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La storia giudiziaria di Camenisch

di

Francesco Bonsaver

Dopo avere a lungo letto la storia della sua vita, incontro finalmente Marco Camenisch. Lo vedo nel carcere di Lenzburg, cantone Argovia, ultima tappa del suo pellegrinaggio ventennale nei penitenziari elvetici.
A chi il suo nome non dice nulla, basti sapere che è il prigioniero politico per eccellenza in Svizzera. Per i governanti e i centri di potere economici, ho di fronte il terrore con la T maiuscola, il cui stato di prigionia da oltre venti anni deve costituire un monito per chi ne condivide l’ideologia e le azioni di un ormai lontano passato. Stringo dunque la mano a quest’uomo che da poco ha superato i sessant’anni, esile, di media statura e dal viso vissuto dove brillano gli occhi vivaci, mentre sulla schiena scendono i capelli raccolti in una lunga coda grigia. Bastano pochi minuti per capire che quest'uomo non è stato vinto. Se qualcuno pensava di averlo sconfitto o umiliato relegandolo per decenni tra quattro mura, si è illuso.

 

Il fuoco sacro non ha mai smesso di ardere nella sua anima, alimentando la sua gioia di vivere e amare, facendolo rimanere ben saldo nelle sue convinzioni. Una fermezza da non confondersi con l'intransigente chiusura al dialogo dettata dal ragionamento per dogmi. Non sfugge al confronto. Anzi, ci prova gusto. Nei nostri incontri emerge la capacità nel non ragionare a schemi circolari, mentre domina la curiosità intellettuale a interessarsi, a confrontarsi con percorsi e idee diverse, senza per questo venir meno al suo pensiero.


Da 23 anni ininterrotti è in carcere. Dalla sua cella intrattiene un’incredibile mole di corrispondenza con mezzo mondo. Sono in molti a scrivergli per esprimergli solidarietà. Con alcuni si è instaurata nel corso del tempo una corrispondenza di fraterna amicizia. Scrive testi propri o ne traduce altri di cui valuta importante diffonderne il pensiero.


È uno dei motivi per cui continuano a temerlo e non vogliono farlo uscire. Eppure ne avrebbe il diritto. Fosse un detenuto normale, da cinque anni avrebbe ottenuto dei permessi di libera uscita. Da due anni avrebbe diritto alla libertà condizionale o almeno alla semiprigionia.


Ma Camenisch non è un detenuto normale, sebbene la condotta sia sempre stata giudicata buona dai vari penitenziari in cui è stato “ospite”. Camenisch è un simbolo. È forse questa la sua colpa, per cui si ostinano a negargli qualsiasi misura possa allentare la detenzione. È ininfluente che dodici anni fa, già cinquantenne con molti anni dietro le sbarre, dichiarasse pubblicamente: «Per motivi di responsabilità ed esigenze sociali una ripresa della militanza clandestina/armata nella lotta antiautoritaria non è per me possibile né responsabile già prima d'ora». Una dichiarazione confermata ancora lo scorso anno. Eppure la coerenza è una caratteristica che tutti, nemici compresi, gli riconoscono. Il vero problema è un altro. Il rifiuto della semiprigionia o la libertà condizionale è motivato dalle autorità perché Camenisch continua «a mantenere contatti con compagni di fede politica» e «non si distanzia dalla sua visione del mondo».


Lo accusano di continuare ad auspicare un cambiamento sociale radicale senza escludere la violenza per arrivarci. Poco importa che lui sia o no parte attiva di questa violenza. È presunto colpevole per quel che pensa, non tanto per quel che farà. Per il suo avvocato, Bernard Rambert, è evidente che Camenisch oggi è ancora in galera per la sua opinione e non per i potenziali reati che potrebbe commettere se liberato.

La sentenza "draconiana"

Il sistema giudiziario elvetico non è mai stato tenero con lui. Fin dall’inizio, dalla prima condanna. Nel 1981, imputato per una serie di reati di cui il più grave era l’aver tentato di far esplodere un traliccio dell’alta tensione nei Grigioni, la terra in cui è nato, un tribunale cantonale condannò l’incensurato giovane Camenisch a dieci anni di prigione senza condizionale. Una sentenza “ingiusta” e “a dir poco draconiana”, fu il commento pubblicato sul giornale zurighese Tages Anzeiger. «Pene del genere, di solito vengono irrogate soltanto in caso di omicidio o rapina a mano armata», scrisse l’opinionista sul foglio zurighese.


Una punizione dunque esemplare inflitta al grigionese per scoraggiare la nascita di un movimento radicale negli anni in cui era molto vivo in Svizzera il dibattito tra fautori e contrari al nucleare. Una sentenza dura che segnò un punto di svolta nella sua vita, come racconta lui stesso nell’intervista correlata.


