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La verità sulla paziente islamica

di

Can Tutumlu
Fabia Bottani
La "paziente islamica all'Obv di Mendrisio" ha fatto scrivere e parlare parecchio. Se ne parlerà di nuovo non appena il governo risponderà all'interpellanza del leghista Lorenzo Quadri, che si chiede (retoricamente) se è giusto accettare che una donna possa portare il velo nella nostra società. Il problema è nato dopo che il marito della signora ticinese – che condivideva la stanza con la giovane marocchina – si è sfogato ai microfoni della Rsi. Per lui era troppo complicato incontrare la moglie: ogni volta che le rendeva visita doveva attendere che la giovane marocchina si coprisse con il niqab. Le due donne – come ci raccontano in questo articolo – si erano messe d'accordo in maniera molto pragmatica. Ma durante la bufera che ha seguito il servizio della Rsi nessuno si è premurato di sentire le parti in causa, cioè le due donne. Adel Kechi, il marito di Lamia, in seguito ad articoli del tenore "Paziente islamica a Mendrisio, siamo messi bene" ha scritto una lettera invitando i media ad incontrare lui e la sua famiglia, «non è di noi che scrivevano, non potevo credere che tutto questo era dovuto alla presenza di mia moglie in ospedale», ci ha detto.      

Abdullah è il vero fulcro della famiglia Kechi. Entra e si fa sentire. Parla al posto di papà Adel e vuole farti notare che ha una nuova macchina, una palla che rimbalza bene e che quei dolcetti lì sul tavolino lui li conosce molto meglio di te. Ogni tanto va "di là" dalla mamma, fa capolino in cucina e poi se ne torna trionfante. Il padre lo prende sottobraccio e lo accompagna fuori dalla stanza delle preghiere scusandosi per l'ennesima intrusione. Ma non riesce mai ad essere veramente severo. E Abdullah lo sa molto bene. «Come vorrà vivere lo deciderà lui quando sarà più grande, io potrò solo indicargli la strada che abbiamo scelto io e mia moglie», ci dice Adel cercando di mostrarsi aperto. «Il mondo è cambiato da qua ad un po' di anni. Ma non è la religione che è cattiva di per sé, lo sono le persone. Mi rendo conto che ad alcuni facciamo paura. Io porto la barba lunga e questi vestiti tradizionali. Mia moglie è coperta col niqab, è la nostra religione. Mi dispiace se facciamo questo effetto», aggiunge con amarezza il marito di Lamia, la signora ricoverata al Beata Vergine di Mendrisio questa primavera.
Di ritorno da una visita ai parenti alla coppia chiassese viene fatto notare da alcuni amici che la permanenza di Lamia all'Ospedale Beata Vergine ha fatto scrivere fiumi di inchiostro. "Paziente islamica a Mendrisio, siamo proprio messi male". "È lecito che in un ospedale ticinese siano i ticinesi a doversi adattare alle usanze di una coppia di stretta osservanza islamica?" "Non potrebbero fare uno sforzo per integrarsi, cioè rinunciare al burqa?" "Hanno diritto a chiedere un trattamento speciale?" Questo in sostanza il tenore delle domande che il parlamentare leghista Lorenzo Quadri ha prontamente girato dalle colonne