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La trappola del pareggio

Se nella votazione del 15 maggio passasse la manovra finanziaria della destra a farne le spese sarebbero il servizio pubblico e la democrazia

di

Veronica Galster

Per impedire tagli nel settore sociosanitario, nella scuola e nella formazione in generale, nella ricerca universitaria, nella cultura e nei servizi fondamentali come giustizia, sicurezza e trasporti pubblici, il 15 maggio dovremo respingere il decreto legislativo che vuole imporre il pareggio economico entro dicembre 2025 unicamente diminuendo le spese dello Stato. Un attacco senza precedenti al servizio pubblico e alla democrazia.

Il 15 maggio il popolo ticinese sarà chiamato a votare sul decreto che obbliga il Cantone a raggiungere il pareggio economico entro il 2025, un decreto nato lo scorso autunno quando il Gran Consiglio si trovò di fronte ai conti del 2020 e a un deficit di 160 milioni di franchi. Una situazione sfruttata ad arte dalla destra che, per mezzo di Morisoli, ha presentato un’iniziativa che chiede al Cantone di impegnarsi a raggiungere il pareggio entro il 2025 frenando la spesa ed escludendo l’aumento delle imposte. In realtà la pandemia ha colpito meno duramente del previsto e per il 2021 il deficit è ben più contenuto di quanto preventivato nel 2020, con 58,2 milioni di franchi contro i 230 milioni previsti, il che contribuisce ulteriormente a rendere incomprensibile la manovra finanziaria proposta da Morisoli.


Contro questa pericolosa iniziativa, che è di fatto un attacco ai servizi pubblici, sono insorte 22 organizzazioni tra sindacati, associazioni e partiti che hanno aderito al referendum lanciato dal sindacato Vpod e che ha raccolto 10.000 firme. «Si tratta di una manovra finanziaria senza precedenti, che danneggia gli utenti e il personale delle strutture sociosanitarie, gli enti universitari, la scuola e i servizi cantonali per la popolazione», spiega Raoul Ghisletta, segretario cantonale di Vpod Ticino. E tra questi servizi ci sono anche quelli legati al settore sociosanitario che, come ricorda Silvia Rossi per l’Associazione svizzera infermiere e infermieri, è in attesa di miglioramenti più che di tagli: «Siamo preoccupati perché con questo decreto non potremo mettere in pratica quanto è stato votato con l’iniziativa “per cure infermieristiche forti”, che chiedeva tutta una serie di misure per migliorare le condizioni di lavoro di infermiere e infermieri».


Il personale del settore pubblico e para-pubblico sarà messo ulteriormente sotto pressione: il Governo bloccherà in tutto o in parte le sostituzioni di impiegati, docenti e operatori scolastici specializzati, il che significa peggiorare la qualità e l’efficacia dei servizi alla popolazione e della formazione, ma per contenere la spesa il Consiglio di Stato potrà anche ridurre la manutenzione di edifici, strade, informatica... rallentando il programma degli investimenti e questo significherà meno lavoro per le piccole e medie imprese. Inoltre, ogni nuova spesa potrà essere bloccata per quattro anni, e quindi le nuove sfide che ci attendono (dai cambiamenti climatici alla digitalizzazione) non potranno essere affrontate.


In un momento difficile, come quello attuale di uscita dalla pandemia, appare quantomeno incauto imporre al Governo di bloccare le spese: «Un buon settore pubblico va a favore della popolazione in generale», spiega Giangiorgio Gargantini, segretario regionale di Unia Ticino, che prosegue: «La crisi pandemica è stata superata grazie agli interventi di sostegno dello Stato, che sono quindi fondamentali: lo Stato deve essere forte e avere un margine di manovra per poter agire di fronte alle difficoltà. Questo decreto annulla invece tale margine di manovra». «La società appare oggi piuttosto provata – prosegue Mattia Bosco per i Sindacati Indipendenti Ticinesi – e non certo in grado di sostituirsi allo Stato che, in questa fase, non solo deve agire come regolatore, ma deve farsi imprenditore rilanciando l’economia e creando occupazione di qualità».


Ma la spesa è davvero fuori controllo come vuol farci credere la destra? «No, non lo è», chiosa  dal canto suo Graziano Pestoni, presidente dell’associazione per la difesa del servizio pubblico, secondo il quale fissare un limite di spesa costituisce un duplice attacco: al servizio pubblico e alla democrazia: «Si tratta di un attacco alla democrazia perché impedirebbe al Parlamento di svolgere il proprio lavoro: infatti i parlamentari, anche se lo volessero, non potrebbero più accettare nuovi compiti e nuovi interventi anche se giudicati importanti e/o urgenti. Il decreto Morisoli è il più rigido a livello nazionale, quello che più vincola lo Stato».


La procedura adottata dalla Commissione della gestione e delle finanze per preavvisare con un rapporto l’iniziativa parlamentare Udc alla base del decreto legislativo è stata affrettata e irrispettosa della Legge sul Gran Consiglio e i rapporti con il Consiglio di Stato. Il Governo non ha quindi avuto il tempo di presentare al Parlamento un messaggio articolato sull’iniziativa parlamentare, come invece prevede la Legge: «C’è stato un atto di prevaricazione da parte di una risicata maggioranza di deputati di centrodestra», spiega Ghisletta, che prosegue: «Purtroppo non si tratta di un decreto declamatorio: anche se non c’è un effetto automatico, con questo decreto il Parlamento ha ordinato al Governo di agire con le forbici e il Consiglio di Stato dovrà per forza tagliare o bloccare la spesa».


Per evitare tutto ciò, il 15 maggio dovremo votare no ai tagli cantonali previsti dal decreto legislativo concernente il pareggio economico entro il 2025.






Pubblicato

Venerdì 22 Aprile 2022

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