Dieci anni di reclusione sono difficili da accettare per chiunque, figurarsi per il giovane ribelle. Alla prima occasione, evase aggregandosi a una fuga in corso organizzata da altri detenuti. Durante l’evasione una guardia carceraria morì e una seconda fu ferita. Camenisch fu prosciolto da ogni accusa, poiché fisicamente lontano dalla sparatoria ed esente da responsabilità non avendo partecipato alla pianificazione dell’evasione. Seguirono dieci anni di latitanza che s’interruppe con l’arresto in Italia dopo un conflitto a fuoco nel quale un carabiniere e Camenisch rimasero feriti. Processato, fu condannato a 12 anni per reati vari ma non per tentato omicidio perché la corte ritenne che non avesse sparato per uccidere, ma per disarmare il carabiniere mirando al braccio.

 

Una sentenza già scritta?

Dopo dieci anni nelle carceri di massima sicurezza italiane, fu estradato in Svizzera per essere processato per tentato omicidio durante l’evasione e assassinio di una guardia di confine a Brusio (Canton Grigioni) avvenuto nel 1989, nel periodo della latitanza.


Due mesi prima era morto suo padre, ex guardia di confine, a cui era molto legato, come a sua madre. I genitori e la solidarietà ricevuta sono stati il carburante della sua formazione e della coerenza granitica dimostrata nei lunghi anni di detenzione. La polizia aveva dunque presidiato il funerale del padre pensando che Marco si presentasse. Lui arrivò solo due mesi dopo, per raccogliersi davanti alla tomba e portare un saluto ai propri cari. Quel mattino, la guardia di confine Kurt Moser fu uccisa con tre colpi a Brusio. Fin da subito, per la polizia non vi erano dubbi: il colpevole era Camenisch. Neanche per le autorità federali esistevano dubbi. Nel rapporto del 1992 sull’estremismo in Svizzera scrissero: «Ai primi di dicembre del 1989, Camenisch uccise a Brusio il doganiere». Una sentenza di colpevolezza scritta dodici anni prima del processo, che si tenne nel 2004 davanti alla Corte d’assise zurighese. Il giudice istruttore responsabile dell’inchiesta era la figlia del presidente della società elettrica a cui Camenisch aveva tentato di far saltare il traliccio 20 anni prima. Di norma, si parla di conflitto d’interesse. Non nel caso Camenisch.


Il processo si svolse in un’aula militarizzata perché si temevano azioni dei sostenitori del grigionese. Marco Camenisch era ormai un simbolo. La sua storia personale, sempre connessa ai movimenti collettivi, e i suoi testi avevano fatto il giro del mondo negli ambienti radicali. La sua condizione di prigioniero senza concessioni ne aveva accresciuta la fama, diventata ormai planetaria.


Nei processi precedenti, Camenisch non entrava mai nel merito delle accuse a lui rivolte, non riconoscendo l’autorità del tribunale quale prigioniero politico. Nel processo sui fatti di Brusio invece, fece un’eccezione. “Non l’ho ucciso io”, disse testualmente. Perché abbia fatto quell’insolita dichiarazione, lo spiega nell’intervista correlata.


Quel processo si fondò su indizi, non prove. Nessuna pistola fumante, come si direbbe nei polizieschi. Lo disse lo stesso procuratore nella requisitoria finale: «Per emettere un verdetto di colpevolezza non è necessaria la presenza di un impianto probatorio senza lacune. È necessario invece che gli indizi nel loro insieme forniscano un quadro coerente». D’opinione diametralmente diversa era la difesa. In assenza di prove certe, disse l’avvocato Rambert, nessun dubbio può essere fugato nel condannare un innocente. Alla fine, la giuria optò per la versione accusatrice, condannandolo a 17 anni di prigione. Una sentenza errata, perché come fece notare il Tribunale federale in appello, in Svizzera la carcerazione massima è di 20 anni. La pena fu dunque ridotta a otto anni.


Nel maggio 2018, dopo 28 anni consecutivi passati dietro le sbarre, Marco Camenisch potrebbe essere scarcerato per fine pena. Una pena scontata fino all’ultimo, senza un giorno di libera uscita, men che meno in un regime di semiprigionia o di libertà condizionale. Tappe previste dal sistema elvetico per favorire l’integrazione sociale in vista di una scarcerazione definitiva, potenzialmente traumatica se avvenisse di botto. Come quella cui Camenisch sembra destinato, nella migliore delle ipotesi.


Infatti, nel caso dell’uomo-simbolo Camenisch, incombe sempre il rischio della carcerazione a tempo indefinito prevista dall’articolo 64 del codice penale, comunemente conosciuta come internamento psichiatrico. Come per ogni cittadino, se sottoposti a quell’articolo, si sa quando si entra in carcere ma non quando se ne esce.


La lettura della storia giudiziaria di Camenisch impone una domanda: è giustizia o una vendetta di Stato? La sentenza a voi lettori.

Pubblicato

Giovedì 5 Dicembre 2013

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