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La storia siamo noi

di

Mauro Marconi
In quanti eravamo alla manifestazione di settimana scorsa? E chi se ne frega. Eravamo in tanti e c’era di tutto un po’. A meno che non si vogliano confondere le proprie speranze con i nuovi segnali, è troppo presto per dire se le manifestazioni del 12.11 e del 3.12 segnano un rilancio della mobilitazione di piazza e l’emergenza di un nuovo modo di partecipare alla vita democratica di questo paese. Ciò che tuttavia è certo è che la protesta porta con sé elementi nuovi ed interessanti. Innanzi tutto, la partecipazione alle agitazioni è notevole per le sue dimensioni. Manifestazioni così imponenti sono una novità per un paese che ha fatto un marchio di qualità della ricerca del compromesso. Secondariamente, la protesta ha raccolto consensi ed adesione da gruppi sociali svariati che per la prima volta si sono trovati gomito a gomito per difendere i propri interessi. Addirittura, in piazza si sono incontrati soggetti i cui interessi normalmente non sono propriamente convergenti. Le due manifestazioni rappresentano quindi due fatti sociali che non possono essere facilmente ridotti ai minimi termini di «liturgia (…) consumata secondo un copione prevedibile» (Cesare Chiericati, GdP, 4.12.2003). Seppur con accenti diversi, la popolazione scesa in piazza ha rivendicato un riconoscimento identitario, chiedendo di essere considerata un interlocutore nella definizione dei compiti dello stato. Essa ha poi rivendicato maggior coinvolgimento e partecipazione alla vita democratica. Ed infine, per una volta, la piazza non è stata unicamente autoreferenziale. Piaccia o non piaccia ai commentatori nostrani, quello che abbiamo vissuto è un approccio diverso dalla semplice protesta. Certo, la mobilitazione esprime un forte disagio della popolazione ticinese ma esprime pure una forte sfiducia nella politica. Che il Re fosse nudo, lo sapevamo già: ma qui c’è qualcosa che sembra andare oltre il semplice “Tanto fanno quello che vogliono”. Ci sono segnali che lasciano intravedere un desiderio di democrazia e partecipazione dal basso, che entra in collisione con la delega dei poteri che contraddistingue la nostra vita politica. Un rilancio della mobilitazione rappresenta una novità anche per la sinistra ed il sindacalismo. Chi ha partecipato recentemente a delle assemblee sindacali è rimasto colpito dalla mancanza di riferimenti culturali delle lavoratrici e dei lavoratori. Decenni di alienazione, di sensazione di vivere nel paese di Bengodi hanno cancellato saperi e pratiche collettive di agitazione. Poco male, una cultura comune si costruisce attraverso l’azione. E dato che la classe dominante ha rotto (da tempo) la pace sociale, non mancheranno certo le occasioni per scoprire ed inventare nuove forme di stare assieme. E lì potremo misurare la portata dei segnali che abbiamo registrato oggi. Con la speranza che nessuno più dimentichi che «Les hommes font leur histoire» (Alain Touraine, La voix et le regard).

Pubblicato

Venerdì 12 Dicembre 2003

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