato Unia per impedire questa deriva?
Quel che resta a un sindacato degno di questo nome: il coinvolgimento delle lavoratrici e dei lavoratori nella difesa collettiva e organizzata dei propri interessi. Nella vendita, ad esempio, migliaia di venditrici e venditori hanno sostenuto le nostre posizioni, firmando anche degli appelli. È altrettanto chiaro che siamo soli contro tutti, con un unico grande alleato, cioè le salariate e i salariati. Purtroppo, in un contesto come quello attuale, potrebbe non bastare.   

Pubblicato il 

29.08.19..
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