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La trappola della produttività

di

Sergio Agustoni
Negli anni novanta la “crescita senza impiego” era stata la conseguenza della massiccia ristrutturazione del settore industriale. Ma gli avvertimenti lanciati dagli analisti dell’area del pensiero critico erano stati travolti dal successivo impetuoso sviluppo della terziarizzazione e finanziarizzazione dell’economia mondiale, almeno fino all’esplosione della bolla speculativa borsistica e all’implosione della galassia della “New Economy”. Oggi in Svizzera assistiamo addirittura ad una “crescita con meno impiego”: l’aumento assai modesto del Pil (Prodotto interno lordo) supera appena o equivale a quello della produttività e vi sono sacche di capacità di produzione tuttora inutilizzate. Le lamentele generiche sugli incrementi insufficienti di produttività sono infondate, mentre resta centrale il confronto sulla ripartizione della crescente ricchezza sociale prodotta. La novità rispetto ai trascorsi anni novanta, quando le trasformazioni avevano coinvolto principalmente le multinazionali e l’industria d’esportazione, è che nella prima decade del terzo millennio la ristrutturazione diventa permanente e trasversale: copre tutto lo spettro dell’occupazione e travalica i territori regionali e nazionali. Da una parte l’industria si è fortemente terziarizzata, compiendo un balzo in avanti nei livelli di produttività e mutando volto; dall’altra i servizi si sono industrializzati, entrando a loro volta nel vortice dei processi di ridimensionamento, delocalizzazione e outsourcing. Il settore pubblico subisce l’urto della deregolamentazione, analogamente a quello privato. La flessibilità della forza-lavoro si è generalizzata, i flussi migratori e la libera circolazione delle persone rendono ancora più volatile il mercato del lavoro: lo zoccolo incomprimibile della disoccupazione resta stabile o persino si espande. È il paradosso di un’epoca che vede affermarsi l’egemonia del lavoro immateriale e della gestione privilegiata del sapere: le imprese, in un’ottica sempre più di breve termine, non esitano a liberarsi rapidamente del personale considerato in esubero. Il capitale umano interno alle aziende è meno quotato della forza-lavoro flessibile, mobile, qualificata, giovane e talvolta a basso costo, disponibile sul mercato. Pil e occupazione Da quattro mesi la disoccupazione tende a lievitare piuttosto che a diminuire, nell’ambito di un rilancio congiunturale troppo timido, peraltro con un andamento decrescente. L’attuale tasso di disoccupazione del 3,9 per cento – 152 mila 409 disoccupati iscritti a fine novembre 2004 – dovrebbe passare ad oltre il 4 per cento nei primi mesi del 2005; in seguito dovrebbe calare, in virtù dell’incidenza favorevole a medio termine della “ripresina” in atto. In Ticino in novembre il balzo in avanti è stato di mezzo punto al 5,1 per cento. Intanto però le imprese continuano a licenziare più facilmente che in passato; inoltre ricorrono sempre meno alla disoccupazione parziale, che considerano un ammortizzatore poco efficace. Un aumento del Pil attorno all’1,8 per cento, come pronosticato per il 2004, non basterà dunque a rilanciare significativamente l’occupazione, poiché le capacità produttive esistenti non sono pienamente sfruttate: nell’industria le riserve sono di circa il 15 per cento. Inoltre il potenziale d’assorbimento del settore dei servizi è limitato, anche in seguito ai programmi di razionalizzazione e di produttivizzazione in atto, soprattutto nei rami bancario e assicurativo. In generale l’aumento della produttività annua si situa a livelli comparabili a quelli del Pil e ciò attenua o annulla gli effetti occupazionali positivi. Certo negli ultimi 10 anni il calo dell’occupazione industriale (circa 150 mila impieghi) è stato più che compensato dall’incremento nel terziario (circa 250 mila impieghi supplementari, soprattutto nei settori sanitario e sociale e in quello della consulenza alle imprese, con un forte incremento del lavoro femminile). Tuttavia questa tendenza favorevole sembra esaurirsi, o comunque non sarebbe in grado d’assorbire pure l’aumento costante della popolazione attiva, essenzialmente per i flussi migratori. In verità le cifre della disoccupazione sono ben più preoccupanti. A fine novembre ai 152 mila 409 iscritti vanno aggiunte quasi 70 mila persone impegnate nell’aggiornamento professionale, in programmi occupazionali e lavori saltuari: totale 222’102 senza lavoro, ovvero un tasso che supera il 5 per cento. Considerando pure i sottoccupati (378 mila o il 9,1 per cento della popolazione attiva), che in parte desiderano lavorare maggiormente, la percentuale lieviterebbe ulteriormente. L’economia dovrebbe dunque creare circa 260 mila impieghi a tempo pieno per occupare tutte le persone alla ricerca di un lavoro. Una prospettiva improbabile nell’attuale congiuntura, considerando le spinte al trasferimento di segmenti industriali e terziari verso l’est europeo, i paesi a sud del Mediterraneo e la grande area asiatica, e la persistente necessità-tendenza