Le cose comuni, che accompagnano le nostre fatiche quotidiane incarnano, per lo più scontate e inosservate, tutto lo spessore storico della nostra civiltà e ne racchiudono spesso pregi, difetti e carattere peculiare. Basta dissipare per un attimo il velo di ovvietà che le nasconde alla nostra attenzione. Uno di questi miracolosi ricettacoli di storia sociale è la tazza di caffè. La storia del caffè inizia nel medioevo e come tutto nel medioevo è intrisa di religiosità e di leggenda. La leggenda vuole che il primo masticatore conosciuto di chicchi di caffè fosse un pastore etiope di nome Kaldi, che attorno all’850 apprezzava le qualità eccitanti della pianta. La caffeina gli permetteva di prolungare la vigilanza del bestiame. Un altro personaggio, il cui nome si è perso tra i secoli, inventò la torrefazione. Era un uomo di fede, uno yemenita del XIV secolo sospeso tra realtà e leggenda, che per prolungare le sue veglie di preghiera e di contemplazione sorbiva un infuso di chicchi di caffè tostati. L’aura mistica guadagnata dai chicchi tostati fece in modo che essi si diffusero in tutto il mondo musulmano. Varcarono la soglia della cristianità giungendo a Costantinopoli, la città dei grandi commerci. I mercanti veneziani fiutarono l’accattivante aroma dell’infuso e ancor più fiutarono l’affare. Dopo una prima resistenza all’“Amaro e reo caffè”, la nuova bevanda, un po’ medicina e un po’ trastullo, ebbe un successo fulminante. Olandesi e francesi decisero di lanciarsi nella produzione, ma per farlo avevano bisogno di climi adeguati, non disponibili in Europa. Ed ecco il nero caffè prendere la via degli schiavi verso il centro America, fino a diventare il prodotto coloniale per eccellenza, accompagnato dalla sua perfetta compagna: la canna da zucchero. Spopolò nei salotti settecenteschi dove sosteneva le dotte discussioni degli illuministi. Diventato ormai americano il caffè assurse a simbolo dell’indipendenza delle colonie britanniche dalla loro madrepatria. La guerra di indipendenza degli Stati Uniti iniziò con un atto simbolico di scelta del caffè come bevanda nazionale: la distruzione di un carico di odiatissimo tè britannico. In seguito la rivoluzione industriale impone ai lavoratori ritmi disumani rischiarati sia di giorno che di notte dalla luce artificiale delle lanterne e poi delle lampadine. Come si poteva sostenere una tale fatica senza l’ausilio del caffè, diventato proletario. Nell’era del terziario il caffè sostiene l’invariabile monotonia del lavoro d’ufficio e lo stress da prestazione dei dipendenti obbligati a dimostrare perennemente la loro produttività sotto la minaccia dei tagli e delle razionalizzazioni dei posti di lavoro. Insomma, per la prossima pausa in cui berrete storia tostata, percolata e concentrata: buon caffè.

Pubblicato il 

28.10.05

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