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La strada e la fortezza Europa

di

Loris Campetti
L’Europa monetaria esiste ed ha il suo tempio, la Banca centrale; anche l’Europa finanziaria è una realtà, cercare sotto la voce Ecofin; e siccome il liberismo non è quel destriero pazzo che corre dove vuole a briglie sciolte, come raccontano i nemici della globalizzazione, ecco che i padri fondatori dell’Unione hanno persino inventato un'authority per far rispettare le regole della concorrenza. Ecco qua l’Europa, a cui manca soltanto una bella Costituzione per far credere ai suoi succubi cittadini di essere un’entità politica. L’importante è che a nessuno venga in mente di parlare di Europa sociale e di diritti. I lavoratori sono appendici stupide delle macchine, più flessibili delle macchine, variabili dipendenti dal mercato e dalle sue bizze; i migranti sono stranieri che vanno fermati con i muri alle frontiere e i nidi di mitragliatrici sul bagnasciuga, talvolta accolti ma a termine, quando restano inevase le richieste del mercato del lavoro nelle mansioni più usuranti dell’industria, dell’agricoltura e dei servizi, perché la libertà che il liberismo riconosce riguarda solo i capitali: le multinazionali non hanno frontiere, le persone sì. Sulla base di questi principi fondativi, la scorsa settimana si sono riuniti a Roma i leader dei 15 paesi dell’Ue in compagnia dei 10 soci venturi per varare la Carta costituzionale. Hanno fallito il loro compito “storico”, la torta e i festeggiamenti sognati da Silvio Berlusconi per il semestre europeo sono rinviati, se va bene alla presidenza di turno irlandese. È un male o un bene tale fallimento? È un male per l’Europa politica, che semplicemente non esiste. Dunque continua a esistere una sola superpotenza al di là dell’Atlantico che ha i suoi sherpa e le sue crocerossine e i suoi sminatori nel Vecchio continente, da inviare nei deserti chiamati libertà della guerra permanente. È un bene per chi ha ambizioni più alte: un’Europa politica, autonoma, senza frontiere, che rifiuta la guerra come strumento di risoluzione dei conflitti ed ha per interlocutori i paesi più poveri del Mediterraneo e del Terzo mondo, che si arma soltanto della sua cultura e del suo modello sociale fondato sull’eguaglianza, i diritti di cittadinanza e del lavoro, il welfare. Per quest’Europa fatta dalle persone la bozza di Carta costituzionale discussa a Roma è un ostacolo, un nemico. La prima frase delle 300 pagine, 455 articoli più preamboli, postille e rimandi a trattati precedenti parla chiaro anche se è scritta in greco antico: «La democrazia non è una cosa per pochi ma per molti». Un principio che poteva andar bene in una società stratificata dagli schiavi al principe, non nell’Europa del terzo millennio. Anche chi vuole un’altra Europa è sceso a Roma lo scorso fine settimana. Il movimento dei movimenti, chiamato all’azione dal Social forum europeo che a novembre terrà a Parigi la sua assise annuale, ha manifestato all’Eur, fuori dal palazzo in cui i potenti consumavano la loro sconfitta politica. Un Eur blindato come una fortezza in una città militarizzata, l’ennesima vergogna dei grandi vertici politici, economici, finanziari o commerciali che dir si vogliano dai quali la società civile è esclusa. Decine di migliaia di giovani hanno portato in strada la loro disobbedienza, in qualche momento la loro disperazione, per recitare un altro decalogo rispetto a quello abborracciato dentro la zona rossa. Per fortuna non si è ripetuto il copione terribile di Genova 2001, nonostante settori del tutto marginali del movimento abbiano scimmiottato dal potere linguaggi e gestualità di una virilità improbabile e perdente. Pochi e circoscritti gli scontri tra forze impari e culture antitetiche, qualche cassonetto dato alle fiamme, qualche banca o sede di compravendita di lavoro interinale danneggiate, qualche decina di arresti. Resta per il movimento di opposizione alla globalizzazione neoliberista il problema di come ricostruire strategie e modalità capaci di raccogliere e offrire spazi di libertà alla domanda diffusa di democrazia e protagonismo che a tratti si è espressa in tutto il mondo, per esempio il 15 febbraio contro la guerra di Bush. Questa soggettività “positiva” non ha referenti nella sfera della politica, l’opposizione non sociale non si incrocia con quella dei partiti, in Italia e nel mondo, e anche l’opposizione sociale – unica realtà esistente – ha bisogno di darsi nuove forme d’azione meno rituali e una nuova rappresentanza. Ha fatto bene il presidente francese a chiedere scusa ai romani per il disturbo, perché ormai ogni summit dei potenti è un disturbo ai cittadini e alla democrazia. Ai risarcimenti e alle scuse dei potenti non hanno diritto solo i giovani no global, ma anche i più maturi ma non meno rituali lavoratori d’Europa, venuti a Roma in più di centomila con i loro sindacati aderenti alla Ces. Uomini e donne a cui il lavoro è imposto o concesso dall’alto anzi dalle regole del mercato, lavoratori e lavoratrici flessibili come giunchi battuti dal vento neoliberista. Pensionati d’Europa trattati come privilegiati da una rendita che le società capitaliste non possono più permettersi di concedere, dovendo garantire ben altre rendite, ben altri interessi. Bandiere di tutti i colori hanno riempito il centro di Roma, molti dei manifestanti e delle manifestanti avevano i figli in un’altra Roma, quella della fortezza Eur. Bisognerà riuscire, al prossimo appuntamento, a rimettere insieme generazioni diverse che rivendicano stessi diritti e stessa Europa sociale e politica. Anche perché, a essere sinceri, un piccolo pezzo d’Europa politica sta affermandosi e nel summit romano ha fatto un piccolo passo in avanti: è l’Europa in divisa, bombe e moschetto, il primo embrione di un continente unito nelle armi. Cioè il contrario dell’Europa portatrice di un modello di pace, opposto al modello di Bush della guerra infinita. Un continente armato ma comunque subalterno all’America, una struttura di servizio dell’unica superpotenza mondiale. Già si parla di un esercito comune di 60 mila uomini magari al servizio della Nato, un cui primo contingente di 6 mila soldati potrebbe raccogliere il testimone a stelle e strisce nella Bosnia “pacificata”, prossimamente magari in Afghanistan e in Iraq. La strada per l’Europa politica e sociale è ancora lunga, ma è l’unica che valga la pena di percorrere.

Pubblicato

Venerdì 10 Ottobre 2003

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