a reclutare all’estero personale altamente qualificato. Di fronte a tali tendenze, e nonostante le esigenze del padronato europeo e svizzero non soltanto di massima flessibilità ma pure d’allungamento dell’orario di lavoro senza adeguamento del salario, il dibattito sulla ripartizione del lavoro tornerà ad essere inevitabile. Le posizioni, che potremmo definire neo-keynesiane, affermano che il parallelismo nella spirale produttività-disoccupazione potrebbe essere interrotto da un aumento della domanda di beni e servizi: in primo luogo mantenendo o rafforzando gli investimenti pubblici (dalle infrastrutture alla materia grigia, passando per l’ecologia); in secondo luogo grazie all’incremento reale dei salari e del potere d’acquisto d’ampie fasce di popolazione, ribaltando equamente gli incrementi di produttività a favore di chi li produce. Certo i meccanismi non sono immediati ed univoci, ma in questi anni il regresso del reddito reale disponibile della classe media è stato sensibile, al punto che si deve parlare d’impoverimento effettivo delle economie domestiche: solo i redditi più bassi e quelli più alti hanno migliorato la loro situazione. Produttività e competitività Il padronato svizzero (Economiesuisse e Avenir Suisse in prima linea) invoca invece un pacchetto di riforme per ovviare ad una crescita a ritmo di lumaca: fiscalità più favorevole ai profitti, deregolamentazione giuridica, meno salario e orari prolungati, flessibilità massima. E dire che proprio la fiscalità contenuta, il costo del lavoro complessivamente concorrenziale e la stabilità erano le qualità elvetiche finora vantate; certo ormai si scontrano con il recupero di competitività di altre economie sviluppate e dei paesi emergenti. Alla presunta scarsa attrattività della piazza svizzera per il capitale globale (Silvano Toppi parla di uso terroristico della competitività, in laRegione Ticino del 25.10.2004), le risposte vincenti possono essere soltanto sostanziali: l’accresciuto investimento pubblico-privato nella formazione-aggiornamento e nella Ricerca & sviluppo, e la riforma dello stesso “sistema impresa” nell’industria e nella finanza, che una casta manageriale avida e sprovveduta ha fortemente compromesso negli ultimi anni. Nonostante ciò, da oltre un decennio, gli utili delle società superano gli investimenti effettuati. Non si può dunque parlare di penuria di capitale, quale giustificazione dei mancati investimenti che potrebbero favorire i processi d’innovazione e il trasferimento tecnologico, anche a vantaggio delle piccole e medie imprese. Inoltre resta l’immenso serbatoio dei capitali del risparmio collettivo forzato nel secondo pilastro: una parte più consistente potrebbe essere investita in modo produttivo. Insomma la ricchezza prodotta non deve soddisfare l’avidità dei pochi e la finanza speculativa, ma essere pienamente rimessa nel circuito economico. Sulla crisi di produttività o meglio sul calo dell’incremento medio di produttività, che la Svizzera ha subito in questi anni, pesa l’ipoteca dell’economia interna, sottratta alla concorrenza. Lo stesso settore finanziario, tanto osannato, rivela una produttività carente nel confronto internazionale. Questi dati non traducono invece la situazione ancora favorevole dell’industria d’esportazione. Infine bisogna sottolineare come, più che la produttività del lavoro (Pil diviso per il numero d’ore lavorative), sia la produttività del capitale impiegato ad essere mal sfruttata: lo sostiene l’Istituto economico Créa dell’Università di Losanna. Produttività e pensioni Nell’ultimo ventennio la produttività in Svizzera è aumentata mediamente dell’1,5 per cento all’anno. La maggioranza degli economisti ritiene probabile un andamento analogo in futuro. Ne deriva che, nonostante il deterioramento del rapporto attivi-pensionati, l’incremento del valore aggiunto per ora lavorata dovrebbe continuare ad alimentare il bilancio dei fondi pensione, meglio di qualsiasi aleatoria alchimia finanziaria. Inoltre la generazione attiva dei Babyboomer – nati numerosi durante il boom nel dopoguerra tra il 1946 e il 1964, ma a loro volta con scarsa prole – lascerà il mercato del lavoro in un periodo relativamente breve, creando presumibilmente una situazione di tensione e di rarefazione dell’offerta, spingendo perciò i salari al rialzo. Combinando questi fattori, l’Istituto di studi congiunturali del Politecnico di Zurigo Kof giunge alla conclusione che, attorno al 2050, ciò dovrebbe garantire elevate rendite pensionistiche. È un calcolo che concreta l’inclusione della produttività nei modelli previsionali sul sistema previdenziale, auspicata dall’economista italiano Giovanni Mazzetti (conferenza del 15.10.2004 a Bellinzona). L’investimento nel capitale umano, il rafforzamento del potere d’acquisto e una gestione prospettica dei fondi pensione: sono tre vie lungo le quali l’aumento della produttività e dell’occupazione potrebbero creare le premesse di una ripartizione equa della ricchezza sociale.

Pubblicato

Venerdì 10 Dicembre 2004

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