del Mattino al Consiglio di Stato. Adel a queste critiche ha risposto tramite una lettera ai giornali apparsa agli inizi di luglio. Alla fine della missiva invitava i media ad andare a trovare la sua famiglia «chiedendo magari anche ai nostri vicini se non viviamo in reciproco rispetto da oltre otto anni». Abdullah intanto fa un girotondo con la camionetta. Il padre lo prende nuovamente sottobraccio, «scusi è tanto vivace», ci dice mentre lo porta da Lamia. «Questa storia della "paziente islamica irrispettosa degli altri" ci ha fatto stare male – racconta Adel seduto sul tappeto –. Quando ho letto alcuni degli articoli non potevo credere che stavano davvero parlando di noi. Chi era quella gente? Ma davvero siamo noi quelli lì di cui hanno scritto? Noi avevamo cercato di fare di tutto per non creare problemi, tanto che mia moglie e la sua vicina di letto si sono frequentate anche in seguito. Abbiamo anche parlato con il marito della signora (che in un'intervista alla Rsi, da cui era nato il caso, si era lamentato delle difficoltà nel visitare la moglie in camera, ndr) perché ci tenevamo a chiarire la situazione (si veda il riquadrato in pagina, ndr). Davvero non capiamo, eravamo già stati tre volte in ospedale. Abdullah è nato a Mendrisio e non abbiamo mai creato problemi».
Ma in Ticino una donna completamente coperta non passa di certo inosservata. «La gente ci guarda, è vero – dice Adel –. Ma la nostra è una scelta personale. Mia e di moglie (si veda l'articolo in basso, ndr). I miei fratelli e le loro mogli non portano la barba lunga e il niqab. Cerchiamo sempre di fare in modo che la nostra scelta non condizioni gli altri. Proviamo a trovare una via di mezzo. Abdullah è nato con taglio cesareo, non c'erano dottoresse a disposizione così l'intervento è stato fatto da un uomo. Abbiamo sempre trovato delle soluzioni. In Svizzera è stato possibile. Spero che lo sarà ancora anche in futuro». Lamia non parla con altri uomini e si fa vedere solo coperta in volto. Adel dice che se è tanto importante questo articolo, va bene, può parlare anche con me. Spera che poi la faccenda ritrovi la giusta dimensione. La presenza di Lamia in casa si fa sentire. È in un'altra stanza e gioca con il suo bambino. Ad Adel facciamo leggere l'interrogazione pendente di Lorenzo Quadri all'indirizzo del Consiglio di Stato. «Voglio rispettare le leggi in Svizzera. Non voglio causare problemi. Nel mio paese (la Tunisia, ndr) c'è un detto: non prendere la medicina prima di essere malato». Da noi si dice "non mettere il carro davanti ai buoi". Eppure te lo chiedi se quella donna è davvero libera come asserisce il marito. E come potranno vivere in questa comunità dove costumi, usanze e storia sono differenti? «Non sono un dittatore che obbliga la moglie a coprirsi, non sono un uomo rozzo. È la mia religione. Per favore non mi offenda», risponde Adel con Abdullah nuovamente tra le mani. Al suo ritorno Adel racconta della sua Svizzera, quella tranquilla, quella dove si può vivere bene e in armonia dopo i dolori del passato. 


"Una scelta fatta col cuore"

È solare, paffuta; ha il sorriso e la risata facili Lamia che mi accoglie nel suo abito tradizionale verde pistacchio. Non le disturba affatto ricevere una giornalista in casa sua benché di questa storia non ne possa più e benché il pancione sia sempre più ingombrante. «Parliamone così almeno una volta nei giornali si scriverà la verità», dice mentre dalla cucina il marito avvisa che il caffè i dolcetti sono pronti. «Li ho fatti preparare a lui» mi dice con la stessa soddisfazione che ha una donna quando riesce a far lavare i piatti al proprio marito. Anche se poi è al marito che chiede se posso registrare la nostra conversazione. «In quel periodo la gravidanza mi stava dando alcuni problemi così ho dovuto essere ospedalizzata all'Obv di Mendrisio, un luogo che conosco: due anni fa vi ho partorito e di problemi non ve ne sono stati. Come allora, avevo chiesto di poter soggiornare in una camera singola ma la disponibilità questa volta sembrava non ci fosse. Ad un tratto la situazione sembrò risolta ma al momento di entrare nella camera assegnatami mi accorgo che uno dei due letti è occupato da una signora. Andai così a cercare un'infermiera, ma il tentativo fu vano. "Niente singole disponibili". Vedendomi rientrare nella stanza la signora si è subito premurata di chiedermi se vi fosse un problema con lei. "Assolutamente no", dissi io "semplicemente dovremo fare attenzione a chi entra nella stanza. Senza il niqab solo le donne e mio marito possono vedere il mio volto". "Non si preoccupi " mi rispose la donna "la mia famiglia abita a Zurigo. A trovarmi verrà solo mio marito. In un modo o nell'altro ci arrangiamo». È proprio stata la signora ticinese, spontaneamente a trovare la soluzione: «esattamente come quando arriva un medico che prima di entrare nella stanza bussa alla porta, così faceva suo marito. Al suo bussare la signora lo raggiungeva nel corridoio". Perché insistere con la singola? «Per semplicità. In quel momento la gravidanza mi causava forti nausee, vomitavo spesso così che togliere e mettere il velo in continuazione era un po' scomodo. Essere in camera singola mi avrebbe permesso di stare scoperta… Proprio non capisco perché si è montata tutta questa storia. Manco avessi sgozzato la vicina di letto!» Chi ha messo in giro questa voce, secondo lei? «Non la vicina, gliel'ho chiesto. Ma ho sentito e so che ha raccontato il nostro modo particolare di convivere in caffetteria, nei corridoi. Qualcuno deve aver poi trasformato la verità. Mai ho detto alla signora di far uscire suo marito dalla stanza. È assurdo: mio marito viene a trovarmi, perché non dovrebbe farlo il marito dell'altra signora?».
Ma perché porta il niqab? «Il velo l'ho sempre portato, sin da bambina. E sin da bambina mi ero detta che quando mi sarei sposata avrei portato il niqab. Non lo faccio per mio marito o per la famiglia. Lo faccio per Dio, in segno di massimo rispetto». Davvero suo marito non l'ha condizionata? «Quando moriremo io e mio marito verremo sepolti in due tombe diverse e giudicati ognuno per la propria condotta. Io per la mia, lui per la sua. Se io porto il velo o meno, farà parte solo della mia vita. Non mi importa che la gente per strada mi guarda storto. È una mia scelta, fatta col cuore. Il niqab fa parte di me. Non portarlo sarebbe come per lei girare nuda per strada».
Lei ha amicizie qui a Chiasso? «Sì, arabi». Ma ticinesi? «Le vicine del piano di sopra e la signora dell'ospedale». Siete amiche ora? «Sì, ci sentiamo al telefono. Mi chiede come va la gravidanza, come va il bambino, il marito. Ci siamo anche incontrate. Forse conoscerò altre signore quando il piccolo comincerà ad andare a scuola. Ma a me per ora va bene così. In Ticino ci stiamo bene. È un paese sicuro: puoi lasciare la porta aperta e nessuno viene a farti del male. Non ci sono troppi stranieri (prima viveva a Bergamo, ndr)». "Ma anche lei ha paura degli stranieri?" Lamia ride. «È facile fare generalizzazioni. Di buoni e cattivi ve ne sono ovunque, tra gli stranieri, e non».


"Ci hanno strumentalizzate"

Elena, la signora ticinese che ha diviso per 4 giorni la stanza con Lamia, non ne vuole sapere più nulla della "storia del burqa".  Solo sentirla nominare le viene l'orticaria. «Capisco solo che la stampa e alcuni politici hanno veramente esagerato con questo caso», ci ha detto arrabbiata. «Io e mio marito ci siamo chiariti con la famiglia di Lamia. Ma questo non interessava più a nessuno. Ormai avevate il vostro caso di cui parlare». La signora ticinese racconta che è vero, che non è sempre stato agevole per lei. Che ha dei problemi nell'accettare tutte le usanze dell'Islam e che ne ha anche timore, «ma questo è un problema mio. Io però con Lamia ci sono stata, gli altri ne hanno solo scritto a sproposito».

Pubblicato

Venerdì 14 Settembre 2007

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